Nel 2026 cadrà il 250° anniversario della dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti, e Trump vuole festeggiare a modo suo. Per il 4 luglio ha intenzione di organizzare nel giardino della Casa Bianca un incontro di arti marziali miste, uno sport di combattimento full contact che incorpora vari stili di lotta, cresciuto negli ultimi anni fino a trasformarsi in una sorta di fenomeno sociale con ricadute politiche (qui avevo parlato di come vari personaggi che ruotano intorno all’Ufc, la più importante organizzazione di arti marziali miste, abbiano aiutato Trump a raccogliere consensi tra gli elettori giovani).
Lo spettacolo della Casa Bianca sarebbe una metafora di come Trump sta cercando di trasformare la cultura politica statunitense in una forma di spettacolo dominato dalla forza, dalla violenza e dalla logica dell’umiliazione. Uno sforzo che si accompagna inevitabilmente al tentativo di imporre nell’immaginario collettivo dei simboli attraverso cui interpretare l’intera storia americana.
Trump non è noto per essere un appassionato di storia. A differenza di alcuni suoi predecessori, come Barack Obama e George W. Bush, non ha invitato degli storici alla Casa Bianca per cene informali. Durante la sua prima campagna elettorale fu preso in giro per una targa commemorativa affissa in uno dei suoi campi da golf, che ricordava una battaglia della guerra civile mai avvenuta. Ogni tanto cita alcuni ex presidenti con sui sente di avere una particolare affinità (nel primo mandato parlava spesso del populista e autoritario Andrew Jackson, nel secondo si è concentrato sull’imperialista William McKinley), ma raramente esalta i padri fondatori (una volta ha detto che avrebbe stravinto le elezioni contro un ticket composto da George Washington e Abraham Lincoln).
Trump però comprende bene il potere della storia. E da quando è tornato alla Casa Bianca ha cercato in ogni modo di imporre la sua visione del passato. Portando all’estremo la politicizzazione della storia, alla fine la fedeltà a quella visione – semplificata, celebrativa e profondamente nazionalista – diventa un metro per separare i “veri” americani dai “traditori” che minacciano la stabilità nazionale, cioè il potere del presidente.
Gli Stati Uniti non sono arrivati a questo punto all’improvviso ma alla fine di un processo cominciato molti anni fa, e che si è accelerato proprio durante il primo mandato di Trump.
Nel 2019 il New York Times pubblicò il Progetto 1619, una serie di articoli (poi diventati un libro) che si proponeva di confutare il racconto dominante della storia statunitense e spostava il “vero” momento di nascita del paese dal 1776 al 1619, cioè l’anno dell’arrivo della prima nave negriera in Nordamerica. La serie provocò un ampio e polarizzante dibattito sull’eredità dello schiavismo nella società americana di oggi. L’anno dopo il movimento Black lives matter, rafforzato dalle proteste di massa dopo la morte di George Floyd, un nero ucciso dalla polizia a Minneapolis, avviò una più ampia riflessione sul razzismo e sulla storia. Le statue dei generali confederati furono improvvisamente abbattute e da alcune scuole furono rimossi i nomi di padri fondatori che erano stati proprietari di schiavi. I nomi di squadre di football e basi militari, considerati controversi, furono cambiati.
Durante tutto il mandato di Joe Biden è montata la reazione conservatrice in una parte della società e, dopo aver rivinto le elezioni, Trump è passato immediatamente al contrattacco. Ha firmato decreti per ripristinare le statue confederate, imporre l’uso dei vecchi nomi e chiedere che tutti i siti federali dedicati alla storia offrano una narrazione edificante della “grandezza americana”.
Ha fatto pressioni sulle istituzioni culturali pubbliche che plasmano il modo in cui viene raccontata la storia americana – lo Smithsonian, il National park service e il National endowment for the humanities –, riducendo finanziamenti e condizionando i loro programmi. Oggi i parchi nazionali espongono cartelli che invitano i visitatori a segnalare qualsiasi cosa che descriva “gli americani del passato o del presente” in modo negativo (e presto potrebbero sparire dai gift shop una serie di libri che parlano di schiavitù, tra cui il Progetto 1619 del New York Times). Molti progetti già finanziati, in particolare quelli legati al 250º anniversario dell’indipendenza, sono stati annullati in favore di iniziative direttamente promosse dalla nuova amministrazione, come il controverso National garden of american heroes, un parco di statue che mira a fissare per sempre una lista “ufficiale” di eroi nazionali.
In questo contesto viene da chiedersi se abbia senso, e se sia ancora possibile, raccontare la storia americana in modo serio. Ken Burns è convinto di sì. Tra i più importanti documentaristi statunitensi, Burns diventò molto famoso all’inizio degli anni novanta, quando la tv pubblica Pbs mandò in onda The civil war, una serie in nove puntate che raccontava, con immagini d’archivio, testimonianze e una narrazione molto coinvolgente, le cause, i drammi e le conseguenze della guerra civile combattuta tra il 1861 e il 1865. La Pbs registrò numeri senza precedenti.
Il successo del documentario sembrava dovuto al fatto che Burns era riuscito a modellare la storia americana trasformandola in una sorta di raccolta di memorie popolari: una storia di ferite e guarigioni, vergogna e redenzione. Come ha scritto il New Yorker, “il paese accettò di riunirsi come attorno a un tavolo coperto di vecchie fotografie di famiglia, in una stanza in cui qualcuno aveva invitato un instancabile violinista”.
Dopo The civil war Burns e i suoi collaboratori (il gruppo è composto da più di trenta persone) hanno prodotto più di 35 documentari sulla storia e la cultura americana, su argomenti che spaziano dal baseball al Vietnam, dal proibizionismo al jazz, da Hemingway ai parchi nazionali. Questi lavori hanno in comune uno stile che mescola abilmente cronaca storica accurata, narrazione empatica – in cui trovano spazio punti di vista e personaggi marginali –, musica evocativa e una tecnica nota come “effetto Ken Burns”, che consiste nell’usare zoom e panoramiche lente per animare fotografie e filmati d’archivio, creando un senso di movimento e coinvolgimento visivo. La voce narrante è spesso quella dell’attore Peter Coyote, e ci sono sempre attori famosi a dare voce a personaggi storici (Tom Hanks, Meryl Streep, Paul Giamatti, Morgan Freeman).
Ma forse l’aspetto più decisivo nel successo dei documentari di Burns è la loro capacità di rispondere al bisogno, condiviso da una vasta parte del pubblico, di riconoscersi in un’idea di nazione che sia al tempo stesso critica e patriottica. I suoi film diventano così un esperimento narrativo di costruzione del consenso, in cui il racconto del passato non nasconde le contraddizioni della storia americana, ma le integra in una visione comune, inclusiva e profondamente civica.
Su queste basi Burns si è costruito un successo senza precedenti nel mondo dei documentari storici (ha raccontato che dopo i primi lavori le persone avevano cominciato a presentarsi alla sua porta per mostrargli vecchie fotografie di famiglia, ansiose di fargli conoscere le storie degli antenati) e soprattutto è riuscito parlare a un pubblico trasversale, cosa molto rara di questi tempi. Non ha mai nascosto di essere un progressista e in passato ha attaccato Trump definendolo un “insulto alla nostra storia” e un “ciarlatano”, ma resta credibile per molti americani conservatori.
Nathaniel Moore di Politico ha raccontato l’accoglienza da rockstar che Burns ha ricevuto a Williamsburg, in Virginia, durante il tour per promuovere la sua ultima opera, un documentario di dodici ore sulla guerra d’indipendenza, che sarà trasmesso a novembre in sei puntate. The American revolution è forse il progetto più ambizioso del regista (è costato trenta milioni di dollari) e il processo che ha portato alla sua nascita conferma il particolare status di cui lui gode nell’America di oggi: sarà trasmesso dalla Pbs, uno dei principali bersagli di Trump nella sua guerra alla “propaganda woke”, ma è stato finanziato anche da gruppi conservatori.
Come i lavori precedenti, la serie cerca di sfidare la narrazione convenzionale, che viene spesso mitizzata ed edulcorata. Presenta un quadro più complesso di un conflitto che durò quasi vent’anni, causò decine di migliaia di vittime e fu molto più cruento di quanto gli statunitensi tendono a pensare. L’obiettivo finale però è sempre costruire un terreno comune. “Un film che ci unisce è la cosa migliore che possiamo sperare”, ha detto Burns a Williamsburg. “Condividendo un passato comune, forse potremo avere un dibattito civile”. In questo spirito, ha riassunto Moore su Politico, “il regista spera che l’uscita del documentario aiuti gli Stati Uniti a raccontare una nuova storia delle sue origini, che liberi la guerra d’indipendenza dal mito che la circonda per unire e ispirare tutti gli americani di oggi, indipendentemente dalle loro idee politiche”.
Ma è un obiettivo possibile – e auspicabile – nell’America attuale? Burns ha cominciato a girare The American revolution quando alla Casa Bianca c’era ancora Barack Obama, prima che la polarizzazione politica contaminasse ogni aspetto del dibattito pubblico, compreso il racconto storico. Molti commentatori, tra cui lo stesso Moore, sono convinti che l’ossessione di Burns per il compromesso e l’enfasi sul patriottismo – “abbiamo delle ferite, ma insieme possiamo superare qualsiasi sfida” – finiscano per fare il gioco di chi oggi cerca di usare la storia per colpire avversari e dissidenti.
Critiche simili sono arrivate anche in passato. Dopo il successo di The civil war, lo storico Leon Litwack sostenne che il documentario “sottolinea e celebra la riunificazione nazionale e la nascita della nazione americana moderna, ignorando la brutalità, la violenza e la repressione razziale su cui si basava quella riconciliazione”. Ma d’altro canto questo spirito idealistico ha permesso a Burns di costruire un dialogo con gli americani, facendo film che in qualche modo sono rimasti al di sopra delle parti, e di sicuro continuerà a provarci.
Questo testo è tratto dalla newsletter Americana.
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