Più passa il tempo, più i rischi delle politiche migratorie di Donald Trump per il mercato del lavoro e per l’economia statunitense in generale diventano concreti.
Per settimane dopo l’insediamento di Trump alla presidenza, gli imprenditori dei settori che dipendono di più dagli immigrati senza documenti – agricoltura, accoglienza, edilizia, ristorazione – hanno pensato che l’amministrazione avrebbe fatto una scelta: per accontentare la base elettorale repubblicana avrebbe preso di mira le persone con precedenti penali e quelle che provano ad attraversare il confine con il Messico, ma avrebbe chiuso un occhio sulla preziosa manodopera che fa funzionare gli affari.
Poi, quando sono cominciate le retate indiscriminate della polizia per l’immigrazione in California, hanno implorato il presidente di risparmiare le imprese. All’inizio Trump è sembrato disposto ad accontentarli, poi però ha prevalso la linea dura del consigliere Stephen Miller e della segretaria per la sicurezza nazionale Kristi Noem. Gli imprenditori hanno capito che, almeno per ora, non sono le valutazioni economiche a guidare le scelte di politica migratoria dell’amministrazione, e sono andati nel panico.
In settimana Brooke Rollins, la segretaria all’agricoltura, ha cercato di rassicurarli spiegando che la soluzione è sotto i loro occhi: possono semplicemente sostituire i lavoratori immigrati con cittadini statunitensi che, in base alla “grande e bellissima legge” appena approvata al congresso, saranno costretti a lavorare per poter accedere ai benefici del Medicaid, il programma di assicurazione sanitaria gratuito per le persone a basso reddito. “Se ci pensate bene, ci sono 34 milioni di adulti che possono lavorare nel Medicaid. Quindi non ci sarà nessuna amnistia per nessun motivo. Le espulsioni di massa continuano, ma in modo strategico e premeditato, mentre puntiamo su una maggiore automazione e ci avviciniamo all’obiettivo di una forza lavoro al 100 per cento statunitense”.
L’equazione non funziona per vari motivi. Per prima cosa, sono pochissimi i cittadini statunitensi disposti a prendersi i posti di lavoro che oggi sono occupati in gran parte dagli immigrati. Questo è vero in tutte le economie dei paesi sviluppati, perfino nei periodi di forte disoccupazione e soprattutto quando si tratta di lavori nel settore agricolo, mal pagati e massacranti.
Nel 2011 in North Carolina solo 268 cittadini statunitensi risposero a un annuncio per 6.500 posti di lavoro nel settore agricolo (nello stato i disoccupati erano più di mezzo milione). Più del 90 per cento dei candidati fu assunto, ma la maggior parte non si presentò al primo giorno di lavoro o lasciò il posto nel giro di un mese.
Inoltre le persone che usufruiscono del Medicaid in molti casi non possono lavorare perché sono troppo giovani, troppo anziane o hanno una disabilità, oppure hanno già un lavoro che non gli fornisce un’assicurazione sanitaria, motivo per cui chiedono l’aiuto del governo.
Insomma i benefici per i “nativi” sarebbero minimi, a fronte di danni potenzialmente enormi per l’intera economia. Secondo uno studio dell’Economic policy institute, se Trump raggiungesse l’obiettivo di espellere un milione di immigrati ogni anno, entro la fine del suo mandato ci sarebbero quasi sei milioni di posti di lavoro in meno, compresi 2,6 milioni oggi occupati da cittadini statunitensi. Questo perché gli immigrati in genere hanno lavori che integrano e rendono possibili quelli svolti dagli statunitensi; e perché creano posti di lavoro, aprendo a loro volta delle aziende e consumando beni e servizi di altre compagnie statunitensi.
Il colpo sarebbe particolarmente duro per il settore agricolo, con esiti paradossali per un’amministrazione che ha promesso di mettere i lavoratori e le imprese nazionali al primo posto. Senza i lavoratori immigrati la produzione interna potrebbe ridursi, facendo aumentare i prezzi dei generi alimentari per la maggior parte degli statunitensi. Per le aziende sarebbe molto difficile assumere persone per svolgere lavori che non possono essere automatizzati, quindi alcune potrebbero essere costrette a trasferire la produzione all’estero. E a causa della guerra dei dazi, gli Stati Uniti potrebbero ritrovarsi a importare alcune colture a prezzi più alti.
Non è escluso che Trump cambi di nuovo idea spinto dalle pressioni e dai rischi economici, ma ormai gli imprenditori di alcuni settori strategici sanno di non poter dare per scontato un futuro di manodopera a basso costo.
Il Wall Street Journal ha pubblicato un reportage da North Platte, in Nebraska, dove la Sustainable Beef sta introducendo condizioni di lavoro mai viste per un’azienda specializzata nella macellazione della carne. L’obiettivo è attirare i giovani del posto in un settore tradizionalmente dominato da manodopera migrante, spesso sottopagata e costretta a lavorare in condizioni pericolose. Un settore, peraltro, già messo a dura prova da alcune decisioni del governo, come la revoca delle protezioni temporanee per gli immigrati provenienti da Cuba, Nicaragua e Haiti, che rappresentano circa il 20 per cento della forza lavoro complessiva.
La Sustainable Beef offre una retribuzione iniziale di 22 dollari all’ora, circa 46mila dollari all’anno, in linea con il salario medio locale. Rispetto ad altri stabilimenti non sono previsti turni notturni, cosa che consente ai dipendenti di passare più tempo con la famiglia e con gli amici. Negli annunci di lavoro l’azienda promette postazioni di lavoro ergonomiche, armadietti individuali e servizi igienici dignitosi. Il nuovo stabilimento è più arioso e spazioso rispetto ai tipici impianti di lavorazione della carne, molti dei quali sono entrati in funzione negli anni sessanta.
Finora gli abitanti di North Platte hanno reagito in modi diversi. Alcuni hanno accolto con entusiasmo i piani della Sustainable Beef, sia per la possibilità di lavorare sia perché pensano che il nuovo stabilimento possa rilanciare una città che rischia di scomparire a causa della crisi demografica. Altri temono comunque che l’impianto farà arrivare troppi immigrati (non vogliono “fare la fine di Lexington”, una città vicina che ha aperto il primo stabilimento nel 1990 e oggi ha una popolazione a maggioranza ispanica). Altri infine non ne vogliono sapere del nuovo lavoro. “Crystal Neill, 23 anni, dice che preferirebbe continuare a occuparsi di adulti con disabilità intellettiva per 17 dollari all’ora ‘piuttosto che andare a tagliare carne in un posto sporco e puzzolente’”.
Questo testo è tratto dalla newsletter Americana.
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