A marzo le autorità della metropoli cinese Shenzhen hanno autorizzato le consegne notturne con veicoli a guida autonoma. L’idea è quella di innescare una nuova ondata di crescita per l’industria locale (Shenzhen è uno dei poli dell’alta tecnologia cinese), soprattutto nel settore dei trasporti e in quello della robotica. Ma l’esperimento lascia intravedere la possibilità di profondi cambiamenti anche nel mondo del lavoro, in particolare di quello notturno. Yu Enyuan, fondatore e amministratore delegato della Neolix Technologies, un’azienda specializzata nelle vetture a guida autonoma (attualmente dispone di una flotta di 27mila veicoli attivi in trecento città di quindici paesi), sostiene che “queste innovazioni riducono uno dei costi più ostinati della logistica: il personale. Un ‘robovan’ non chiede lo straordinario per il turno di notte, non si stanca alle 3 del mattino e non ha bisogno di un supplemento per guidare sotto la pioggia”.
Secondo i dati ufficiali, in Cina ogni giorno circolano in media 520 milioni di pacchi. Dietro a quelle consegne, afferma Yu, “ci sono autisti che fanno più di un centinaio di fermate al giorno con orari massacranti: un’attività estenuante e ripetitiva, più adatta a un robot che a una persona. Noi facciamo un lavoro che le persone non vogliono fare o non sono in grado di fare”.
Le aziende cinesi hanno investito pesantemente nella cosiddetta physical Ai, o intelligenza artificiale fisica, l’insieme di software, robot e macchine in grado di agire nel mondo reale e svolgere compiti in modo perfettamente autonomo. Sono più di cento le città del paese asiatico che hanno aperto le loro strade ai veicoli a guida autonoma. Da quando è partito l’esperimento di Shenzhen i percorsi coperti dal servizio della Neolix sono diventati 437 e hanno attirato l’interesse dei giganti delle consegne Meituan e JD.com. Ad agosto l’azienda della JD.com che si occupa di logistica disponeva di più di cento robovan e copriva altrettanti percorsi notturni a Shenzhen. A settembre, invece, la Meituan ha lanciato un servizio di consegne notturne con i droni.
Quello che avviene in Cina riguarda il resto del mondo, e non solo perché l’industria del paese asiatico da tempo prospera più grazie alle esportazioni che ai consumi interni. Anche l’occidente investe sulla robotica per aumentare l’efficienza e ridurre i costi, soprattutto quelli del lavoro. Negli Stati Uniti, scrive il Wall Street Journal, la Walmart sta portando avanti un progetto decennale, del valore di diversi miliardi di dollari, volto ad automatizzare i suoi magazzini senza interromperne l’attività.
Non è difficile prevedere che cambierà profondamente anche il modo di lavorare degli esseri umani. E uno degli effetti potrebbe essere il fatto che molti di loro non saranno più costretti a passare la notte in bianco per svolgere determinate attività. Una svolta destinata a incidere sulla società. Come fa notare il Financial Times, l’organizzazione del lavoro come la conosciamo da decenni riflette per molti versi le disparità sociali ed economiche e spesso penalizza la salute di chi deve svolgere le mansioni più faticose e negli orari più scomodi.
Già negli anni venti del novecento negli Stati Uniti una ricerca sociologica condotta a Muncie, nello stato dell’Indiana, evidenziò una comunità caratterizzata da disparità di reddito ma anche “di tempo”: alle 6 del mattino nelle case della classe operaia si accendevano le luci perché il lavoro cominciava in genere tra le 6.15 e le 7.30, a meno che non vi abitassero lavoratori che facevano il turno di notte; le famiglie agiate, invece, “continuavano a dormire fino a tardi”. La “disparità temporale” emerse nel 1925, quando a Washington si discuteva della necessità di introdurre l’ora legale per garantire più luce nel periodo estivo: “I lavoratori della classe operaia, abituati ad alzarsi presto, sostenevano che avrebbero perso ore di sonno; gli uomini d’affari erano a favore della riforma, perché potevano giocare di più a golf e soprattutto trattare meglio i loro affari con le aziende della costa orientale”.
Rispetto a cent’anni fa qualcosa è cambiato: il lavoro notturno è molto meno diffuso, ma tante disparità restano, e i turni di notte continuano a fare male alle persone più povere e meno istruite: secondo uno studio recente, la maggior parte dei lavoratori notturni statunitensi non ha un titolo di studio superiore al diploma. La ricerca ha smentito “il mito” secondo il quale chi lavora di notte si abitua al suo nuovo ritmo di vita.
Come ha spiegato il neuroscienzato britannico Russell Foster, alcuni studi suggeriscono invece che il 97 per cento dei lavoratori che fanno il turno di notte resta sincronizzato con il ritmo diurno e quindi è costretto a dormire quando il corpo è pronto a stare sveglio, e viceversa. Questo ha varie conseguenze negative per la salute, per esempio sulla pressione del sangue e sul sistema immunitario. L’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc), tra l’altro, ha classificato il lavoro notturno come “probabilmente cancerogeno per l’essere umano”.
Il peso del lavoro notturno continua a restare sulle spalle di chi è più svantaggiato. Il passaggio al lavoro da remoto accelerato dalla pandemia di covid-19 ha premiato soprattutto i colletti bianchi, che godevano già di maggiore flessibilità sugli orari. Infatti, come emerge dall’Indagine europea sulle condizioni di lavoro del 2024, in Europa i dirigenti godono di maggiore autonomia: il 40 per cento è in grado di adattare i propri orari di lavoro entro certi limiti e il 19 per cento ne ha il pieno controllo; invece quasi l’80 per cento dei lavoratori nella fascia salariale più bassa ha orari stabiliti interamente dai vertici aziendali.
È possibile che i progressi nell’automazione finiscano per eliminare la necessità di lavorare contro il proprio orologio biologico? Ci sono già aziende, soprattutto nella logistica, che sperimentano robot in grado di operare da soli durante la notte. Ci sono i robovan in Cina oppure i camion a guida autonoma, che in prospettiva potrebbero percorrere lunghi tratti autostradali durante la notte, lasciando ai conducenti umani il compito di effettuare le consegne durante il giorno. Ovviamente questa svolta nasconde anche grandi sfide economiche: innanzitutto, i danni legati alla scomparsa di un tipo di lavoro che, per quanto scomodo e dannoso, è pur sempre una fonte di guadagno extra per chi ha di meno.
La classe politica dovrebbe guardare al problema cercando di coniugare la tutela della salute con la necessità di non lasciare indietro i più poveri, visto che le disuguaglianze rischiano di aumentare se l’innovazione non viene gestita bene. In tutto questo appare scoraggiante l’atteggiamento del leader della principale potenza economica mondiale, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, le cui politiche folli si spiegano anche con la ricerca ossessiva di ricreare nel suo paese le condizioni di epoche ormai passate. E di sicuro Trump sembra rimasto a un secolo fa quando parla di ora legale: di recente, intervenendo sul Sunshine protection act, una proposta di legge che tra l’altro punta a far diventare permanente l’ora legale, ha dichiarato che sarebbe bene farlo anche perché c’è chi “vorrebbe giocare un po’ a golf senza dover correre a casa dopo 14 buche”.
Questo testo è tratto dalla newsletter Economica.
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