Alla fine di giugno l’assemblea nazionale dei Verdi tedeschi ha lanciato una proposta destinata a far discutere. I vertici del partito ambientalista propongono un nuovo sistema di prezzi per il mercato dell’energia: eliminare le tariffe uniformi su tutto il territorio nazionale in favore di prezzi differenziati (si parla di almeno cinque zone) in base all’offerta di elettricità, in particolare di quella prodotta con le fonti rinnovabili. L’obiettivo è porre rimedio ad alcune storture del mercato elettrico che producono effetti bizzarri e soprattutto dannosi.

Un esempio: il nord della Germania è ricco di energia eolica; nelle giornate più ventose produce una quantità di elettricità che spesso si rivela nettamente superiore alla domanda, motivo per il quale i prezzi diventano bassissimi e addirittura negativi (i produttori pagano per dare via l’energia); di questa situazione ne approfittano anche le regioni meridionali, dove però la copiosa energia eolica del nord non arriva; a quel punto entra in gioco lo stato, che compensa i produttori danneggiati dai prezzi negativi con i soldi dei contribuenti.

L’eccesso di produzione non assorbita, inoltre, crea notevoli problemi alla rete elettrica, caricando di ulteriori costi le aziende e di conseguenza i consumatori, che già finanziano i sussidi concessi alle rinnovabili.

In Germania si discute della possibilità di differenziare i prezzi da più di dieci anni, ma nelle ultime settimane l’argomento è tornato al centro del dibattito pubblico in seguito a uno studio realizzato dall’istituto Fraunhofer per l’economia energetica e la tecnologia dei sistemi energetici (Fraunhofer-Institut für Energiewirtschaft und Energiesystemtechnik) per conto del governo dello Schleswig-Holstein, un land settentrionale che confina con la Danimarca.

Nel documento, tra l’altro, si afferma che lo Schleswig-Holstein avrebbe tutto l’interesse a formare una zona di prezzo comune con la Danimarca occidentale, anch’essa ricchissima di energia eolica, più che con il resto della Germania. All’idea si è unito il land di Amburgo.

La situazione s’inverte con l’energia solare, di cui è ricco il sud della Germania, in particolare la Baviera. E proprio il solare è al centro di un’interessante inchiesta di Bloomberg, che spiega come in Europa il settore sia caratterizzato da enormi sprechi e costi addossati alla collettività.

Negli ultimi dieci anni in tutto il continente è cresciuta la disponibilità di pannelli e parchi solari, facendo del settore, un tempo di nicchia, la principale fonte di energia per l’Europa, soprattutto durante i mesi estivi. Questo sviluppo straordinario però ha portato dei problemi che rischiano di vanificare l’innovazione.

Il sistema non è in grado di reggere la capacità produttiva del solare e spesso l’enorme elettricità fornita nelle ore più calde non viene assorbita interamente dalla domanda, provocando grossi sprechi di energia e costi insostenibili per molti produttori. È per questo che le aziende del settore applicano il cosiddetto curtailment, cioè spengono gli impianti per non ritrovarsi con energia in eccesso che nessuno vuole. Secondo alcune stime, fa notare Bloomberg, nei prossimi mesi potrebbero andare persi quaranta terawattora di elettricità, una quantità sufficiente a soddisfare il fabbisogno dell’area metropolitana di Londra per un anno.

Il problema potrebbe peggiorare man mano che aumenta la capacità installata. Oggi in Europa il solare dispone di una potenza di 490 gigawatt (più del gas, del carbone e del nucleare) e quest’anno potrebbero arrivare altri ottanta gigawatt. Ma le aziende cominciano a temere che gli investimenti non siano più redditizi e stanno pensando di spegnere più impianti o costruirne meno di prima.

Tanto più che nel 2026 i prezzi negativi sono diventati più frequenti: in primavera le tariffe orarie negative in Germania e Francia hanno raggiunto anche i -500 euro per megawattora; i picchi sono stati registrati in periodi come Pasqua e il 1 maggio, quando la produzione è stata alta ma i consumi erano più bassi del solito per via delle vacanze.

La situazione si aggrava anche in Spagna, il paese europeo che finora è riuscito a sfruttare meglio le rinnovabili (ne ho scritto in quest’articolo): nei primi tre mesi del 2026 è stato tagliato circa il 16 per cento della produzione di energia solare, il doppio rispetto a un anno fa. Madrid inoltre intende ricorrere di più alle centrali a gas, oltre che a quelle atomiche, per stabilizzare l’offerta di energia.

La disponibilità di solare ed eolico, infatti, garantisce elettricità abbondante e prezzi bassi quando ci sono le condizioni meteorologiche adatte; in caso contrario l’offerta cala bruscamente facendo impennare le tariffe, perché entrano in gioco altre fonti nella formazione del prezzo finale (il nucleare se va bene, ma spesso il gas, che costa molto di più).

Alla fine di giugno il Belgio, che ha deciso di rinunciare al nucleare, è arrivato a registrare l’incredibile tariffa di mille euro al megawattora.

La grande promessa

La gestione sostenibile dell’energia pulita dev’essere una priorità per la politica europea, tanto più in un periodo in cui da un lato il caldo record mette alla prova anche le reti elettriche e dall’altro la crisi scatenata dalla guerra contro l’Iran ha evidenziato ancora una volta la necessità di ridurre la dipendenza dalle fonti fossili. La soluzione non è facile.

La transizione energetica può trasformarsi da grande promessa a un beneficio per l’economia, l’ambiente e la società in generale, da un lato adeguando il sistema alla nuova offerta (reti più resistenti, batterie per l’accumulo) e dall’altro spingendo le persone a cambiare le proprie abitudini di consumo. Circolano già varie proposte per migliorare la situazione.

Un primo ambito in cui intervenire è il rafforzamento e l’ammodernamento delle reti. In Portogallo, un paese che punta molto sull’energia pulita ma che il 28 aprile 2025 è stato colpito da un blackout senza precedenti insieme alla Spagna, uno studio della Redes energéticas nacionais (Ren), l’azienda che gestisce la rete elettrica nazionale, prevede che il paese non riuscirà a soddisfare gli standard di affidabilità del sistema elettrico, correndo il rischio di dover limitare i consumi di energia per diverse ore all’anno.

Aziende e governi stanno correndo ai ripari: la Commissione europea stima investimenti sulla rete per 1.200 miliardi di euro entro il 2040.

Un altro aspetto da considerare è il rafforzamento della capacità di accumulare l’energia prodotta per usarla in un momento successivo. Il governo tedesco, per esempio, sta studiando misure per incentivare la creazione di parchi solari con batterie. Una delle aziende coinvolte è la svedese Vattenfall, che nel land del Meclemburgo-Pomerania occidentale ha realizzato un parco solare con 146mila moduli a cui nel 2027 aggiungerà delle batterie per assorbire l’energia in eccesso.

In generale la capacità di accumulo per batteria in Europa dovrebbe quadruplicarsi entro il 2030.

I governi inoltre intendono ridurre gli incentivi concessi alle rinnovabili, visto che ormai non sono più una tecnologia di nicchia da sviluppare. Oggi forse è arrivato il momento di rivedere questa politica per correggerne le distorsioni. Ma bisogna agire anche sui consumatori.

Oltre ai prezzi limitati a porzioni di territorio, come propongono i Verdi tedeschi, si potrebbe puntare su tariffe dinamiche che incentivino i consumi di aziende e famiglie nelle ore più calde o nei giorni di forte vento per ridurre al massimo gli sprechi di energia rinnovabile.

Questo testo è tratto dalla newsletter Economica.

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