Il 26 ottobre 2026 la Anthropic, l’azienda statunitense che sviluppa i modelli Claude, ha depositato alla Securities and exchange commission (Sec), l’autorità che vigila sulla borsa negli Stati Uniti, il modulo S-1. È il documento con cui un’azienda chiede di essere quotata e si presenta a chi potrebbe comprarne le azioni. La Anthropic vuole entrare al Nasdaq con la sigla Ant. Il numero di azioni e il prezzo non sono ancora stati fissati.

Il documento depositato supera le trecento pagine. Novantatré di queste sono dedicate ai rischi.

Ho preparato un archivio pubblico consultabile dentro Gemini Notebook che contiene il modulo S-1 definitivo e le versioni precedenti, alcuni testi scritti dall’amministratore delegato della Anthropic Dario Amodei, vari documenti interni (come, per esempio, la costituzione di Claude), alcune sentenze di tribunali statunitensi e qualche ricerca fatta da enti e istituzioni più o meno indipendenti sui concetti più cari all’azienda. L’archivio può essere usato per capire meglio la storia della Anthropic, i suoi obiettivi e il modo in cui racconta i suoi prodotti e il suo lavoro.

L’ecosistema finanziario della Anthropic

Ma prima di analizzare le parole dobbiamo parlare di numeri: sono quelli che spiegano perché gli investitori sono concentratissimi su questa quotazione in borsa, la prima per un’azienda nata da poco e che si occupa solo di sviluppare intelligenze artificiali. Fondata a gennaio del 2021 da un gruppo di sette ricercatori, la Anthropic nei primi sei mesi del 2026 ha fatturato 16,3 miliardi di dollari, circa 14 miliardi di euro, contro 1,2 miliardi dello stesso periodo del 2025. Nello stesso semestre, però, ha registrato una perdita netta di 80,7 miliardi di dollari.

Negli anni molti investitori hanno dato soldi alla Anthropic in cambio della promessa di ricevere azioni in futuro. Le regole contabili statunitensi trattano questa promessa come un debito calcolato sul valore reale (e attuale) delle azioni promesse. Quindi, più l’azienda vale, più quel debito cresce. Dalle casse, però, non è uscito un dollaro. La perdita operativa, invece, cioè quella che misura quanto costa davvero far funzionare l’azienda, è stata di 693 milioni. La spesa più grande resta la capacità di calcolo, che costa quasi nove miliardi in sei mesi.

Agli investitori la Anthropic promette molto. Scrive che il lavoro intellettuale nel mondo vale più di 40mila miliardi di dollari all’anno e che le ia di frontiera sono “un’opportunità più grande di qualsiasi ciclo tecnologico precedente”. Presenta Claude come un collaboratore virtuale che può funzionare in milioni di copie in parallelo e riprende una formula cara ad Amodei: è come avere “un paese di geni in un data center”. I piani di crescita vanno dalla sanità alla robotica, passano per l’espansione internazionale e la costruzione di nuovi data center di proprietà.

Ma come funzionano i ricavi della Anthropic? I soldi arrivano soprattutto dalle grandi aziende: più di 1.900 clienti pagano oltre un milione di dollari all’anno. Attenzione però: molti comprano i modelli Claude attraverso le piattaforme cloud che usano già, quelle di Amazon, Google e della Microsoft, che incassano e trattengono una commissione. Da quelle piattaforme è passato il 48 per cento del fatturato dell’ultimo semestre. Sono le stesse aziende che investono nella Anthropic, le vendono la capacità di calcolo e sviluppano anche modelli concorrenti. È l’oligopolio di cui parliamo spesso. Il prospetto lo elenca fra i rischi, con tre parole: “conflitti d’interesse”.

La struttura di comando

La Anthropic è una public benefit corporation, cioè una società che per statuto deve bilanciare la ricerca di profitto degli azionisti con uno scopo pubblico, in questo caso “lo sviluppo e la manutenzione” in modo responsabile “di ia avanzate per il beneficio a lungo termine dell’umanità”.

La maggioranza del consiglio di amministrazione viene eletta da un fondo fiduciario di cinque persone, il Long-term benefit trust. I sette fondatori, attraverso una società comune, avranno il 50,1 per cento dei voti su tutto il resto. Chi compra le azioni in borsa, insomma, si prende una quota dei profitti futuri ma non avrà quasi nessun potere sulle decisioni, come dice lo stesso modulo S-1.

E finalmente arriviamo ai rischi. Ci sono quelli che si trovano in qualsiasi documento del genere, dalla concorrenza esterna alla dipendenza da pochi fornitori e pochi clienti. Poi ce ne sono altri molto specifici. A febbraio del 2026 l’amministrazione Trump ha ordinato alle agenzie federali di smettere di usare i prodotti dell’azienda, dopo che la Anthropic aveva rifiutato di concedere i propri modelli per la sorveglianza di massa e per le armi completamente autonome. Così, il dipartimento della guerra l’ha classificata come rischiosa. Ad agosto del 2026 un tribunale federale ha dato ragione all’azienda ma a settembre un’altra corte le ha dato torto e la causa è ancora aperta. Questo contenzioso è, ovviamente, un rischio per gli investitori.

Controlli indipendenti

E poi c’è l’apocalisse. A pagina 46 del modulo la Anthropic scrive che “sia all’interno della nostra organizzazione sia da altri ricercatori, autorità di regolamentazione, decisori politici e operatori del settore sono state sollevate preoccupazioni sul fatto che sistemi di ia sufficientemente avanzati, se non sviluppati, distribuiti e gestiti con adeguate salvaguardie, supervisione e misure di sicurezza, possano porre rischi catastrofici o esistenziali per l’umanità”.

Aggiunge che i modelli potrebbero tentare di “resistere allo spegnimento” e produrre comportamenti “simili al ricatto”. E che, data la scala dei danni possibili, nessun assicuratore, e forse nemmeno l’intero settore assicurativo, avrebbe la capacità di coprire un incidente catastrofico.

Nel dibattito sulle ia questa idea si chiama p(doom), la probabilità (soggettiva e non misurabile) che le macchine portino a una catastrofe per la specie umana. Amodei ha dato la sua stima pubblicamente già nel 2025: c’è il 25 per cento di probabilità “che le cose vadano molto, molto male”. Ne abbiamo parlato più volte anche qui, a partire dalla parabola delle graffette di Nick Bostrom, che racconta soprattutto l’ossessione per la crescita infinita e i problemi del capitalismo, più che quelli delle macchine.

Il prospetto aggiunge un passaggio a questa storia. Finora il p(doom) era una scommessa personale, una frase per gli eventi aziendali o i podcast, un modo per rompere il ghiaccio alle feste della Silicon valley, un metodo sicuro per garantirsi l’attenzione dei giornalisti. Ora è diventata anche una voce specifica in un documento depositato presso un’autorità di vigilanza, messa accanto al rischio che salgano i tassi d’interesse o che ci sia scarsità di materie prime.

È vero che per chi scrive un prospetto del genere elencare qualsiasi rischio possibile è una forma di protezione legale: se un giorno qualcosa va storto, l’azienda potrà sempre dire di averlo scritto chiaramente. Jay Ritter, che studia le quotazioni in borsa all’università della Florida, ha fatto notare a Usa Today che, se il rischio di estinzione fosse preso sul serio, allora la gente dovrebbe ritirare tutti i propri investimenti. Perché mai dovremmo puntare sul futuro se tanto in sei mesi moriremo tutti? Però non succede nulla del genere. Anche perché non esiste un modo per incassare una scommessa sulla fine del mondo.

La Anthropic “chiede agli investitori di finanziare una corsa verso ia sempre più autonome, ammettendo che le capacità potrebbero superare la sicurezza”, ha detto alla Cbs il professor David Hsu, specializzato in tecnologia e imprenditorialità alla Wharton school dell’università della Pennsylvania. Ma mentre descrive i rischi si propone anche come azienda capace di contenere e risolvere i problemi.

Se davvero chi costruisce queste macchine pensa che le cose possano andare molto male, allora la decisione su come svilupparle e come metterle in sicurezza dovrebbe spettare a qualcun altro, cioè a un’infrastruttura con un potere decisionale slegato da quote azionarie o fondi fiduciari. Per ora, però, il rischio dell’apocalisse si potrà comprare e vendere in borsa.

Questo testo è tratto dalla newsletter Artificiale.

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