In questi giorni in diversi paesi del mondo – dall’Albania all’Italia, dalla Francia all’India – le persone stanno scendendo in piazza per protestare. E la musica è una delle componenti principali delle manifestazioni. Per le piazze di Parigi, per esempio, gira l’Orchestre du Nouveau Monde, un collettivo guidato dal venticinquenne Étienne Jarrier che suona vari brani, dall’Internazionale a Charles Aznavour. Nel nostro paese, invece, mi ha colpito molto un cartello sollevato da una ragazza: “Sono il futuro, ma senza un futuro”. Una citazione di 7 miliardi, brano del 2019 del rapper Massimo Pericolo che fotografava in modo violento ed efficace la disillusione e la rabbia giovanile.

C’è un disco uscito da pochi giorni che, perlomeno nella mia testa, dialoga con le proteste attuali, anche se parte da presupposti molto diversi. Si tratta di Everything in readiness degli Shovel Dance Collective, una band di Londra di nove elementi, composta da musicisti di origini eterogenee, che esplora come la musica tradizionale britannica custodisce storie queer, narrazioni proto-femministe e soprattutto le voci delle classi lavoratrici.

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In Everything in readiness ci sono pezzi strumentali, ma anche alcuni cantati, come Jowl, jowl and listen lads, un inno dei minatori di Durham che parla dell’importanza del jowling, il gesto di colpire la parete di carbone con il manico del piccone per verificarne la stabilità prima di colpire con tutta la forza.

Le percussioni, i violini, l’armonica, il dulcimer e gli altri strumenti suonati dagli Shovel Dance Collective rievocano le martellate dei minatori, mentre il testo del brano originale viene riadattato. Il gruppo aggiunge una strofa, presa tra l’altro da una discussione su un forum online, che dà alla canzone un accento politico ancora più forte: il protagonista sta per essere seppellito dalle macerie, ma nonostante questo cerca di salvare i propri compagni, mentre i proprietari della miniera restano indifferenti alla sorte dei lavoratori.

Altrove gli Shovel Dance Collective ribaltano la tradizione, come quando in Tally ho! Hark away! trasformano un canto di caccia in un’ode all’animale braccato, la volpe. In Bold captain Avery riportano in vita un brano dedicato dedicato alle gesta del pirata seicentesco Henry Every, le cui imprese venivano idolatrate dagli operai oppressi. Il finale, invece, è affidato a due brani sull’abolizione del carcere, A hundred stretches hence e I wish there was no prisons.

È paradossale, ma Everything in readiness è un disco attuale, quasi urgente. Il modo in cui gli Shovel Dance Collective rimaneggiano la tradizione è notevole, perché la fanno dialogare con il presente, interpretandola con rispetto, forza e coraggio. Mescolano il folk con la drone music, l’ambient e il post-rock (non è un caso che due componenti del gruppo, Alex McKenzie e Oliver Hamilton, facciano parte anche dei Caroline). Alcuni brani sono stati registrati dal vivo, e si sente.

Nel complesso la forza sonora degli undici brani è così dirompente che quasi stordisce. A chi ama il genere verrano subito in mente gli irlandesi Lankum, che musicalmente forse sono superiori agli Shovel Dance Collective ma sono anche più oscuri e introspettivi. Everything in readiness, invece, è quasi tutto urgenza, unione e rivolta. È il canto di protesta di ieri che diventa il canto di protesta di oggi.

Questo testo è tratto dalla newsletter Musicale

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