Giulio Regeni era un ricercatore italiano dell’università di Cambridge scomparso al Cairo, in Egitto, il 25 gennaio 2016, nel quinto anniversario delle proteste di piazza Tahrir. Aveva 28 anni. È stato rapito mentre raggiungeva una fermata della metropolitana e il suo corpo è stato ritrovato il 3 febbraio 2016 alla periferia della capitale egiziana con evidenti e terribili segni di tortura. Dall’autopsia svolta in Italia è emerso che la morte è avvenuta tra le 22 del 1 febbraio e la stessa ora del giorno successivo, a causa di una frattura al collo.
La morte di Regeni ha segnato un punto di rottura sotto molti aspetti, rivelando le atrocità del regime egiziano, i pericoli per la libertà accademica, le ipocrisie e le ambiguità della politica. I suoi genitori, Paola Deffendi e Claudio Regeni, hanno lanciato con Amnesty international la campagna Verità per Giulio Regeni per tenere alta l’attenzione dell’opinione pubblica e chiedere al governo italiano di portare fino in fondo le indagini.
Le autorità egiziane hanno cercato fin dall’inizio di insabbiare il caso con vari tentativi di depistaggio, cercando di volta in volta di farlo passare per un incidente stradale, un delitto passionale e un rapimento di criminali comuni. Ma fin dal primo rapporto dei medici legali di Roma è stato indicato il possibile coinvolgimento dei servizi di sicurezza egiziani. Dalle indagini successive è emersa l’ipotesi che volessero punire Regeni per le ricerche che stava svolgendo sui sindacati indipendenti, un tema considerato particolarmente delicato dal governo egiziano di Abdel Fattah al Sisi.
Le indagini giudiziarie hanno creato grande imbarazzo ad Al Sisi perché per la prima volta è stata fatta luce sull’uso della detenzione segreta fatto dai servizi di sicurezza egiziani, di cui secondo le associazioni di difesa dei diritti umani sono vittime migliaia di egiziani.
Il Cairo ha continuato a intralciare le indagini e a intimidire chi lavorava sul caso, come il consulente legale della famiglia Regeni in Egitto, Mohamed Lotfy, responsabile anche della Commissione egiziana per i diritti e le libertà (Ecrf). Alla fine del 2020 Lofty ha deciso di non collaborare più con la giustizia italiana, mettendo fine a un’indagine congiunta.
Anche la politica italiana ha mostrato molti limiti: i rapporti e gli interessi che legano Roma e Il Cairo sono rimasti saldi, con l’Egitto che nel 2020 si è confermato il principale acquirente di armi prodotte dalle aziende italiane. Le indagini però sono andate avanti, grazie soprattutto all’impegno della famiglia Regeni e della loro avvocata Alessandra Ballerini.
Il 10 dicembre 2020 la procura di Roma ha chiuso le indagini sulla morte del ricercatore italiano e ha chiesto che fossero processati quattro agenti delle forze di sicurezza egiziane per sequestro di persona pluriaggravato, concorso in lesioni personali e omicidio. Si tratta del generale Tariq Sabir, dei colonnelli Athar Kamel Mohamed Ibrahim e Uhsam Helmi e del maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif.
Il processo ha avuto uno sviluppo molto faticoso. Nel luglio 2022 la corte di cassazione di Roma aveva deciso di sospenderlo per l’impossibilità di notificare le accuse agli imputati, un requisito previsto dalla legge italiana. In un primo tempo il giudice per l’udienza preliminare aveva aggirato l’ostacolo considerando sufficiente la notorietà del caso, ma non è bastato.
Il 27 settembre 2023 però la corte costituzionale italiana ha autorizzato il processo in contumacia ai quattro cittadini egiziani, stabilendo che nel caso dell’omicidio del ricercatore italiano la mancata notifica degli atti processuali agli imputati non può essere un impedimento, perché il paese di appartenenza degli imputati non ha fornito nessuna assistenza.
Il 28 settembre 2026 è attesa la sentenza di primo grado della corte d’assise di Roma sul sequestro e sull’omicidio di Giulio Regeni. La procura ha chiesto la condanna all’ergastolo per Sharif, considerato il capo dell’operazione e accusato di aver torturato e ucciso Regeni, e 17 anni e sei mesi di carcere per gli altri tre imputati.
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