Come per il sesso e per il Natale, gran parte del divertimento dei vertici presidenziali sta nell’attesa. I leader delle due più grandi economie mondiali s’incontreranno a Washington il 24 settembre, affiancati da pezzi grossi del mondo degli affari. Si tratta, come concordano le parti, di un evento di grande importanza. Nessuna quindi vuole comprometterne l’esito con azioni avventate prima del tempo.
Questa cautela ha contribuito a tenere sotto controllo le numerose e annose dispute tra i due paesi. Potrebbe essere proprio quest’effetto moderatore l’aspetto più importante dell’incontro. Nessuno si aspetta infatti che i colloqui tra i leader portino a un accordo rivoluzionario o a una soluzione definitiva. In questo contesto, cosa succederà durante l’incontro conta meno di quello che non è successo prima.
L’incontro segue la visita di Donald Trump a Pechino a maggio e i colloqui tra i due leader a Busan, in Corea del Sud, nell’ottobre 2025, dove le parti avevano formalizzato la situazione di stallo raggiunta dopo mesi frenetici di dazi reciproci e limitazioni alle esportazioni.
A Busan gli Stati Uniti avevano accettato di rinviare di un anno un’ampia estensione della loro lista nera delle aziende cinesi. La Cina aveva invece rinviato l’adozione di un nuovo regime sulle esportazioni di minerali critici e batterie ad alta energia. Gli Stati Uniti avevano inoltre ridotto i dazi punitivi legati al ruolo della Cina nel commercio di fentanyl, e Pechino aveva ripreso gli acquisti di soia statunitense.
Quando i due leader si erano incontrati a Pechino, i risultati erano stati modesti. La Cina aveva promesso di comprare prodotti agricoli statunitensi per un valore aggiuntivo di 17 miliardi di dollari e duecento aerei Boeing, a condizione di poter ottenere anche i pezzi di ricambio necessari. Le parti avevano inoltre concordato di ridurre i dazi sulle importazioni non sensibili, per un valore di 30 miliardi di dollari.
A parte questo, il risultato più significativo era stato uno slogan: i due paesi avevano concordato di puntare a una “stabilità strategica costruttiva”, che suona ineccepibile, anche se non molto trumpiano. È improbabile che quelle tre parole possano finire su un cappellino del movimento Maga.
Nuovi motivi di attrito
Durante la visita di Xi a Washington gli statunitensi vorranno fare il punto sui progressi relativi ai prodotti agricoli e ai Boeing. Entrambe le parti hanno poi l’interesse a prorogare l’accordo di Busan per un altro anno. Ma questo non basterà a garantire la stabilità, anche perché continuano a emergere nuovi motivi di attrito. E la vaghezza della tregua fa sì che nessuna delle parti sa bene quali violazioni potrebbero essergli contestate.
A febbraio, per esempio, la corte suprema degli Stati Uniti aveva revocato molti dei dazi imposti da Trump, ma il suo governo si era affrettato a ripristinarli con nuovi pretesti. A luglio aveva imposto nuovi dazi del 12,5 per cento alla Cina per presunte pratiche di lavoro forzato.
Quest’ultima misura, con la sua giustificazione provocatoria, costituisce o no una violazione dell’impegno preso a Busan di non aumentare i dazi? Una domanda simile potrebbe essere posta anche per la decisione presa il mese scorso da un’autorità di regolamentazione statunitense di vietare i robot umanoidi.
Anche la Cina ha messo alla prova la tregua. Negli ultimi tre mesi le sue esportazioni di terre rare verso il resto del mondo sono diminuite del 28 per cento rispetto al 2025, sottolinea Capital Economics, una società di ricerca economica.
In assenza di un accordo commerciale più stringente, le speranze di stabilità risiedono semplicemente nella volontà delle parti. Negli ultimi diciotto mesi negli Stati Uniti i sostenitori della linea dura nel commercio hanno acquisito una maggiore consapevolezza della vulnerabilità del paese alle limitazioni cinesi sulle esportazioni, in particolare sui magneti. Sanno bene che la Cina reagirebbe se si spingessero troppo oltre.
Ma è anche vero che le esportazioni di Pechino hanno fornito un sostegno vitale alla sua crescita quest’anno (anche se le vendite dirette agli Stati Uniti sono diminuite). In un momento in cui la guerra in Iran non accenna a finire, i leader cinesi non hanno alcuna intenzione di provocare ulteriori shock al commercio globale.
Con un po’ di fortuna sarà quest’atteggiamento a prevalere a Washington, dopo l’incontro preparatorio del fine settimana a New York tra He Lifeng, responsabile dell’economia cinese, e Scott Bessent, segretario al tesoro statunitense.
A luglio Bessent aveva paragonato le relazioni tra Cina e Stati Uniti alla pallanuoto, sport in cui l’agonismo in superficie spesso nasconde comportamenti più duri sott’acqua. “Ultimamente i cinesi ci hanno riempito di calci. Se necessario, tireremo calci anche noi”, aveva dichiarato all’emittente Fox Business.
La buona notizia è che entrambi i leader sembrano voler continuare a giocare. Finché all’orizzonte ci sarà un incontro “importante”, le parti daranno prova di moderazione. Ed è proprio questo che rende gli incontri importanti.
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it