Ankara, la capitale turca, ha preparato tutto nei minimi dettagli per il vertice Nato del 7 e 8 luglio. Lungo le strade sono stati sistemati dei cartelloni blu e bianchi con i colori dell’alleanza per nascondere le baraccopoli, e ai tassisti è stato ordinato di indossare uniformi e di distribuire lokum e bevande fresche ai passeggeri. Dal 23 giugno è vietato qualsiasi raduno. Più di duecento persone vagamente sospettate di voler rovinare la festa, tra cui sindacalisti, ambientalisti, femministe e militanti di sinistra, sono state arrestate in via preventiva con l’accusa di “terrorismo”.

Il presidente islamo-nazionalista Recep Tayyip Erdoğan è attento alla propria immagine e vuole fare di questo vertice, il primo organizzato in Turchia dal 2004, una dimostrazione di forza e della volontà di avvicinarsi agli alleati europei e americani. E ha molte carte da giocare. La Turchia, confinante con l’Iran, l’Iraq e la Siria, custode dell’accesso al mar Nero e alla guida del secondo esercito più grande della Nato, vuole presentarsi come un polo di stabilità e una potenza regionale di cui non si può fare a meno.

Gli affari con l’Europa

Ma, oltre alle capacità militari di Ankara, è anche la vitalità della sua industria degli armamenti a interessare gli alleati. I droni, che sono diventati il suo marchio di fabbrica, sono prodotti dalla Baykar, l’azienda dell’ormai ricchissimo Selçuk Bayraktar, genero di Erdoğan e uno dei suoi potenziali successori,.

Nel 2025, dopo aver acquisito la storica azienda aeronautica italiana Piaggio Aerospace, ha concluso un accordo con il colosso della difesa Leonardo per la produzione di droni di nuova generazione. Nel maggio 2026 è stata la Safran, una delle principali aziende francesi nel settore delle attrezzature aeronautiche e di cui lo stato francese è azionista, a firmare una “partnership strategica” per attrezzare i droni turchi con il sistema elettro-ottico Euroflir e per lo sviluppo congiunto di sensori, sistemi di navigazione e armi teleguidate.

Oltre ai droni, il 20 giugno gli arsenali navali turchi hanno consegnato, per la prima volta, una nave da guerra a un paese della Nato: una corvetta destinata alla Romania, all’interno di un accordo da 223 milioni di euro. Le collaborazioni con i paesi europei si moltiplicano: con l’Italia, ma anche con la Spagna, con cui la Turchia ha avviato nel 2025 una coproduzione industriale dell’Hürjet, il primo aereo da addestramento a reazione e da attacco leggero sviluppato dall’industria aeronautica turca. Toccando i dieci miliardi di dollari (circa 8,7 miliardi di euro) nel 2025, le esportazioni turche nel settore della difesa e dell’aviazione sono aumentate del 45 per cento in un anno.

Un record che Erdoğan intende superare nel 2026, puntando alla montagna di 150 miliardi di euro del programma europeo di riarmo Safe, anche se l’integrazione della Turchia nell’Unione rimane poco probabile, perché richiede l’unanimità degli stati che ne fanno parte.

Il sostegno statunitense

“Non è nell’interesse di nessuno escludere, per interessi politici miopi, le capacità di cui dispone la Turchia nel settore della difesa”, ha ribadito Erdoğan il 30 giugno ad Ankara, davanti all’assemblea parlamentare della nato, invocando “una rete di sicurezza e difesa senza condizioni né restrizioni, dal Texas ad Ankara”.

Ma Ankara, che ha un’industria militare non ancora del tutto autonoma, rimane dipendente dai fornitori stranieri. Esclusa nel 2019 dal programma degli F-35, i caccia statunitensi di quinta generazione, a causa dei suoi legami ritenuti troppo stretti con Mosca, è finalmente riuscita a rimediare con gli Eurofighter britannici, comprati nel 2025 dopo che la Germania, coproduttrice del velivolo e a lungo riluttante ad autorizzare l’esportazione verso la Turchia, ha finalmente revocato il veto.

Il presidente turco può in ogni caso contare sul sostegno del presidente degli Stati Uniti, con cui è in ottimi rapporti. Donald Trump, che ha sottolineato di aver acconsentito a partecipare al vertice solo perché invitato dal suo “amico” Erdoğan, ha appena notificato al congresso statunitense la decisione di vendere alla Turchia dei sofisticati motori aeronautici per più di 700 milioni di dollari. I motori sono indispensabili ad Ankara per il suo progetto di aerei da combattimento di nuova generazione Kaan, che dovrebbero entrare in servizio nel 2030. La decisione di Trump preoccupa i parlamentari statunitensi, soprattutto quelli del Partito democratico, ma non hanno modo di bloccarla.

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