Figlia del grano, schiava del subdolo farinaccio,
madre dei cinque angoli del mondo e di tre ettari
[di terra,
moglie nasuta del falegname, amante del fumista,
regina odorosa di sapone grigio, signora con in capo
un fazzoletto dal bordo dorato, sfinita vassalla dei campi
con un nimbo di uccelli all’alba, levatrice del nostro
[pane,
maestra di minestre e zuppe acide, protettrice dei
[cavoli,
che hai portato l’agosto maturo nel fienile,
guerriera odiata dai gatti;
balia del lievito acido nella casa di pietra,
medusa con carenza di ossigeno e dita contorte,
che ci infili su un filo come spicchi di pera,
bella selenita dagli occhi sgranati,
nera indovina col gozzo sul collo,
sento intorno a me le tue gonne fantasia,
sette stretti anelli di antenati,
sonnambula che prendi fiato dalle fessure del sonno,
dama con il glaucoma che cerca tentoni una luce
in sala da pranzo, nella stufa, nel portico e nel pozzo,
genitrice crocifissa sul letto nuziale,
concubina abbandonata, schiava dolceamara
di antichi stornelli, superstizioni e credenze,
nonna, instancabile tentatrice, livido salice
che invadi ostinatamente i miei pensieri e le mie poesie,
clessidra, libro di vecchie parole e vecchi mondi
naviga per sempre con la tua clavicola rotta
lungo questo fiume incolore.
Wioletta Grzegorzewska nota anche come Wioletta Greg, è una scrittrice polacca nata nel 1974 e residente nell’Essex, Regno Unito. In Italia è uscito il suo romanzo Un frutto acerbo (Bompiani 2020). Questa poesia è tratta dalla raccolta Orinoko (Biblioteka Tyskiej zimy poetyckiej 2008). Traduzione di Raffaella Belletti.
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Questo articolo è uscito sul numero 1393 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati