Rifarsi il seno, il naso o ritoccarsi la forma delle palpebre. Le pratiche di chirurgia e di medicina estetica sul volto e sul corpo sono diffuse da decenni, mentre l’uso di queste tecniche nella sfera genitale femminile – chiamato pudicamente “chirurgia intima” – resta meno pubblicizzato. Questo non toglie che sia in piena espansione. Amplificazione del punto G, ringiovanimento vaginale con iniezioni di acido ialuronico, vaginoplastica per rassodare i muscoli della parete vaginale, riduzione del cappuccio clitorideo per aumentare il piacere sessuale, imenoplastica per ricostruire l’imene (spesso in nome di dettami religiosi o culturali legati alla verginità), labioplastica per ridurre le piccole labbra quando sono considerate troppo grandi: le donne possono scegliere tra un gran numero di interventi medici, con o senza bisturi.

Anche in Francia queste pratiche si sono diffuse (nel 2022 le labioplastiche sono state quasi quattromila, anche se la cifra è probabilmente sottostimata), ma il fenomeno ha dimensioni molto più ampie negli Stati Uniti, dov’è cominciato già negli anni ottanta. Nel paese esistono vaginal center e vulva spa che offrono bagni di vapore vaginali e vagacial (termine nato dall’unione tra vagina e facial, trattamento viso), mentre i chirurghi specializzati si presentano come vulvar designer. Il dottor David Matlock è considerato un pioniere nel campo dopo che ha fondato, nel 1996 a Los Angeles, il Laser vaginal rejuvenation institute (Istituto per il ringiovanimento vaginale con il laser).

Se oggi è possibile rendere più belli i propri genitali, per millenni la vulva è stata vista come qualcosa di respingente o addirittura inquietante. Secondo il padre della psicoanalisi Sigmund Freud (1856-1939) “l’apparato genitale resta vicino alla cloaca” e “nella donna è soltanto preso a prestito da essa”; per l’intellettuale Jean-Paul Sartre (1905-1980) “l’oscenità del sesso femminile è quella di ogni cosa spalancata”; il filosofo francese Alain Roger (nato nel 1936) nota che fin dall’antichità la vulva è vista come “sporca, pelosa, collosa”, ragione per cui appare poco nelle opere d’arte, diversamente dal pene.

“La vulva infastidisce, ma non è stato sempre così”, sostiene Christian-Georges Schwentzel, docente di storia antica all’università della Lorena, in un articolo del 2019 pubblicato sul sito The Conversation. Nella preistoria il triangolo pubico era spesso rappresentato, come si può vedere nel sito archeologico della Ferrassie, nel sudovest della Francia, o nella grotta di Chauvet nell’Ardèche. La Venere di Monpazier, ritrovata in Dordogna e risalente a circa 28mila anni fa, mostra una donna dalla vulva enorme, una sorta di iperbole della fertilità femminile.

Nell’antichità il sesso femminile continuò a essere valorizzato, in particolare in Mesopotamia, dove la dea Ishtar chiedeva al re suo amante: “Ara dunque la mia vulva, uomo del mio cuore!”.

“In Grecia e successivamente nel mondo romano”, osserva lo storico, “la vulva comincia a essere disprezzata”. Le dee sono sempre più vestite e nella letteratura latina compaiono “figure di ninfomani, presentate come donne completamente dominate dai loro organi sessuali senza freni”. Un esempio è l’imperatrice Messalina, dall’insaziabile “vulva turgida”.

Questa cancellazione continuò, salvo rare eccezioni, per secoli. Quando Gustave Courbet presentò nel 1866 il quadro L’origine del mondo, che ritrae da vicino il sesso di una donna sdraiata con le gambe aperte, l’opera fu considerata oscena.

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“L’orrore suscitato dal sesso femminile attraversa la storia delle rappresentazioni delle donne dalle origini ai nostri giorni”, sintetizza la psicologa clinica e psicoanalista Sara Piazza, autrice nel 2024 della tesi di dottorato Nymphoplastie. Coupez ce sexe que je ne saurais voir (Labioplastica. Tagliate questo sesso che non posso vedere). Il sesso femminile, osserva la specialista, “fa paura perché è considerato divoratore, insaziabile, vicino alla natura e all’animalità, con una capacità di godimento illimitato che metterebbe in pericolo l’uomo e il suo pene, o addirittura la prole”.

Da addomesticare

Probabilmente a causa di questa dimensione spaventosa – illustrata da miti come quello della “vagina dentata” – la vulva è oggetto da tempi molto antichi di interventi estetici più o meno invasivi. Interventi che servono per addomesticarla, per controllare la sua “bestialità”, per darle un carattere culturale, attraverso pratiche che vanno dall’epilazione all’escissione (l’ablazione parziale o totale delle piccole labbra, o addirittura delle grandi labbra e della clitoride) all’infibulazione (la cucitura delle grandi labbra).

Risalente all’antico Egitto (non è quindi una pratica legata alla religione islamica, come si tende a credere), l’escissione si è diffusa in molti paesi africani, asiatici e mediorientali. Rito di passaggio per preparare l’adolescente alla condizione di donna, è stata spesso giustificata con la necessità di eliminare ciò che nel sesso femminile sembra appartenere a una dimensione maschile. La clitoride è vista come un piccolo pene, da togliere per permettere al sesso della donna di essere pienamente femminile.

Tuttavia, nota la psicoanalista Françoise Couchard nel libro L’excision del 2003, non è quella “la motivazione principale evocata per legittimare l’escissione e l’infibulazione”, ma “la preoccupazione di assicurare la verginità della ragazza, praticando l’ablazione dei suoi organi sessuali e chiudendo il suo sesso aperto”. Pratiche di questo tipo sono esistite nella medicina occidentale fino all’inizio del novecento. Un trattato di ginecologia in latino del sesto secolo parla di un intervento che ricorda l’escissione, mentre nel rinascimento il chirurgo francese Ambroise Paré parlava di donne che si facevano tagliare le ninfe (piccole labbra) ipertrofiche, una caratteristica fisica che avrebbe provocato nelle donne un appetito sessuale sfrenato, rendendo necessaria l’operazione.

Alla voce “ninfa”, l’enciclopedia di Diderot e d’Alambert fa riferimento anche alla labioplastica, cioè all’operazione chirurgica che riduce le dimensioni delle piccole labbra. Nell’ottocento alcuni medici raccomandavano la cauterizzazione della clitoride con ferri roventi, o addirittura la sua ablazione nelle ragazze o nelle giovani donne che si masturbavano. “S’interveniva per controllare quella che può essere considerata una sessualità potenzialmente sfrenata, una pulsione senza limiti”, spiega Sara Piazza.

La ricercatrice confronta le pratiche del passato e la chirurgia estetica intima. “Oggi sono le donne a chiedere di essere operate per ragioni estetiche, visto che considerano anormale l’anatomia del loro sesso”, osserva. “Ma queste pazienti, anche se non motivate da dettami medici o religiosi, s’inseriscono in una storia collettiva di rappresentazioni inconsce che attribuiscono un valore negativo al sesso femminile, e lo considerano qualcosa di sporco”.

Joëlle Mignot, sessuologa e direttrice della rivista Sexualités Humaines, ricorda che “da un punto di vista medico nell’anatomia genitale non esistono criteri estetici o normativi. Tutti i genitali delle donne sono diversi, al pari di quelli maschili”. Mignot constata che su questo argomento c’è molta ignoranza e che gli immaginari collettivi sono condizionati da rappresentazioni standard dei genitali femminili, il più delle volte ridotti a un triangolo pubico inciso da una fessura, “un sesso chiuso, con poca peluria, che ricorda quello di una bambina”, spiega la sessuologa.

Questa conoscenza superficiale è confermata dalla drammaturga statunitense Eve Ensler, che nel 1996 diventò famosa per l’opera teatrale I monologhi della vagina: “Dico vagina perché non sono riuscita a trovare una parola che sia più completa, che descriva veramente l’intera zona e tutte le sue parti. […] Vulva è un termine più valido, più specifico. Ma non credo che la maggior parte di noi abbia le idee chiare su cosa comprende la vulva”. Il termine, derivante dal latino, indica la “matrice” e non è molto esplicativo.

Per lottare contro l’ignoranza artiste e attiviste femministe si sono lanciate in progetti di promozione della diversità anatomica dei genitali femminili, seguendo il movimento della body positivity. Lo scultore e fotografo Jamie McCartney ha realizzato nel 2011 il Great wall of vagina prendendo i calchi di quattrocento vulve. Nel 2013 una blogger, Emma, ha lanciato online il Large labia project pubblicando le foto del suo sesso, caratterizzato da piccole labbra asimmetriche che sporgono dalle grandi labbra. Dopo di lei altre centinaia di altre donne hanno fatto lo stesso. Nel 2019 ha aperto a Londra il museo della vagina, che mescola un approccio culturale e scientifico.

Stereotipi duri a morire

La scienza è in parte responsabile dell’ignoranza in merito alla vulva. La clitoride era già stata identificata nei trattati medici antichi, ma il termine è scomparso dai dizionari e dai testi di anatomia negli anni sessanta del novecento. Solo nel 1998 l’urologa australiana Helen O’Connell ha pubblicato uno studio con la prima illustrazione dettagliata dell’organo. Nonostante gli innegabili sforzi pedagogici per far conoscere meglio la “zona V”, gli stereotipi sono ancora radicati. E si rafforzano, forse sotto l’influenza congiunta della diffusione del porno e dei social media, con le loro rappresentazioni patinate dei corpi.

La medicina tratta i genitali come gli altri organi, senza tabù particolari”

Uno studio sulle foto pubblicate dalla rivista Playboy tra il 1954 e il 2013 ha mostrato che negli anni l’attenzione è passata dal seno alla sfera genitale delle donne, spesso con ritocchi fatti per cancellare ciò che è ritenuto inestetico, partecipando così all’idealizzazione anatomica del sesso femminile. Allo stesso modo la diffusione su ampia scala dell’epilazione pubica integrale o quasi, che mette a nudo la vulva, contribuisce a rendere visibili le sue pieghe e le sue protuberanze, giudicate negativamente in termini estetici.

Come sottolinea Sophie Berville, chirurga specializzata in patologie vulvari, dagli anni duemila nelle nostre società si è affermato un modello di riferimento della vulva: un pube glabro, senza pelle in eccesso, sodo, rosa e inodore. Quello che Piazza definisce un “sesso Barbie”, cioè ridotto “a una semplice fessura, qualcosa che non esiste”.

“Dietro questo criterio estetico”, specifica la psicologa, “ci sono delle rappresentazioni collegate a stereotipi di genere: l’elemento femminile dev’essere discreto, dolce, disciplinato, riservato. Tutto ciò che rappresenta un elemento di disordine – labbra eccessive, troppi peli, troppi elementi che possono ricordare gli attributi maschili – dev’essere rimosso”. E proprio per avvicinarsi a questa rappresentazione idealizzata diverse donne si sottopongono alla labioplastica.

Piazza è preoccupata di vedere che “l’idealizzato diventi la norma. Operare donne convinte di avere un sesso anormale, anche se non esiste uno standard dal punto di vista medico, significa creare e consolidare una norma”, si rammarica. “Le donne interiorizzano le rappresentazioni legate agli stereotipi di genere, e la medicina si fa complice di esigenze normative dettate dal patriarcato e dal capitalismo, che chiedono alle donne di essere sempre giovani, belle e con una pelle perfetta”.

Questi timori spiegano la diffusione negli Stati Uniti, a partire dagli anni duemila, di un movimento di contestazione della chirurgia estetica della vulva. Nel novembre 2008 alcune attiviste hanno messo in scena davanti al centro di chirurgia della vagina di New York lo spettacolo teatrale Dr Interest Free Financing Avalaible and the two vulvas (Il dottor Prestito a Tasso Zero e le due vulve), che denuncia gli eccessi commerciali di queste pratiche e paragona i medici che compiono questi interventi, definiti “mutilazioni”, a coloro che praticano le escissioni.

Questo ha spinto Berville a riflettere e a rimettere in discussione il suo lavoro. Oggi, insieme a Sara Piazza, discute sempre con le pazienti delle loro motivazioni a operarsi. Le due specialiste hanno adottato un questionario sulla qualità della vita sessuale, il Female sexual function index (Indice delle funzioni sessuali femminili). Secondo Berville, una constatazione è d’obbligo: “Prima dell’operazione le donne molto complessate per la loro anatomia sessuale soffrono di disturbi psicologici e hanno una qualità della vita sessuale molto inferiore alla media perché vogliono evitare l’esposizione della loro vulva. Dopo l’operazione la qualità della loro vita sessuale aumenta perché si sentono a loro agio quando fanno l’amore e nel loro corpo”. Un effetto molto positivo che, osserva la chirurga, “l’ha convinta a superare le sue ultime resistenze di fronte a queste operazioni”.

Pur capendo le critiche riguardo alla creazione di una norma idealizzata, Berville nota che “è molto difficile sfuggire ai canoni sociali. Al livello collettivo è necessario interrogarsi, ma al livello individuale non spetta a me decidere al posto di una paziente in difficoltà. Anche se non condivido quei canoni”. Inoltre, aggiunge, “l’aspetto etico interessa qualunque atto estetico, anche non chirurgico”, come per esempio tingersi i capelli bianchi.

È d’accordo Guillaume Durand, filosofo che lavora al policlinico di Saint-Nazaire, vicino a Nantes, dove si confronta con persone che vogliono sottoporsi alla chirurgia intima. Autore di La médicine des désirs (La medicina dei desideri), osserva che “molto spesso l’opinione pubblica percepisce questo tipo di richiesta come illegittima, perché il paziente non è veramente malato. Ma la medicina non si occupa solo di curare le patologie. Basti pensare all’anestesia epidurale: per decenni i medici si sono opposti, ritenendo che il dolore del parto non fosse una malattia”.

Durand sostiene che i medici devono “aiutare le persone a realizzarsi, a essere più felici. Se alcune donne pensano che saranno più soddisfatte ritoccando la loro anatomia genitale, la decisione spetta a loro”. A patto, aggiunge, che il rapporto tra rischi e benefici sia stato ben analizzato e che la richiesta sia “libera e consapevole”.

Secondo lui chi contesta queste pratiche estetiche insiste proprio su quest’ultimo punto, considerando spesso “con scetticismo” l’autonomia delle pazienti, presentandole come “immature, nevrotiche o influenzate da stereotipi sociali”. Invece nella maggior parte dei casi “le donne hanno già dovuto fare i conti con la disapprovazione legata al fatto di ricorrere al bisturi per questioni estetiche”. Una riprovazione ereditata, secondo lui, dalla filosofia antica e dalla “morale giudaico-cristiana, che incoraggia ad accettarsi come si è stati creati”.

Per Durand la chirurgia dell’intimo suscita tutte queste reticenze perché il sesso è l’organo tabù per eccellenza: “Parlare di chirurgia sessuale causa emozioni molto forti, una forma di paura, di timore, tutti elementi tipici del tabù. L’idea dominante è che il sesso è sacro, proibito e che va trattato diversamente dalle altre parti del corpo”. Una percezione contro la quale il filosofo si batte, favorendo invece una visione neutrale del sesso: “La medicina tratta i genitali come qualunque altro organo, senza tabù particolari”.

Può succedere, però, che il tabù del sesso femminile si trasformi in un totem. Alcune femministe, sottolinea la sessuologa Joëlle Mignot, “sono bravissime a fare della vulva uno strumento politico”, a tal punto che gli anglosassoni parlano di vulvactivism.

Mostrare fa riflettere

Esibire la propria vulva all’improvviso provoca un tale effetto di stupore in colui che si trova nella posizione di voyeur involontario che i rapporti di potere finiscono per essere rovesciati, rendendo le rivendicazioni molto persuasive. Lo aveva mostrato nel 1968 l’artista austriaca Valie Export con la performance Aktionshose: Genitalpanik, quando era entrata in un cinema porno di Monaco indossando una camicia nera e dei pantaloni con un buco sul cavallo che lasciava scoperta la sua vulva, invitando gli spettatori a toccarla. Tutti avevano preferito abbandonare la sala umiliati, perché l’artista li aveva costretti a confrontarsi con la loro violenza misogina.

Il gesto di esibire la vulva è in realtà molto più antico. Nella mitologia greca la dea Demetra, inconsolabile per la perdita della figlia Persefone, si mette a ridere quando la serva Baubo si solleva la gonna per mostrarle il sesso nudo. Lo spogliarello improvvisato desta dal torpore la dea dei raccolti, permettendo alla natura di ritrovare la sua fertilità.

Di esibizione delle parti intime, anasyrma in greco, si parla anche nel sesto secolo avanti Cristo, quando le donne persiane si alzarono le vesti per convincere gli uomini a tornare a combattere contro i nemici. Più recentemente, durante la seconda guerra civile in Liberia (1999-2003), l’attivista per i diritti civili Leymah Gbowee (premio Nobel per la pace nel 2011) minacciò di denudarsi in pubblico in nome della pace.

Negli Stati Uniti durante le manifestazioni del 2020 del movimento Black lives matter una donna soprannominata Naked Athena (Atena nuda) si è seduta nuda in strada allargando le gambe di fronte alle forze dell’ordine, che si sono allontanate in fretta.

Nel 2019 la performer lussemburghese Deborah de Robertis si era presentata nuda al parlamento europeo, accompagnata da altre militanti, per denunciare l’assenza di donne nei posti di potere e l’inerzia dei politici nei confronti della crisi ecologica e sociale. “Mostrare il corpo nudo”, ha dichiarato l’artista in un’intervista alla rivista Les Inrockuptibles, “può avere un carattere politico. Non è il corpo a essere politico, ma la riflessione che ne scaturisce”. In manifestazioni come quella dell’8 marzo a Parigi si vedono regolarmente striscioni con la scritta Revulvition.

Nel saggio del 1983 Baubo, la vulve mythique (Baubo, la vulva mitica), l’antropologo e psichiatra Georges Devereux scriveva: “Spero di ‘riabilitare’ la vulva e la vagina, la cui importanza nel vissuto individuale e nella cultura è stata sistematicamente obliterata da una preoccupazione incentrata sull’organo maschile”.

Depilata o con la sua peluria naturale, lontana da modelli di riferimento o ritoccata per sentirla propria, la vulva – anche se non sfugge alle mode del momento – sembra essere tornata al centro degli interessi delle donne, che vedono in essa una possibilità di empowerment, di riacquistare quel potere che ci ricorda come in principio era la V. ◆ adr

Motivazioni sovrapposte

◆ Secondo la Società internazionale dei chirurghi plastici ed estetici (Isaps), nel 2023 in tutto il mondo sono stati effettuati 189.058 interventi di labioplastica, con un aumento del 65,6 per cento rispetto a dieci anni prima. Nei soli Stati Uniti sono stati 18.120, con una crescita del 67 per cento rispetto al 2019. In media questa procedura costa quattromila dollari, senza contare l’anestesia e altre spese. Secondo uno studio dell’università spagnola di Saragozza pubblicato sul Journal of Clinical Medicine, la riduzione delle piccole labbra è la più diffusa tra le operazioni di chirugia estetica intima. La domanda crescente ha fatto nascere un dibattito in campo medico riguardo alle motivazioni delle pazienti, che nella maggior parte dei casi uniscono un disagio fisico a preoccupazioni puramente estetiche.


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Questo articolo è uscito sul numero 1629 di Internazionale, a pagina 55. Compra questo numero | Abbonati