È possibile che in tutto il mondo un giorno si raggiunga un reddito pro capite nazionale attorno ai cinquemila euro mensili per abitante, un livello vicino a quello che si osserva oggi nei paesi più ricchi, preservando al tempo stesso un pianeta abitabile? Dopo la pubblicazione a giugno del Global justice report del World inequality lab (Laboratorio sulle disuguaglianze mondiali), i termini del dibattito sono diventati più chiari. In sintesi, il rapporto è stato accolto bene nei paesi del sud, per esempio in India, ma in modo più critico al nord, in particolare dai mezzi d’informazione vicini agli ambienti imprenditoriali. Non è una sorpresa: il modello di sviluppo proposto consente una prosperità duratura per tutti, ma penalizzerà inevitabilmente alcune delle persone più ricche e inquinanti del mondo di oggi.

Per andare avanti bisognerà convincere i ceti popolari e medi del nord e del sud che il sistema attuale non è sostenibile e conduce a un inferno climatico, sociale e migratorio. Dopo un’estate segnata da eventi estremi, forse le coscienze cominceranno a risvegliarsi, ma la battaglia sul piano politico sarà dura. Per superare le contraddizioni attuali, occorre ripensare la prosperità nel rispetto dei limiti del pianeta, mettendo al tempo stesso in atto un vero programma d’azione.

Bisognerà convincere i ceti popolari e medi del nord e del sud del mondo che il sistema attuale non è sostenibile e conduce a un inferno climatico, sociale e migratorio

Primo punto: bisogna prendere coscienza dell’enorme bisogno d’investimenti nelle energie rinnovabili al livello mondiale. Se i paesi del sud si arricchiranno consumando la stessa quantità di combustibili fossili usata in passato dai paesi del nord, il pianeta brucerà.

Secondo punto: la trasformazione dei sistemi energetici non basterà. Per tenere il riscaldamento globale al di sotto dei due gradi rispetto all’epoca preindustriale è necessaria la sobrietà, cioè una trasformazione strutturale dell’economia volta a diminuirne l’impatto materiale. Per farlo bisogna ridurre l’orario di lavoro, modificare le abitudini alimentari per rendere possibile una riforestazione su vasta scala e abbassare il peso dei settori produttivi di beni materiali nell’economia. Per essere felice nessuno ha bisogno di passare il tempo a sostituire abiti usa e getta o telefoni di ultima generazione.

L’istruzione, la sanità e la cultura producono un benessere più autentico e duraturo: per ogni euro di prodotto interno lordo richiedono una quantità di risorse materiali e generano emissioni di anidride carbonica tre volte inferiori rispetto all’industria, all’edilizia o all’agricoltura intensiva.

Per realizzare le trasformazioni necessarie nei settori dell’energia, dell’istruzione e della sanità, occorrerà mobilitare enormi risorse: circa il 10 per cento del pil mondiale ogni anno fino al 2050. Sarà necessario chiedere un contributo ai più ricchi e ridurre le disuguaglianze che, come dimostra la storia, potrebbero diminuire ancora di più grazie alla mobilitazione sindacale e dei cittadini.

Il punto essenziale è che una trasformazione del genere deve andare di pari passo con la democrazia economica, l’autogestione, l’uguaglianza politica e territoriale e la sottrazione di beni e servizi alle logiche di mercato. In particolare, i cinquemila euro mensili pro capite non devono essere considerati un reddito puramente monetario. Comprendono anche il valore dei servizi non commerciali accessibili a tutti gratuitamente o a basso costo: istruzione, sanità, cultura, trasporti e forse in futuro anche i prodotti alimentari provenienti da una produzione locale e sostenibile, come propongono associazioni e amministrazioni concordi sull’idea di sicurezza sociale dell’alimentazione.

È questo il punto più importante: ogni paese può cominciare fin da ora a muoversi in questa direzione sul piano locale e nazionale, senza aspettare che si raggiunga l’unanimità. La Francia, per esempio, potrebbe decidere già nel 2027 d’istituire un fondo sovrano per riorientare gli investimenti e di varare un vasto piano di sviluppo dei servizi pubblici, finanziando entrambe le misure con un’imposta di solidarietà nazionale a carico dei più ricchi, sul modello di quella introdotta nel 1945.

Formando coalizioni più ampie con i paesi del nord e del sud, si potrebbero mobilitare maggiori risorse per finanziare la decarbonizzazione e lo sviluppo su scala mondiale, aumentando al tempo stesso quelle disponibili al livello locale e nazionale. Sono già state formulate numerose proposte concrete a favore della giustizia sociale e climatica, in particolare dal Brasile e dal Sudafrica.

I paesi ricchi devono comprendere che queste proposte non sono in contrasto con le loro iniziative, ma possono anzi integrarle e compiere insieme al resto del mondo ulteriori progressi. Una cosa è certa: nulla potrà essere realizzato senza porre finalmente la questione delle disuguaglianze al centro delle politiche climatiche e del nuovo modello di sviluppo. ◆ gim

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Questo articolo è uscito sul numero 1684 di Internazionale, a pagina 38. Compra questo numero | Abbonati