Nelle società tradizionali fondate sulla divisione in tre caste lo slancio dei guerrieri era mitigato dai saggi consigli dei bramini. Questa alleanza tra le due classi dirigenti, guerrieri e intellettuali, era considerata funzionale a equilibrare i poteri. Le élite potevano in questo modo disciplinare la classe lavoratrice, dandole un ordine e un senso e al tempo stesso spartirsi prestigio e privilegi. Guerrieri, sacerdoti, lavoratori: l’antropologo Georges Dumézil riteneva di aver individuato in questa triade il filo che accomuna le civiltà indoeuropee.

In realtà questa struttura è molto più diffusa e soprattutto somiglia più a un discorso normativo che a una realtà sociale immutabile. Il modello era generalmente elaborato dai sacerdoti, come i bramini nel trattato Manusmriti degli indù (nel secondo secolo avanti Cristo) o i vescovi nell’Europa cristiana dell’anno 1000. Il suo scopo principale era quello di disciplinare i guerrieri e imporgli il rispetto per il grande sapere e la cultura scritta degli intellettuali, cosa che evidentemente non era affatto scontata. Ma a volte era usato anche dai guerrieri per ottenere il consenso dei subordinati e mantenere l’ordine.

Le élite mondiali hanno tutto l’interesse a enfatizzare le loro differenze per avvicendarsi al potere, anche se sulle scelte di fondo non si differenziano poi tanto

La storia oggi sembra riproporci il pessimo copione di questa competizione tra élite. Da un lato abbiamo una destra mercantile, guerriera e nazionalista che ama presentarsi come antintellettuale, incarnata negli Stati Uniti da Trump e dai repubblicani. Dall’altro c’è una sinistra braminica istruita, liberale e internazionalista, rappresentata oltreoceano dai democratici. Come nel caso delle tre caste, questa contrapposizione tra destra mercantile e sinistra braminica è fittizia. Permette alle élite nazionaliste e liberali di spartirsi il potere e affermare il proprio dominio sulle classi lavoratrici.

Checché ne dicano gli uni e gli altri, anche i trumpiani possono contare su centinaia di esperti e professori, riuniti in potenti centri studi, come per esempio la Heritage foundation. Il programma ipercapitalista di cui sono promotori (difesa delle gerarchie sociali, glorificazione di una concentrazione estrema del potere e della ricchezza e di una fiscalità a favore dei più abbienti) non è molto diverso da quello degli economisti liberisti. La brutalità militare dell’epoca d’oro dell’ordine “liberale” (quella dell’invasione dell’Iraq lanciata da George W. Bush nel 2003) non aveva nulla da invidiare a quella odierna.

Al di là degli scontri retorici, esisterà sempre una diversità di aspirazioni, di stili e identità all’interno delle élite, come tra conservatori e liberali sotto le monarchie basate sul censo. Ma il punto è che queste élite multiformi hanno tutto l’interesse a enfatizzare le loro differenze per alternarsi al potere, anche se sulle scelte di fondo non si differenziano poi tanto.

Come siamo arrivati a questo punto? E come uscirne? Il mondo non è sempre stato governato dalle élite. Dopo le rivoluzioni sociali del diciannovesimo secolo e il trionfo del suffragio universale in quello successivo, le classi popolari e le loro organizzazioni sindacali e politiche sono riuscite a imporre una trasformazione profonda, talvolta accedendo al potere, ma più in generale rovesciando il rapporto tra capitale e lavoro. Nell’epoca d’oro del conflitto elettorale destra-sinistra, all’incirca tra il 1910 e il 1990, nello scontro politico si sono contrapposte le classi privilegiate e quelle popolari. Le prime votavano più a destra della media, le seconde al contrario votavano in prevalenza a sinistra. Le élite erano politicamente unite, così come le classi meno abbienti, e i ceti popolari rurali votavano a sinistra quasi con le stesse percentuali di quelli urbani. Questa dialettica consentiva di porre la riduzione delle diseguaglianze al cuore del conflitto politico.

Il sistema fondato sulle classi si è frantumato in due fasi, tra il 1980 e il 1990 e tra il 2010 e il 2020. Nelle democrazie occidentali oggi il reddito e il titolo di studio cominciano ad avere effetti divergenti sul voto. A parità di titolo di studio, naturalmente, un reddito più alto porta sempre a votare in prevalenza a destra. Ma a parità di reddito un titolo di studio più alto ormai è associato a un voto a sinistra. Questo si spiega con diversi fattori strutturali, a cominciare dalla maggiore complessità della struttura sociale e dalla drammatica ricomparsa delle fratture territoriali (le piccole città hanno meno accesso a università e ospedali e subiscono la concorrenza internazionale).

Tuttavia la spiegazione principale ha a che fare con le scelte politiche dei partiti socialdemocratici, che hanno abbandonato qualsiasi ambizione redistributiva, spingendo sempre di più l’elettorato più povero (soprattutto nelle piccole città) verso i nazionalisti e verso l’astensione. Per uscire dalla crisi la sinistra deve riconnettersi all’ambizione ugualitaria del passato e mobilitare le classi popolari, riconoscendo che le élite sono unite contro di loro. È l’unico modo di contrastare lo sfaldamento della democrazia. ◆ fdl

Questo articolo è uscito sul quotidiano francese Le Monde.

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Questo articolo è uscito sul numero 1666 di Internazionale, a pagina 44. Compra questo numero | Abbonati