desertificazione

Georges Bazongo ricorda che da piccolo, nel villaggio del Burkina Faso dov’è cresciuto, i suoi genitori e i vicini tagliavano gli alberi ogni anno per fare posto ai campi e “coltivare quello che serviva a sfamare le famiglie”. Vedeva anche gli alberi morire in una regione soggetta a forte siccità, un altro indizio del fatto che il terreno si stava impoverendo. Alcuni suoi parenti hanno dovuto trasferirsi in Costa d’Avorio in cerca di una vita migliore. Da dieci anni però le cose vanno un po’ meglio, dopo che il governo e alcune organizzazioni ambientaliste hanno spiegato agli abitanti del posto le cause e i rischi dell’impoverimento delle terre, fa notare Bazongo, 48 anni, che oggi è il responsabile in Africa occidentale dell’ong Tree aid.

Un quarto delle terre del pianeta è in cattive condizioni a causa dell’erosione e di attività umane come la deforestazione o lo sfruttamento eccessivo. Al villaggio di Bazongo, che dista più di 160 chilometri dalla capitale Ouagadougou, gli abitanti hanno delimitato delle parti di foresta da proteggere, hanno sviluppato metodi per risparmiare l’acqua e non esaurire i terreni, e hanno diversificato le colture.

Anche se la famiglia di Bazongo è cresciuta e i cambiamenti del clima continuano ad avere effetti sconvolgenti, c’è da mangiare per tutti e non c’è più bisogno di destinare nuovi terreni all’agricoltura. Il villaggio partecipa all’iniziativa della Grande muraglia verde, che punta a ridurre la fame, i conflitti e gli effetti dei cambiamenti climatici risanando i terreni della fascia a sud del deserto del Sahara. “È una fortuna aver acquisito le nuove competenze”, dice Bazongo, la cui ong partecipa all’iniziativa in cinque paesi. “Ma milioni di altre famiglie vivono in povertà e continuano ad ampliare i terreni agricoli, a tagliare gli alberi e a distruggere gli habitat naturali perché non vedono alternative”. Ottenere fondi per sensibilizzare queste persone, però, è difficile. Per questo Bazongo è contento dell’annuncio fatto in Francia l’11 gennaio al vertice One planet: governi e banche di sviluppo hanno promesso 14,3 miliardi di dollari per accelerare la realizzazione della muraglia.

Investimenti sensati

L’idea iniziale, lanciata nel 2007, era piantare una striscia di ottomila chilometri di alberi in undici paesi africani, dal Senegal a Gibuti, per fermare l’avanzata del deserto in una regione colpita dall’aumento delle temperature, dalle inondazioni e dai conflitti. In un primo tempo l’iniziativa era stata criticata perché si preoccupava solo del rimboschimento, ma poi si è ampliata, includendo la creazione di vivai e orti comunitari e la stabilizzazione delle dune per sostenere la vegetazione. Inoltre ha coinvolto venti paesi.

I fondi promessi la scorsa settimana sono una necessaria iniezione di fiducia per raggiungere l’obiettivo di risanare cento milioni di ettari di terreni degradati, catturare 250 milioni di tonnellate di anidride carbonica e creare dieci milioni di posti di lavoro nel settore dell’economia verde entro il 2030. Finora la Grande muraglia verde ha coperto solo il 4 per cento dell’area prestabilita. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite del 2020, è necessario aumentare il ritmo e arrivare a 8 milioni di ettari all’anno, il che comporterebbe una spesa compresa tra i 3,6 e i 4,3 miliardi all’anno.

Più di un abitante su cinque dell’Africa subsahariana ha sofferto la fame nel 2020. Si prevede che entro il 2050 la popolazione del Sahel raddoppierà e a quel punto la presenza di milioni di giovani che vivranno nelle aree rurali e che dovranno affrontare le conseguenze del crollo dei raccolti potrebbe alimentare migrazioni e conflitti. Secondo Louise Baker, che lavora per la Convenzione dell’Onu contro la desertificazione, finora pochi hanno preso sul serio la Grande muraglia verde, ma i piani di ripresa per il covid-19 sono un’opportunità per cambiare le cose: “Se è stato il nostro rapporto con la natura a farci finire in questo pasticcio, mettere la natura al centro contribuirà a risolvere molti problemi”. In posti come il Sahel, dove almeno il 70 per cento della popolazione pratica l’agricoltura, sostenere le filiere locali può ridurre la dipendenza dalle importazioni e dagli aiuti umanitari. ◆ gim

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Questo articolo è uscito sul numero 1393 di Internazionale, a pagina 24. Compra questo numero | Abbonati