Il governo Meloni ha chiesto alla Commissione europea di equiparare i soldi da destinare al riarmo a quelli per contenere gli effetti della crisi energetica dovuta alla guerra in Iran, in modo da non considerarli ai fini del patto di stabilità. La Commissione ha risposto concedendo sì flessibilità, ma non per quello che chiedeva Roma, cioè per tagliare le accise sui carburanti. La flessibilità può esserci solo per affrontare la dipendenza dai combustibili fossili, e quindi gli investimenti nelle rinnovabili vanno fuori dal calcolo del deficit. L’argomento a favore sia delle spese per il riarmo sia per la transizione ecologica è che aumentano la sicurezza nel medio periodo a fronte di costi immediati.

Ma l’impatto sulla crescita è diverso. L’ufficio parlamentare di bilancio ha stimato che la spesa italiana in armamenti ha un moltiplicatore inferiore a uno, cioè per ogni euro investito si genera meno di un euro di pil. Le spese per la transizione ecologica hanno un moltiplicatore pari a due: per ogni euro investito se ne generano due di pil. Quindi, almeno in via di principio, un po’ di ragione Giorgia Meloni ce l’aveva nel confronto con Bruxelles: se c’è flessibilità sul deficit per il riarmo, a maggior ragione dovrebbe esserci per la transizione ecologica. Quella vera però, che la destra italiana ha sempre ostacolato. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1669 di Internazionale, a pagina 100. Compra questo numero | Abbonati