Nel 2023 il vertice dell’Onu sul clima, la Cop28, si è tenuto in un paese petrolifero, gli Emirati Arabi Uniti. Pur con tutti i limiti, quel vertice si è chiuso con una dichiarazione frutto dell’azione di lobbying del coordinatore del sultano Al Jaber: l’impegno a una transizione ecologica che prevedesse l’abbandono dei combustibili fossili. Gli Emirati avevano già allora una strategia precisa, e la guerra dell’Iran fa da acceleratore: sfruttare il greggio finché c’è, preparandosi a un futuro post-petrolifero lontano. Ma le conseguenze arrivano subito. Se la domanda è destinata a diminuire, investimenti che richiedono decenni per fruttare possono diventare presto degli attivi da svalutare con perdite miliardarie. Si spiega così la scelta degli Emirati di uscire dal cartello dei produttori petroliferi mentre c’è il massimo beneficio a vendere più petrolio di quello concesso dalle intese con gli altri paesi dell’Opec. Gli Emirati hanno una capacità di produzione di cinque milioni di barili al giorno, ma per le intese dell’Opec si fermavano a 3,5. Dopo aver scoperto nel 2022 quant’era rischiosa la dipendenza dalla Russia, l’Europa ha ridotto la domanda del 20 per cento in quattro anni. Ora potrebbe succedere lo stesso con il petrolio, soprattutto se la crisi energetica innescasse anche una recessione nel breve periodo. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1664 di Internazionale, a pagina 105. Compra questo numero | Abbonati





