Era dal terremoto del 2015 che in Nepal non si vedeva un disastro di questa portata. Dal punto di vista dei danni economici a infrastrutture e proprietà, è il peggiore nella storia del paese. Il telerilevamento ci ha permesso di individuare con precisione il punto in cui la valanga sul versante nord della valle del Langtang, in Nepal, ha ostruito il fiume Lhende Khola, che si immette nel Trishuli, sempre in Nepal, provocando il cedimento dell’ostruzione il 26 agosto poco prima delle nove. La colata di detriti a Timure, al confine, ha raggiunto quasi 80 metri di altezza e, riversandosi a valle a grande velocità, l’alluvione ha travolto tutto ciò che incontrava sul suo cammino. Non ha risparmiato nulla.
Nessuno avrebbe potuto prevedere che questo disastro sarebbe accaduto proprio in quel momento. Ma chiunque avrebbe potuto dire che, prima o poi, sarebbe successo. Più volte abbiamo ricordato ai responsabili politici la necessità di prepararsi ad alluvioni scatenate da eventi meteorologici estremi, esondazioni improvvise di laghi glaciali e calamità climatiche transfrontaliere. L’abbiamo detto dopo l’alluvione del Barun Khola nel 2017, dopo il disastro di Melamchi nel 2021 e dopo l’alluvione della Teesta nel Sikkim, che ha spazzato via una diga da un miliardo di dollari. Sempre su queste pagine abbiamo scritto delle lezioni da trarre per le centrali idroelettriche nepalesi sull’Arun, sul Marsyangdi e sul Trisuli. E l’alluvione del Bhote Koshi dell’8 luglio 2025 è stata un altro campanello d’allarme.
Sostenere che il problema non l’abbiamo creato noi e che dovremmo essere risarciti per le emissioni storiche di carbonio può andare bene per i discorsi ai vertici sul clima delle Nazioni Unite. Non arriverà alcun finanziamento per le perdite e i danni. In questa vicenda siamo soli: dobbiamo costruirci da noi una strategia di sopravvivenza.
◆ Secondo il Centro internazionale per lo sviluppo integrato della montagna (Icimod), dal 1977 si sono registrate in Nepal 26 alluvioni dovute all’esondazione di laghi glaciali, di cui undici con conseguenze transfrontaliere. Il riscaldamento globale ha ulteriormente aumentato i rischi di tali eventi. Nel 2020 l’Icimod ha identificato 47 laghi glaciali pericolosi, tra cui 25 in Tibet, 21 in Nepal e uno in India. Un sistema di allerta precoce nelle aree a rischio aiuterebbe a limitare i danni. “La responsabilità non può essere solo dei paesi vulnerabili”, scrive il Kathmandu Post. “Quelli che hanno contribuito in larga misura alla crisi climatica devono aiutarli a sviluppare la tecnologia, le infrastrutture e le capacità necessarie per affrontarla”.
Non si è trattato di un disastro “naturale”. Non c’era nulla di naturale: né lo scioglimento del ghiacciaio dovuto all’accumulo di gas serra prodotto dalla combustione di fonti fossili, né la collocazione di costose centrali idroelettriche sui fiumi transhimalayani, né la scelta di progettare le autostrade lungo i corsi d’acqua, né gli insediamenti cresciuti intorno a quelle arterie, né la corruzione e l’avidità, né il malgoverno.
Allerta precoce
I nostri antenati sapevano di non dover vivere accanto ai fiumi himalayani. Gli insediamenti nepalesi sorgevano un tempo lungo i crinali più alti, e le pianure alluvionali erano usate solo per coltivare o macinare i cereali. I ponti erano strutture temporanee, progettati per essere ricostruiti dopo che le piene monsoniche li avevano spazzati via. La disperazione economica, l’esodo dalle aree rurali e la vicinanza alle strade hanno spinto le persone a insediarsi lungo le rive dei fiumi, pur conoscendone i pericoli. Una mappatura dei rischi degli insediamenti lungo le rive dei fiumi, fatta rispettare dai governi locali, avrebbe potuto salvare molte vite.
L’allerta precoce non servirà a nulla se le abitazioni si trovano proprio accanto a fiumi che scendono dalla catena montuosa più giovane e più attiva del mondo dal punto di vista sismico, oggi investita in pieno dall’impatto della crisi climatica. L’abbiamo ripetuto fino alla nausea dopo ogni disastro: non puntiamo tutto su un’unica carta. Invece di contrarre enormi prestiti per investire in cascate di costose centrali idroelettriche sui fiumi transhimalayani, il Nepal dovrebbe optare per progetti di dimensioni più contenute distribuiti sul territorio nazionale, così da ripartire il rischio.
In un solo colpo, il 26 agosto, il Nepal ha perso 440 MW di energia provenienti da 12 centrali idroelettriche, il 10 per cento della capacità di generazione totale del paese. Le linee di trasmissione e le sottostazioni situate lungo il corridoio fluviale sono state distrutte.
Una cultura del fatalismo può spiegare la scarsa attenzione per la preparazione a disastri che – lo sappiamo – accadranno ancora, e con frequenza sempre maggiore. Questa però non può essere una scusa. Anche se i governi precedenti hanno ignorato il problema, la nuova amministrazione nepalese deve adottare misure per affrontare i rischi sismici e climatici.
Winston Churchill ha detto: “Non sprecare mai una buona crisi”. Anche questo disastro offre al primo ministro Balendra Shah e al suo governo l’occasione di dimostrare un atteggiamento proattivo nella ricerca, nel soccorso, nella riabilitazione e in una strategia di preparazione per il futuro. Non dovrebbe servire un disastro per ricordarci che bisogna essere preparati. A quel punto, per molte persone, è già troppo tardi. Ancora una volta, non abbiamo saputo imparare la lezione. Questo periodo di lutto nazionale chiama i nepalesi all’unità e a mostrare lo stesso spirito di compassione e generosità che abbiamo già visto nel 2015. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1681 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati