Sono arrivata in Arabia Saudita vent’anni fa, da bambina. Ancora oggi, l’immagine più nitida che ho del paese risale a quelle prime impressioni: gli austeri profili dei grattacieli sotto un sole accecante, il frastuono delle strade intasate di traffico e contornate da marciapiedi vuoti, cancelli blindati e minacciosi e sterminate mura di cemento. Per quanto giovane, il mio corpo avvertiva l’ostilità di queste strade violentemente disciplinate. Capivo che non era un paese costruito per la vita pubblica.
La segregazione era onnipresente. Donne e uomini avevano spazi separati in negozi e ristoranti, così come nelle sale per gli eventi, in molti uffici, e addirittura in alcune abitazioni private. I lavoratori migranti del regno erano tenuti ancora più a distanza. Erano ovunque – nell’edilizia e nella raccolta dei rifiuti, alla guida dei taxi, dietro i banconi dei fast food, perfino nelle case saudite come babysitter o collaboratori domestici – e in nessun posto, messi a tacere da una legislazione sul lavoro basata sullo sfruttamento, che li privava della maggior parte dei diritti civili esponendoli agli abusi, alla deportazione o all’arresto. Provenienti per lo più dall’Asia meridionale o dall’Africa, nel 2019 gli immigrati erano circa 13 milioni: rappresentavano più di un terzo della popolazione del paese e più di tre quarti della sua forza lavoro.
Sono stata educata ad avere paura. M’insegnarono presto ad aderire alle norme di genere, a non discutere di politica in pubblico e a essere attenta alla potente polizia religiosa. Ho imparato che un passaporto statunitense (sono un’araba-americana) non mi proteggeva dagli apparati di sicurezza. Una volta scattai la foto di un tramonto dal sedile posteriore dell’auto di famiglia, e immediatamente fummo circondati dagli agenti. Non volendo arrestare una bambina, tennero mio padre in cella per un’intera notte di angoscia.
Dedizione all’egemonia
È stata questa atmosfera soffocante a spingere centinaia di sauditi nelle strade di Riyadh il 14 ottobre 2003, un evento storico in un regno notoriamente oppressivo. La manifestazione doveva coincidere con la prima conferenza sui diritti umani del paese, indetta dall’allora ministro dell’interno, il principe Nayef. Quel convegno puzzava di una particolare forma di ipocrisia saudita, con lo stato che imitava riforme progressiste per un pubblico occidentale allo scopo di rinsaldare il suo apparato di terrore interno.
Poco prima della protesta il governo saudita aveva tiepidamente promesso elezioni municipali. Era chiaramente una mossa per fare colpo sugli Stati Uniti, all’epoca impegnati in una disastrosa campagna di “costruzione della democrazia” nel vicino Iraq. Anche se l’Arabia Saudita non aveva mai esteso il suffragio a nessun cittadino, gli effetti del voto, nel caso in cui si fosse davvero svolto, sarebbero stati comunque insignificanti. Saad al Faqih, l’attivista saudita in esilio che aveva lanciato la manifestazione di ottobre, disse al New York Times che gesti simbolici come quello sarebbero stati “inutili” finché ai sauditi fossero state negate le “libertà di espressione e di riunione”.
Le richieste di Al Faqih e di chi lo appoggiava non furono accolte. Anzi, più di duecento manifestanti furono arrestati e varie decine, tra cui tre donne, furono condannate a tre mesi di carcere. I cortei in programma nelle settimane e nei mesi successivi finirono ancora prima di cominciare, anticipati da una schiacciante reazione dell’apparato di sicurezza. Nel frattempo, a casa mia a Jeddah, nella costa ovest del paese, non sapevo nulla degli eventi di Riyadh. Se anche fosse arrivata qualche notizia, a fornirle sarebbero stati mezzi d’informazione sotto il controllo dello stato, che sminuivano e demonizzavano i contestatori.
Queste sono le condizioni per chi tenta di agire in modo diretto e pubblico in Arabia Saudita, dove la famiglia Al Saud governa il suo moderno regno con spietate politiche di repressione dal 1932. Lo stato si è fondato su una violenta dedizione all’egemonia, mentre la casata dei Saud “unificava” la vasta penisola arabica cooptando e soggiogando diverse tribù beduine, minoranze religiose e avversari politici. Qualunque segno di ribellione – dai movimenti dei lavoratori alle proteste dell’emarginata comunità sciita – ha scatenato una reazione immediata e violenta. Per la maggior parte delle persone, lo spettro della violenza di stato e il controllo quasi totale sulla vita religiosa, educativa e sociale hanno reso praticamente impensabile la protesta pubblica.
Nel 2003 il governo reagì alla manifestazione di Riyadh espandendo ulteriormente la sua sorveglianza. Ispirandosi alla retorica statunitense della guerra al terrore, approvò una serie di campagne “contro l’estremismo”. Infrazioni vaghe come “turbamento dell’ordine pubblico dello stato” o “minaccia all’unità nazionale” diventavano reati di terrorismo, mentre le repressioni erano presentate come “misure di sicurezza”. In questo modo le élite saudite giustificavano le tattiche autoritarie continuando a godere dei vantaggi soprattutto economici di un “rapporto speciale” con Washington.
Senza precedenti
Da allora, il paese ha mantenuto una sorta di quiete ansiosa, anche quando le rivolte dilagavano nel resto della regione. Durante le primavere arabe le strade saudite rimasero per lo più silenziose, e la polizia schiacciò rapidamente le poche proteste sparse, soprattutto nella regione orientale a maggioranza sciita. Lì i proiettili delle forze dell’ordine fecero diversi morti, e centinaia di persone furono incarcerate. Le autorità annunciarono che era vietato protestare, emanando leggi “antiterrorismo” ancora più rigide.
Nel 2017 il principe ereditario Mohammed bin Salman, appena nominato, ha inasprito la stretta nei confronti di esponenti delle comunità politica, accademica, imprenditoriale e religiosa. L’ostilità dello stato nei confronti del dissenso, reale o percepito, ha raggiunto livelli senza precedenti, come ha dimostrato l’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi nel 2018.
Oggi nelle carceri saudite langue un numero incalcolabile di prigionieri politici (le stime variano da alcune centinaia a oltre 30mila). Molti sono sottoposti a torture, e a quasi tutti è negato un processo equo. D’altra parte, anche ai sauditi liberi è negata una rappresentanza politica. Lo stato non ha una costituzione né un organismo legislativo; il potere è nelle mani di un’élite sempre più ristretta. Per molto tempo il governo aveva tenuto alla larga il malcontento attraverso il welfare e una vasta gamma di posti di lavoro nel settore pubblico, finanziati dall’immenso patrimonio statale. Ma negli ultimi anni il crollo dei prezzi del petrolio ha eroso la ricchezza dello stato e queste politiche sono state ridimensionate, schiacciando quella classe media che avevano contribuito a sviluppare.
Il regime si è adoperato molto anche per limitare il dibattito politico in rete, investendo somme enormi in strumenti di ogni tipo, dagli eserciti di bot su Twitter alle tecnologie di sicurezza informatica per tracciare e punire le interazioni sulle piattaforme private. Tutti gli organi di stampa autorizzati sono rigidamente filogovernativi. Con il suo monopolio sulla violenza e sulla persuasione, l’egemonia dello stato sembra quasi totale. Come scrive Pascal Menoret nel suo recente libro Graveyard of clerics (Il cimitero dei religiosi), oggi l’Arabia Saudita è un “mondo della morte”, in cui il dibattito politico giace sepolto, stretto tra una propaganda sterile e l’onnipresente minaccia della violenza.
Vite ordinarie
Ma questa è solo una parte della storia. Come tutti i regimi autoritari, lo stato di polizia saudita è imperfetto, e le persone trovano ancora il coraggio, la disperazione o la rabbia per resistere, anche se in forme necessariamente deboli e provvisorie. In anni di ricerca e inchieste ho scoperto storie di resistenza dal basso che dopo anni di repressione restano poco conosciute. Ho incontrato molti attivisti e riformatori, con idee politiche diverse, e ho raccontato le storie di donne come Loujain al Hathloul, Aziza al Yousef, Hatoon al Fassi ed Eman al Nafjan, che hanno dedicato anni a rivendicare il diritto a guidare le automobili e la fine del sistema patriarcale di tutela maschile. Ho conosciuto molti sauditi che avevano cercato asilo in Europa e negli Stati Uniti dopo essere finiti nel mirino dello stato per le loro convinzioni. E ho parlato con decine di familiari dei prigionieri di coscienza. Molti sembravano confusi per la sparizione dei loro cari, tutti erano sconsolati e spaventati.
È sulla base di questo retroterra che ho affrontato il libro di Menoret, sulla storia dell’attivismo nel regno. Partendo dalla protesta dell’ottobre 2003, l’autore racconta come gli attivisti sauditi, privati dei canali convenzionali di partecipazione democratica e intrappolati in contesti urbani appositamente sprovvisti di “piazze pubbliche”, si siano impossessati di quegli spazi autorizzati dallo stato nelle periferie, nelle moschee e nelle scuole, per svolgere attività politiche clandestine. Antropologo per formazione, negli anni duemila Menoret aveva portato avanti una ricerca sul campo in Arabia Saudita. A queste abbondanti osservazioni e interviste ha attinto per esaminare il destino degli “attivisti di tutti i giorni” e il loro contraddittorio rapporto con lo stato.
Questo lavoro offre resoconti dettagliati di vite “ordinarie”, un gradito contrasto a molte analisi strettamente politiche ed economiche del paese che spesso appaiono sui mezzi d’informazione. Questo suo ritratto di un movimento frammentato ma ostinato – o di più movimenti – potrebbe sorprendere molti osservatori occidentali del regno.
Qualunque riflessione sulla politica saudita deve tener conto della religione che plasma la vita pubblica e privata. Anche se l’Arabia Saudita è spesso etichettata come una nazione “conservatrice” o “ultrareligiosa”, qui il ruolo dell’islam ha più sfumature e livelli. In superficie, la classe dominante saudita abbraccia una forma di devozione esteriore e politicizzata, che deriva dai suoi legami storici con il wahabismo, una setta puritana fondata nel settecento. Negli anni, i potenti leader religiosi wahabiti come lo sceicco Abdulaziz bin Baz hanno legittimato la famiglia reale per mezzo di decreti religiosi, tra cui una famigerata fatwa del 1990 che consentì l’ingresso delle truppe statunitensi nel paese.
In cambio, i wahabiti hanno goduto di un ampio potere sulla vita sociale e religiosa saudita grazie alla loro forte influenza sulle scuole e le università pubbliche, a una burocrazia delle fatwa, e alla carica del gran mufti, la massima autorità religiosa sunnita. Hanno anche usato la ricchezza saudita per esportare la loro ideologia all’estero, tra l’altro costruendo centinaia di moschee e scuole religiose in tutto il mondo. Alcuni componenti della famiglia reale hanno tentato d’indebolire il blocco wahabita ma con scarsi risultati, perché le crisi politiche spesso accrescono la loro dipendenza dal clero. Anche Mohammed bin Salman, che si presenta come un moderato e un modernizzatore, ha lasciato per lo più intatto il potere istituzionale dei religiosi.
Parallelamente al wahabismo saudita, si muove una tradizione vecchia di decenni di critica politica su base religiosa. Il libro di Menoret si concentra su questo movimento, genericamente noto come Sahwa, o “Risveglio islamico”. Venuto alla ribalta negli anni sessanta, il Risveglio è una vasta organizzazione sociale che usa il linguaggio del Corano e le funzioni della moschea per resistere all’egemonia dello stato saudita. Negli anni ha incluso diverse correnti teologiche, dal salafismo ai Fratelli musulmani.
La lente della religione
Menoret si sforza di descrivere le intricate e sfumate ascendenze teologiche della Sahwa, ma sottolinea che il movimento è definito dalle sue azioni, non dall’ideologia. “Al contrario dell’idea che l’occidente ha di ‘islamismo’, l’azione islamica è in evoluzione e guarda alle pratiche, non ai testi e alle dottrine”, scrive.
Menoret presenta “l’azione islamica” anche come una forma di critica postcoloniale. Gli attivisti, assediati da ogni parte, si sono appropriati dell’autorità religiosa come strumento per resistere alla tirannia saudita. Ma anche all’imperialismo occidentale, a cui molti di loro fanno risalire la stessa fondazione dello stato. Alcune delle prime campagne repressive degli Al Saud, risalenti agli anni quaranta, colpirono civili che contestavano gli interessi petroliferi statunitensi nel regno. L’accesso all’addestramento, all’intelligence e alle armi statunitensi, del resto, è un pilastro del brutale potere del regime.
Più di recente, la frenesia di “cooperazione” dopo l’11 settembre 2001 tra l’Arabia Saudita e l’occidente ha giustificato un’ulteriore repressione del dissenso politico. Gli attivisti del Risveglio islamico hanno spesso usato la religiosità dichiarata dallo stato saudita contro di lui, accusandolo di tradire la comunità islamica in favore degli statunitensi, descritti come moderni “crociati” (per ragioni simili Osama bin Laden invocava il rovesciamento violento della famiglia reale). Ma nonostante i riferimenti a dispute medievali, il movimento guardava alla geopolitica contemporanea. Questo punto va sottolineato. “Non tutti gli attivisti del Risveglio islamico erano molto religiosi”, mi spiega Abdullah Alaoudh, un ricercatore che vive negli Stati Uniti, figlio di una delle più importanti figure religiose della Sahwa, Salman Alodah. “Attingevano agli strumenti, al linguaggio e agli spazi che avevano a disposizione”. Spesso mescolavano le idee occidentali con gli insegnamenti islamici: “Vedevano le mancanze del governo nei confronti della popolazione, e lo criticavano attraverso la lente religiosa”.
Il padre di Alaoudh ha pagato un caro prezzo per aver espresso pubblicamente queste critiche. La prima volta che ha attirato l’attenzione del regime saudita fu nel 1992, per aver contestato la collaborazione con l’esercito statunitense durante la prima guerra del Golfo. Due anni dopo fu arrestato per aver partecipato a una rara manifestazione pubblica, e rimase in carcere per cinque anni. Circa vent’anni dopo, nel 2017, è stato tra le prime vittime dei provvedimenti di Bin Salman. Oggi Alodah è in carcere e rischia la pena di morte. Ufficialmente vietate, le registrazioni dei suoi sermoni circolano ancora clandestinamente. Di recente lui e i suoi colleghi si sono anche rivolti ai social network. Anche se detenuto, Alodah ha più di 13 milioni di follower su Twitter.
I viali di una volta
I territori oggi compresi nell’attuale Arabia Saudita storicamente erano abitati da popoli beduini. La conquista della penisola da parte degli Al Saud, e la sua successiva urbanizzazione e proletarizzazione, hanno portato all’erosione e a un diffuso disprezzo di questo patrimonio. Menoret sembra difendere l’autenticità saudita, e beduina in particolare. Lamenta la perdita dei “viali eleganti di una volta” e delle “maestose case a corte” che caratterizzavano l’epoca precedente ai quartieri residenziali, così come lo sgretolamento dei valori tradizionali. Ma non tutti i suoi interlocutori la pensano come lui.
Il suo libro si concentra quasi interamente sugli uomini. Una cosa inevitabile, viste le limitazioni imposte dalla rigida segregazione di genere, soprattutto all’inizio degli anni duemila. Menoret però avrebbe potuto fare di più per includere fonti esterne sull’esperienza femminile saudita. Inoltre accenna soltanto a come alcuni attivisti del Risveglio abbiano condiviso messaggi sulle donne profondamente discutibili e sminuenti. Tuttavia, concentrarsi solo su un genere gli permette di esprimere empatia per un gruppo spesso demonizzato: i giovani maschi sauditi.
Questo gruppo è stato oggetto di diffidenza, nel paese e all’estero. La nozione di “giovani” come classe emerse negli anni sessanta, quando gli alti prezzi del petrolio e il lavoro salariato permisero una nuova abbondanza di tempo libero istituzionalizzato. Sempre più istruiti e sotto occupati, i giovani sauditi – soprattutto uomini – diventarono un bacino di consensi che il governo e gli attivisti del Risveglio si contendevano. Come altri movimenti sociali dell’epoca, la Sahwa cercava di attirare i giovani attraverso la divulgazione e l’educazione politica, spesso promuovendo le sue attività come modo per alleviare la noia.
Nel limbo
Questi sforzi resero sempre più inquieti i burocrati del regno, spaventati dalla politicizzazione e dalla radicalizzazione religiosa. Così il governo, che definiva i giovani “una classe pericolosa, che necessita di supervisione”, lanciò programmi sociali per controllarli e condizionarli. Negli anni settanta istituì la Presidenza generale per il sostegno ai giovani, che sponsorizzava eventi di atletica e nuoto per distogliere l’attenzione dalla politica. Allo stesso modo, il festival di Janadriyah, promosso dalla Guardia nazionale, cercava di coltivare un sentimento di orgoglio civico. “Schiacciare l’azione collettiva e intrattenere i giovani era fondamentale per la sopravvivenza” della monarchia, scrive Menoret. Lo studioso considera il Risveglio islamico un antidoto all’alienazione e alla privazione dei diritti, capace di offrire “uno scopo a generazioni di sauditi” e di “aiutare gli esponenti delle classi medie e medio-basse ad avere fiducia e rispetto per se stessi”.
Menoret descrive alcuni quartieri “difficili” di Riyadh, dove i sauditi svantaggiati subiscono discriminazioni e violenze quotidiane. Questa popolazione bidun (senza cittadinanza) vive segregata in periferie remote, dove la spazzatura e i liquami riempiono le strade, e i giovani frustrati passano le notti a girare con le auto. Molti sono emigrati dalle aree rurali; gli altri sauditi li chiamano in modo dispregiativo “beduini”, associandoli alle droghe e alla violenza. Alcuni sono effettivamente apolidi, privi della cittadinanza saudita per errore o per incuria; spesso, quando dalle aree rurali si spostano in città, vanno a vivere in abitazioni abusive. Questo limbo politico prolunga l’insicurezza economica e alimenta rancore e alienazione.
Per molti adolescenti, entrare a far parte dei “gruppi di autocoscienza” era innanzittutto una forma di ribellione domestica
Anch’io ho visto i muri fatiscenti marchiati dai graffiti in questi quartieri, che Menoret paragona alle banlieue francesi. Come donna, mi sono sentita particolarmente a disagio, per i gruppi di shabab (giovani uomini) che si muovevano irrequieti tra strade cinte da muri. Magari scappavano da contesti domestici di oppressione o abusi. Ma le loro sorelle, madri e mogli non avevano questa possibilità. Come osserva Menoret, la struttura atomizzata e nucleare della famiglia delle periferie ha aumentato l’isolamento delle donne che, potendo guidare solo dal 2018, sono diventate più dipendenti che mai dagli uomini.
Grazie ai molti giri in auto per i quartieri di Riyadh, Menoret presenta un altro dei temi fondamentali del suo libro: l’intreccio tra pianificazione urbana e controllo politico, e in particolare gli effetti dell’espansione suburbana. L’autore descrive l’arrivo negli anni trenta di una potente compagnia petrolifera statunitense, in seguito nota come Aramco. Qualche anno dopo il suo primo contratto con il re, l’Aramco cominciò a costruire “quartieri residenziali in stile californiano” per il suo personale statunitense nella provincia Orientale, relegando i coolie, i lavoratori sauditi, in zone carenti di tutto.
Il pessimo trattamento riservato ai lavoratori sauditi scatenò negli anni quaranta e cinquanta numerose rivolte, tra cui scioperi e boicottaggi degli autobus, represse con violenza. Invece di ascoltare le rivendicazioni dei lavoratori, le autorità si affidarono al modello abitativo dell’Aramco, costruendo altre suddivisioni a reticolo “facili da sorvegliare”.
Ma l’infrastruttura petrolifera saudita continuò ad alimentare uno sviluppo iniquo, e le crescenti tensioni per le condizioni di lavoro provocarono ulteriori manifestazioni, scioperi e boicottaggi. Allarmato, il governo saudita raddoppiò gli sforzi nella pianificazione urbana, affidando a urbanisti europei il compito di aiutarlo a tenere sotto controllo una popolazione urbana in aumento. Il più importante di questi consulenti fu l’architetto greco Constantinos Doxiadis, che promuoveva progetti con megablocchi e stradoni che avrebbero “protetto” gli abitanti dalle “idee politiche tossiche”.
Quando scoppiò il boom petrolifero, le città si espansero molto di più e più velocemente di quanto immaginava Doxiadis. Tra il 1976 e il 1987 la superficie edificata di Riyadh crebbe di oltre il mille per cento, con gli abitanti dispersi in “reticoli remoti, piatti e monotoni”. Senza trasporti pubblici, la vita dipendeva totalmente dalle automobili. La società saudita diventò quello che Menoret descrive come un “mondo di cittadini-pendolari”. Questa crescita disordinata si rivelò un’arma a doppio taglio per il regime. Isolati e sparpagliati, lontani dai centri di potere, questi quartieri periferici ospitarono una nuova generazione di attivisti del Risveglio islamico, che organizzarono reti per collegarli.
Fondamentali in questa frammentata struttura organizzativa furono i “gruppi-auto”, ciascuno composto da un leader e alcuni studenti maschi. Il leader-autista passava a prendere gli studenti, spesso per andare in moschea o a scuola, e riempiva i lunghi tragitti con attività politiche e religiose. Questa routine favorì un senso di cameratismo che spesso si estendeva ad attività sociali, come pasti collettivi o gite. In un’epoca d’isolamento, scrive Menoret, il movimento “si fondava sulla capacità di guidare attraverso le periferie e riunire individui che vivevano sparpagliati su un vasto territorio”.
Per molti adolescenti, entrare a far parte dei “gruppi di autocoscienza” era innanzitutto una forma di ribellione domestica, una scusa per sfuggire al controllo dei genitori, che accoglievano con entusiasmo l’improvviso interesse dei loro figli per la moschea o la scuola. Un attivista della Sahwa al quinto anno delle superiori racconta di come la sua adesione al movimento sia stata un modo per dichiarare “l’indipendenza dalla casa”. Questa scelta avrebbe poi “cambiato la sua vita”, perché partecipare alle attività del Risveglio ha fatto crescere in lui un senso di identità comunitaria e dovere civico: “La nostra realtà è penosa, e quando leggi del passato glorioso ne diventi ossessionato, e vuoi tornare a quel periodo. Ma la vera questione è: come fare qualcosa?”.
Questa domanda aleggia sul libro di Menoret. È difficile trascurare il fatto che la maggior parte dei gruppi del Risveglio raramente proietta le sue azioni all’esterno. Oltre a piantare i semi dell’autostima e a favorire un interesse verso le questioni religiose e sociali, i gruppi sono pensati per essere isolati dalla politica vera e propria. Gli arresti periodici dei leader religiosi che si erano esposti troppo hanno messo a tacere il messaggio politico del movimento. Per continuare ad accedere alle scuole e alle moschee statali in cui si organizzano, gli esponenti spesso devono negare di avere intenzioni politiche e allo stesso tempo non devono sembrare “troppo religiosi”. Così i gruppi spesso perdono affiliati, che si fanno prendere dallo sconforto o scivolano verso la sfera più innocua dell’automiglioramento.
In effetti, l’impressione generale lasciata da Graveyard è di frustrazione, nostalgia, perfino futilità. L’autore racconta del cinismo di molti dei suoi interlocutori che, esasperati dal “vuoto della politica e dall’impossibilità di organizzarsi”, abbandonano i gruppi di cui facevano parte. Alla fine del libro, Menoret arriva quasi a dichiarare una vittoria delle “élite statali”, che “sono rimaste al comando, protette dalla repressione e anche dall’immensa e caotica espansione urbana che avevano pazientemente progettato”.
Eppure le righe conclusive del libro trasmettono una nota di speranza, per quanto incerta. L’opinione diffusa sull’Arabia Saudita è sempre stata eccessivamente pessimista, sostiene Menoret. Lui attribuisce al Risveglio il merito di tentare una qualche forma di resistenza, e biasima chi cerca di misurarne solo l’impatto istituzionale: se “la conquista dello stato non è mai stata un opzione” per gli attivisti islamici in Arabia Saudita, “organizzarsi nelle sue crepe sì”.
Momenti di euforia
Dopo aver letto il libro di Menoret, ho riflettuto sul mio rapporto con il regno, un luogo che ho spesso trovato soffocante, ma che ho anche imparato ad amare. Ricordo fugaci momenti di euforia percorrendo in auto il lungomare di Jeddah con il suo odore di salsedine, per molti anni nel sedile del passeggero e poi, dopo il 2018, al volante. Ma ricordo anche giorni che sembravano eterni, sbiaditi dal sole, panorami inanimati di cemento, e la frustrazione di essere una giovane donna senza un posto dove andare. Penso ai miei amici e parenti, che vivono nella precarietà economica e sociale, sospesi tra il cinismo e le loro modeste speranze private. Penso alle vite che hanno costruito dentro lunghe distese di ambivalenza, ai bei momenti vissuti insieme nonostante tutto.
Penso anche al costo che altri hanno pagato per aver osato turbare il sonnolento status quo dell’Arabia Saudita. Al lamento delle loro famiglie. Alla loro frustrazione. “Perché hanno provato a cambiare le cose?”, sembrano chiedere queste urla, “tanto non cambia mai niente”. La casata degli Al Saud è ancora armata fino ai denti, sostenuta dalle superpotenze mondiali. Ma se il 2020 mi ha insegnato qualcosa è proprio che le cose possono sempre cambiare, e in fretta. Alla fine del libro Menoret ipotizza che il Risveglio non sia morto, “ma quiescente”. Su questo punto, mi trovo a ricorrere a una frase che ho sentito pronunciare in innumerevoli discussioni politiche: Allahu ‘alam. Lo sa Dio. ◆ fdl
1932 Abdulaziz Ibn Saud fonda il regno dell’Arabia Saudita e ne diventa il primo re.
1938 Si scoprono giacimenti di petrolio e la compagnia Aramco, controllata dagli Stati Uniti, comincia l’estrazione.
1980 Il regno assume il controllo totale dell’Aramco.
Ottobre 2003 La polizia reprime una manifestazione senza precedenti organizzata a Riyadh per chiedere riforme politiche.
Gennaio 2015 Sale al trono re Salman e suo figlio Mohammed bin Salman (detto Mbs) diventa ministro della difesa. Due mesi dopo comincia la campagna militare contro i ribelli sciiti huthi nello Yemen.
Giugno 2017 Un decreto reale ribalta l’ordine di successione e Mbs diventa principe ereditario al posto del cugino Mohammed bin Nayef.
Maggio 2018 L’attivista per i diritti delle donne Loujain al Hathloul è arrestata insieme ad altre sei persone.
Giugno 2018 Viene tolto il divieto di guida per le donne.
Ottobre 2018 Il giornalista dissidente saudita Jamal Khashoggi è ucciso e fatto a pezzi nel consolato saudita di Istanbul.
Giugno 2019 Secondo un rapporto dell’Onu ci sono prove credibili che Mbs e altri funzionari sauditi di alto livello siano responsabili della morte di Khashoggi.
2020 Secondo il rapporto mondiale di Human rights watch, per tutto il 2020 le autorità saudite “hanno continuato a reprimere dissidenti, attivisti per i diritti umani e religiosi indipendenti”. Il documento denuncia anche che le donne continuano a essere discriminate, mentre i lavoratori migranti subiscono abusi e sfruttamento. Bbc, Human rights watch
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Questo articolo è uscito sul numero 1395 di Internazionale, a pagina 48. Compra questo numero | Abbonati