Lo spettacolo del ritorno da Berlino dell’oppositore Aleksej Navalnyj, andato in scena il 16 gennaio, è stato organizzato dagli stessi personaggi che dirigono la politica russa.
La decisione di far atterrare il suo volo all’aeroporto moscovita di Šeremetevo invece che a quello di Vnukovo, la chiusura di due fondamentali arterie di comunicazione della capitale, i fermi delle persone pacificamente radunate in attesa di Navalnyj, il suo arresto in diretta al controllo passaporti: dopo questo show le autorità non possono più liquidare Navalnyj come “un blogger che non interessa a nessuno”. Mezzo milione di persone ha seguito in diretta sul sito FlightRadar il tragitto del volo che lo stava riportando a casa dalla Germania.
Le autorità hanno paura. Hanno paura non della persona Aleksej Navalnyj. Hanno paura del cambiamento.
Hanno paura che nulla sarà più “come prima”. Hanno paura di dover rispondere a una serie di domande scomode. Hanno paura che nella società maturi l’esigenza di un cambiamento reale, inteso come alternanza al potere, vera concorrenza politica e vera rappresentanza, discussione e dialogo sul futuro del paese. Navalnyj non è altro che l’incarnazione di tutte le loro paure.
A loro sembra di lottare contro un coraggioso oppositore. In realtà non è Navalnyj a minacciarli. È il vento del cambiamento. Un vento che molto presto potrebbe trasformarsi in un uragano.
◆ L’oppositore russo Aleksej Navalnyj è sopravvissuto la scorsa estate a un avvelenamento. Il 20 agosto è stato ricoverato in condizioni gravissime a Omsk, in Siberia, dopo essersi sentito male su un aereo diretto a Mosca. Due giorni più tardi è stato portato a Berlino, dove è stato curato all’ospedale della Charité, che ha confermato la presenza di un agente nervino nel suo organismo. Navalnyj ha accusato le autorità russe di aver cercato di ucciderlo, accuse corroborate dall’inchiesta di un gruppo di siti e giornali indipendenti. Il 17 gennaio è tornato a Mosca con un volo low cost da Berlino. L’aereo doveva atterrare all’aeroporto di Vnukovo, ma è stato deviato sullo scalo di Šeremetevo. Qui Navalnyj è stato subito arrestato. Dopo un’udienza in una stazione di polizia del comune di Khimki, è stato condannato a 30 giorni di carcere. Da quanto si sa, avrebbe violato, con il viaggio a Berlino, i termini di una pena sospesa relativa a una condanna per appropriazione indebita del 2014, che l’oppositore ha sempre giudicato motivata politicamente. L’Unione europea, il presidente statunitense Joe Biden e l’Alto commissariato dell’Onu per i diritti umani hanno chiesto la sua scarcerazione. Il Cremlino ha risposto che si tratta di questione interna. Il 19 gennaio l’entourage di Navalnyj ha pubblicato un’inchiesta sul principesco palazzo segreto costruito per il presidente russo Vladimir Putin sulle rive del mar Nero. The Moscow Times
Da qualche parte nel profondo della loro mente, quelli che siedono al Cremlino sanno che ciò che sta succedendo oggi è la conseguenza della loro impopolarità. I russi ormai conoscono i loro affari sporchi, i loro piani. Il loro tasso di gradimento sta precipitando, e l’abisso dell’incomprensione tra il potere e i cittadini si fa sempre più profondo. Tappare la bocca alla gente non serve, le intimidazioni non funzionano. Le persone che hanno il potere non vogliono somigliare ad Aleksandr Lukašenko, il dittatore bielorusso, impegnato da mesi a reprimere le proteste dei suoi concittadini. Non vogliono, ma tutto sembra andare in quella direzione. E lo sentono. Oggi devono interrogare solo se stesse. Per quanto tempo ancora intendono mantenere il potere? Cinque, dieci, vent’anni? Per quanto tempo ancora useranno il pugno di ferro? E quando quest’atteggiamento gli si rivolgerà contro? Dove sta andando la Russia, che strategia ha il paese? Che posto avranno queste persone nella storia? Chi prenderà il loro posto?
Le risposte a queste domande non le hanno. Sono arrivati al punto in cui non sono più capaci di darsi delle spiegazioni. Non solo ignorano come sarà il domani, non vogliono neanche pensarci.
L’unica possibilità che gli è rimasta è andare avanti per inerzia e combattere Navalnyj. Ma questo è solo un modo per sfuggire da se stessi e per non rispondere alle domande fondamentali. Prima o poi, però, dovranno farlo. Con o senza Aleksej Navalnyj. ◆ ab
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Questo articolo è uscito sul numero 1393 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati