La primavera araba nel 2011 ha portato centinaia di migliaia di egiziani nelle strade a chiedere pane, libertà e giustizia sociale. Ma i giovani avevano cominciato la loro rivoluzione già da anni. I loro strumenti erano una tastiera, un blog e grandi sogni di cambiamento. Era il 2006, la blogosfera egiziana stava prendendo forma. Era uno spazio incontaminato in cui i governi non avevano controllo, i contenuti erano schietti e personali: uno spazio senza confini né indottrinamento né censura.
Era anche l’inizio di un risveglio politico. Il movimento kifaya aveva cominciato a mobilitarsi mettendo insieme persone di ogni appartenenza politica per impedire al dittatore Hosni Mubarak, al potere da trent’anni, di cedere le redini al figlio. Accanto a questo movimento di piazza, pieno di energie ma limitato, ce n’era un altro in rete, guidato da blogger di ogni tendenza. Alcuni usavano la nuova cassa di risonanza come piattaforma per esprimere idee politiche e integrare il loro impegno sul campo intorno a temi sensibili come le violazioni dei diritti umani e le molestie sessuali. Altri la usavano come diario pubblico, sperando di suscitare dibattiti e riflessioni su tabù come l’ateismo o il sesso.
All’epoca ero a Londra per concludere un master in giornalismo. In un progetto avevo intervistato quindici blogger, alcuni dei quali avrebbero accumulato centinaia di migliaia di follower su Twitter nel 2011, quando i loro sogni di cambiamento sembravano finalmente sul punto di avverarsi. Già nel 2006 uno di loro progettava di creare una ong per i diritti umani e nel 2011, a 31 anni, sarebbe stato a piazza Tahrir, a raccogliere i frutti del suo attivismo dentro e fuori della rete.
Facendo un salto al 2019, ecco uno stralcio del suo ultimo post sul blog, dopo anni in cui aveva abbandonato la scrittura: “Sembra che stiamo giocando a una ‘tombola del genocidio’. Quale sarà la calamità? Cosa ci colpirà alla fine?”. Quando di recente l’ho ricontattato, immaginando un documentario sui blogger che avevo intervistato in passato, ha bocciato l’idea: “Ti basta trovare sei giovani, sui trent’anni, e riprenderli per una settimana. Per comprendere i danni non serve guardarsi indietro”. L’Egitto è diventato una grande cella, che non ha risparmiato neppure chi ha lasciato il paese, come il mio blogger del 2006. Penso a Wael Ghonim, amministratore della pagina Facebook “Siamo tutti Khaled Said”, che organizzò le proteste del gennaio 2011. Osservo la sua trasformazione sul profilo Twitter: a pezzi, instabile, a malapena sopravvissuto a un crollo psicologico dopo la detenzione ingiustificata di suo fratello.
Ma quello che è successo a Wael Ghonim non è una sorpresa né un’eccezione. La repressione che flagella il paese da quei diciotto giorni a piazza Tahrir continua incessante. Gli attivisti e difensori dei diritti umani incarcerati sono una goccia nell’oceano di detenuti, per lo più islamisti, lasciati a marcire in condizioni disumane. Il soffocamento della libertà di stampa è legalizzato da un labirinto di leggi che legittimano il blocco di migliaia di siti. Un’altra legge sfrutta le norme contro il terrorismo per colpire giornalisti e attivisti sui social network, stabilendo che le piattaforme online con più di cinquemila follower sono organi di stampa e quindi sono sottoposte alle stesse leggi draconiane. E una ristrutturazione della proprietà dei mezzi d’informazione ha creato una mostruosa e ben oliata macchina di propaganda sostenuta dai militari, che soffoca la sfera pubblica e rafforza l’autocensura.
Dalla prima linea della rivoluzione ai margini della sanità mentale. Questa è una generazione al limite. Ha visto la morte, ha sperimentato la privazione dei diritti, la calunnia, la violenza e l’accusa di aver tradito un paese per il quale avrebbe dato la vita. Il 12 febbraio 2011, il giorno dopo la caduta di Mubarak, i giovani egiziani erano osannati per il loro coraggio e la loro determinazione. Ma dieci anni dopo sono diventati un monito: incarcerati o in esilio, danneggiati senza possibilità di recupero, ingabbiati per sempre nelle loro prigioni mentali. Magari sono sopravvissuti alla violenza, ma potranno vivere con uno spirito amputato? Il poeta Langston Hughes scriveva:
Che succede a un sogno rinviato? / Forse si secca / come chicchi d’uva al sole? / O come una ferita / poi macera? / Ha il fetore della carne putrida? /
O fa la crosta, come un dolce, / zuccherosa e umida? / Forse è solo / un carico pesante. / O forse scoppierà?
Ai giovani morti nel 2011: riposate nella lotta. E a quelli che da allora sono diventati adulti: tenete gli occhi sulla meta. Verrà il vostro momento. ◆ fdl
Rania al Malky è stata caporedattrice di Daily News Egypt dal 2006 al 2012. Oggi collabora con diverse testate.
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Questo articolo è uscito sul numero 1394 di Internazionale, a pagina 28. Compra questo numero | Abbonati