Nell’agosto del 2024, dopo le elezioni venezuelane, avevo concluso con queste parole un articolo pubblicato sul País: “Le immagini della repressione in Venezuela e di un governo che si barrica senza neanche voler mostrare le prove della sua presunta vittoria sono un regalo prezioso per i reazionari di ogni genere. Un ‘socialismo’ associato alla repressione, alla povertà quotidiana e al cinismo ideologico non è certo la base migliore per un ipotetico Make progressism great again, per così dire. Se in passato il chavismo è stato una risorsa materiale e simbolica per le sinistre regionali, dalla metà del decennio scorso è diventato sempre di più un peso”.
Per una sinistra che credeva di dover affrontare ancora anni di desolazione politica, il chavismo sembrava un miracolo. Dopo la caduta del muro di Berlino e in pieno regno del “pensiero unico” neoliberista, il fatto che un presidente latinoamericano parlasse di socialismo era qualcosa di inatteso. Hugo Chávez era capace di citare il libro Bolshevism: the road to revolution (Bolscevismo: il cammino verso la rivoluzione) del marxista britannico Alan Woods e di leggerne alcuni estratti alla televisione, ma anche di invitare intellettuali di sinistra a discutere sul cambiamento sociale a Caracas. In poche parole, Chávez aveva riaperto il dibattito sul socialismo in un momento in cui sembrava ormai chiuso.
Il “potere popolare” di Chávez nascondeva una casta burocratica e autoritaria che controllava ogni cosa
Diverse iniziative di “potere popolare” sembravano dar corpo a questa rivoluzione. Fidel Castro aveva finalmente trovato qualcuno a cui passare il testimone e l’America Latina era nuovamente il territorio dell’utopia. Un turismo rivoluzionario aveva scoperto Caracas e i suoi quartieri più combattivi, come l’emblematico 23 de Enero. Ma sotto questo mantello di radicalismo si era rapidamente formata un’élite che si era servita dello stato come fonte di arricchimento personale e saccheggio delle risorse nazionali, comprese quelle petrolifere. I servizi pubblici che la rivoluzione bolivariana prometteva di garantire sono andati in rovina o hanno prodotto fin dall’inizio esperienze fallimentari. Il “potere popolare” nascondeva una casta burocratica e autoritaria che controllava ogni cosa e uno stato che rendeva inutilizzabile tutto ciò che nazionalizzava.
Le celebri “missioni sanitarie” organizzate da Cuba, oggi quasi scomparse, erano in realtà operazioni di medicina di base parallele alla distruzione del sistema di sanità pubblica, paradosso di un presunto socialismo che ha smantellato le forme dello stato sociale (modeste ma reali) che esistevano prima di Chávez, sostituendole con iniziative aleatorie finanziate dalle risorse petrolifere.
La situazione si è aggravata dopo la morte di Chávez. Una parte della sinistra, sia all’interno sia all’esterno del Venezuela, ha cercato scuse attribuendo tutti i mali al “madurismo” che si era allontanato dalla via indicata dal chavismo. Con il peggioramento della crisi successivo al periodo di prosperità petrolifera, l’energia della popolazione si è concentrata su soluzioni di fortuna ai problemi quotidiani. Questa ricerca di risposte individuali a una vita diventata impossibile ha trovato la sua espressione più drammatica in uno dei più grandi esodi migratori dall’America Latina, se non il più grande.
Nel frattempo il regime si era allontanato ulteriormente dalla sua base di legittimità elettorale, che era stata uno dei motori del chavismo. Un populismo senza popolo aveva sostituito il “popolo di Chávez”. Sui muri di tutte le città venezuelane apparivano i disegni stilizzati degli occhi dell’ex presidente, comandante eterno. Ma quello sguardo vigile si è rivolto sempre di meno alle persone comuni: come con il socialismo reale di stampo sovietico, le parole avevano perso significato.
Il discredito di Maduro è tale da paralizzare ovunque le risposte al più grave intervento imperialista degli ultimi tempi è successo il 6 gennaio a Washington bisogna ricordare un’altra terribile giornata: l’11 settembre
Ancora una volta, insieme a Cuba, la fonte di legittimità politica non erano più le conquiste sociali, ma la resistenza al presunto accerchiamento imperialista (un’idea che aveva sicuramente un fondamento). La ricchezza petrolifera del Venezuela ha alimentato il sospetto che l’impero volesse rubarla, un’idea piuttosto semplicistica che Donald Trump sta cercando di rilanciare, anche se le aziende petrolifere statunitensi sembrano scettiche al riguardo.
L’epopea della resistenza è stata sostituita da quella della costruzione di un modello politicamente democratico ed economicamente sostenibile. Come scrive il filosofo cubano Wilder Pérez Varona a proposito del suo paese, il lessico della rivoluzione – sovranità, popolo, uguaglianza, giustizia sociale – ha smesso di essere una grammatica comune e un orizzonte capace di organizzare l’esperienza sociale. Il rovescio della medaglia è stata una repressione crescente, con la partecipazione attiva del temuto Servicio bolivariano de inteligencia nacional (Sebin) che ha messo in carcere le persone senza il minimo rispetto dei diritti umani.
In questo modo il Venezuela si è trasformato in un potente strumento di propaganda per la destra. I mezzi d’informazione internazionali si sono concentrati su questo paese caraibico, anziché su altri regimi autoritari, perché faceva vendere. In seguito l’emigrazione inarrestabile ha trasformato il dibattito sul chavismo in un argomento d’attualità. Nei forum della destra e dell’estrema destra mondiale l’enorme numero di venezuelani sparsi per il mondo ha offerto una testimonianza militante ben più forte di quella della leader dell’opposizione María Corina Machado o dei suoi predecessori. Ogni emigrante venezuelano era il simbolo del fallimento del sistema.
In generale (e naturalmente con alcune eccezioni) la sinistra latinoamericana non ha saputo trovare né il linguaggio né il quadro teorico per mettere in discussione le tendenze del regime bolivariano, così come non ha saputo ritagliare a questo tema un posto nel dibattito pubblico, anche se spesso ha preso silenziosamente le distanze dal Venezuela. Nei dibattiti interni di diversi paesi, criticare il chavismo equivaleva ad allinearsi alla destra, cosa che non ha aiutato a definire un “contesto” adeguato (lo stesso ragionamento vale in buona parte per l’invasione russa dell’Ucraina).
Oggi il risultato di tutto questo è catastrofico. Stiamo assistendo a una specie di caduta del muro di Berlino per le sinistre latinoamericane e per alcune sinistre europee. Il discredito di Maduro è tale da paralizzare ovunque le risposte al più grave intervento imperialista degli ultimi tempi, che resta impunito.
La Casa Bianca ha ammesso chiaramente di aver applicato il “corollario Trump” alla dottrina Monroe. Questa dottrina, concepita nel novecento per ostacolare l’intervento delle potenze europee alla fine delle lotte per l’indipendenza, ha finito per giustificare l’ingerenza di Washington negli affari interni dei suoi vicini davanti a qualsiasi minaccia, reale o percepita, per la sicurezza statunitense. Il “corollario Trump” serve quindi a difendere in modo spudorato gli interessi statunitensi e a rafforzare i partiti di estrema destra nella regione. Contrariamente ai neoconservatori dell’epoca Bush, Trump non parla di democrazia e diritti umani per giustificare i suoi interventi. Nei suoi discorsi non c’è alcuna ipocrisia, ma un imperialismo nudo e crudo che gli permette di catturare Maduro, di pensare di poter strappare la Groenlandia alla Danimarca e di dire che gli Stati Uniti gestiranno il Venezuela fino a quando sarà organizzata una transizione accettabile per Washington, lasciando campo libero alle aziende petrolifere americane.
In fin dei conti, perché mai un “sottocapitalista” dalle velleità autoritarie che disprezza e sabota l’ordine multilaterale dovrebbe avere la pretesa di instaurare la democrazia al di là delle sue frontiere? La politica di Trump gode del sostegno dell’estrema destra regionale, che lo considera (a ragione) il “suo” presidente. La voce più chiassosa in questo coro è quella dell’argentino Javier Milei, che si commuove ogni volta che racconta i suoi incontri con l’inquilino della Casa Bianca.
Adesso l’eredità tossica di Maduro squalifica le proteste contro l’imperialismo. Com’è successo con la caduta del muro di Berlino, le macerie di questo crollo ricadono sia sui critici sia sui sostenitori di Maduro. Le crisi catastrofiche non tengono conto delle sfumature, ma fanno oscillare il pendolo fino all’estremo opposto. Oggi questo estremo è incarnato dall’ondata reazionaria che si abbatte sulla regione e definisce il nuovo campo di battaglia politica, lo stesso in cui devono agire le forze democratiche di sinistra, indebolite ma non ancora sconfitte. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1647 di Internazionale, a pagina 38. Compra questo numero | Abbonati





