La settimana scorsa c’è stata la conferenza stampa di presentazione della Berlinale, uno dei più importanti festival del cinema europei.
A un certo punto un giornalista, Tilo Jung, ha chiesto se il silenzio sulla Palestina del festival, di solito solidale con paesi o popoli vittime di soprusi, avesse un legame con la linea filoisraeliana del governo tedesco, che è il principale finanziatore della Berlinale.
Con qualche imbarazzo ha risposto per prima Ewa Puszczyńska, che fa parte della giuria ed è stata produttrice tra l’altro di La zona di interesse, il film sulla vita dei nazisti intorno al campo di concentramento di Auschwitz. “Farci questa domanda è un po’ ingiusto”, ha detto Puszczyńska.
Poi ha parlato Wim Wenders, che presiede la giuria: “Dobbiamo tenerci fuori dalla politica, perché se facciamo film dichiaratamente politici entriamo nel campo della politica. Ma noi siamo il contrappeso della politica, siamo il suo opposto. Dobbiamo fare il lavoro della gente, non quello dei politici”.
Questo rifiuto di esprimersi pubblicamente e di prendere posizione, nascondendosi dietro l’idea un po’ illusoria che l’arte possa rimanere fuori da ogni dibattito, ha sollevato comprensibilmente molte reazioni. Tra cui quella della scrittrice Arundhati Roy, che ha deciso, in segno di protesta, di non partecipare alla proiezione di un suo documentario.
“Ho ascoltato le dichiarazioni inaccettabili dei membri della giuria del festival di Berlino quando gli è stato chiesto di esprimersi sul genocidio a Gaza. Sentirli dire che l’arte non dovrebbe essere politica lascia senza parole. È un modo per chiudere ogni discussione su un crimine contro l’umanità che si compie davanti ai nostri occhi. Artisti, scrittori e registi dovrebbero fare tutto ciò che è in loro potere per fermarlo. Quello che succede a Gaza è un genocidio compiuto da Israele e sostenuto e finanziato dagli Stati Uniti, dalla Germania e da altri paesi europei, che sono complici. Se i più grandi registi e artisti del nostro tempo non riescono ad alzarsi in piedi e a dirlo, sappiano che la storia li giudicherà”. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1653 di Internazionale, a pagina 5. Compra questo numero | Abbonati