Secondo te come società siamo diventati meno inclini a fare figli per tutto il lavoro e i sacrifici che comporta o è solo diventato incompatibile con il modo in cui viviamo e lavoriamo?****–Nathan

Di sicuro i tempi sono cambiati: fino a un secolo fa in occidente fare figli era un aspetto cruciale dell’economia domestica. Oggi più che un investimento economico è un investimento emotivo e se ne fanno meno perché c’è chi ne vuole meno (o per niente) e chi non può permettersi di averne di più. Il calo della natalità è un tema complesso e stratificato con cui combattono tanti governi nel mondo. Mi ha colpito un articolo uscito la settimana scorsa sul New York Times secondo cui una serie di studi internazionali rivela che nei paesi e nei contesti in cui il lavoro è più flessibile – orari adattabili, possibilità di lavorare da casa, meno pendolarismo – le persone non solo dichiarano di desiderare più figli, ma spesso finiscono davvero per averli. Non perché lavorino meno ma perché il lavoro smette di assorbire ogni spazio morto e ogni energia residua. Secondo uno studio dell’università di Stanford, da quando la pandemia di covid ha favorito una maggiore diffusione del lavoro da casa, negli Stati Uniti sono nati 290mila bambini in più all’anno. Questo perché poter lavorare anche da casa aumenta le opportunità (“non si può restare incinta via email”) e la disponibilità (“meno pendolarismo lascia più tempo per fare i genitori”). Joanne Lipman, autrice dell’articolo, chiede ai governi: “Volete che la gente faccia più figli? Avete la soluzione sotto gli occhi: il lavoro ibrido”.
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Questo articolo è uscito sul numero 1653 di Internazionale, a pagina 14. Compra questo numero | Abbonati