Israele continua a brandire la sua minaccia estrema: l’occupazione della città di Gaza. Aleggia nell’aria e la tensione si diffonde. I visi diventano pallidi. I cuori tremano. Tutti si fanno la stessa domanda: “Sei pronto a partire?”.
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La verità è che nessuno vuole davvero lasciare la città. Nonostante la distruzione, la carestia, la paura e le perdite, le persone si aggrappano a quello che resta, con più ostinazione di prima. E comunque la decisione finale non ci appartiene. Poco importa fino a che punto resisteremo. Quando i carri armati avanzeranno e le bombe cadranno più vicine non avremo più scelta: dovremo andarcene.
Diciamo che siamo pronti a morire, ma è una bugia. Non vogliamo morire, vogliamo vivere. Vivere in modo dignitoso e in pace. Tutti i giorni cerchiamo di sfuggire alla morte. E tuttavia, poiché siamo palestinesi, la nostra realtà ci obbliga ad adattarci. Immaginiamo gli scenari peggiori e cerchiamo di prepararci per sopravvivere.
Calcoli silenziosi
Nessuno vuole partire, ma tutti si preparano in silenzio a farlo. Come mio cognato Youssef, che ha spedito coperte e materassi a sud, per fare i conti con il peggio: fuggire sotto i bombardamenti con i bambini, a mani vuote. Youssef sa cosa vuol dire l’esilio. Faceva parte delle centinaia di migliaia di persone costrette ad andare a sud e rientrate dopo la tregua di gennaio. Ha sopportato notti gelide nelle tende, la paura costante per i suoi figli e il peso della disperazione. Ha contato i giorni finché non è tornato a casa.
Ora prega giorno e notte per non dover mai rivivere quell’esperienza. Ma sa che non c’è niente di certo. Una notte i missili potrebbero costringerci a tornare in strada, di nuovo in fuga senza niente. Youssef vuole proteggere la sua famiglia, anche se sa che a Gaza non può farlo fino in fondo. Nonostante questo continua a dirsi: se dobbiamo partire, che almeno ci siano vestiti e coperte ad attenderci.
◆ È cominciata una mobilitazione di diverse realtà della società civile – tra cui il Global movement to Gaza e la Freedom flotilla coalition (Ffc) – in vista della partenza tra fine agosto e inizio settembre di decine di imbarcazioni cariche di aiuti umanitari dalle coste di Spagna, Italia e Tunisia verso la Striscia di Gaza. L’obiettivo della Global sumud flotilla è rompere il blocco imposto da Israele sul territorio palestinese e stabilire un corridoio umanitario. Si tratta della più grande missione marittima mai tentata verso Gaza e segue quella di altre due navi della Ffc salpate a giugno e luglio e intercettate dalle forze israeliane in acque internazionali. All’iniziativa partecipano migliaia di attivisti di 44 paesi.
Youssef non è l’unico a pensarla così. In tutte le case si fanno gli stessi calcoli silenziosi. Le famiglie valutano scelte impossibili, lacerate tra il desiderio di restare e la necessità di organizzare la fuga. Quando ho parlato con una mia amica per sapere quali erano i suoi piani, la sua risposta mi ha sorpresa. Insieme alla famiglia sta già cercando un posto a sud, un appartamento da affittare o anche solo un pezzetto di terra dove piantare una tenda. Le ho chiesto: “Perché? In passato sei rimasta nel nord. Tutt’e due ci siamo rifiutate di partire, senza pensare a quello che avremmo dovuto affrontare. Perché ora?”. Lei mi ha guardata e mi ha detto: “Perché ora so cosa succede se si resta. Se non partiamo oggi, domani potremmo dover fuggire senza niente, sotto le bombe”.
Tutti capiscono cosa si nasconde dietro le minacce di Israele. Tutti sanno che il piano di occupazione della città di Gaza potrebbe concretizzarsi oggi, domani o dopodomani. L’incertezza è soffocante, ma la direzione è chiara. La famiglia della mia amica cerca disperatamente da quasi due settimane un posto in cui andare. Ma non c’è niente. Gli edifici sono distrutti, e quelli che restano sono già pieni o troppo costosi. Un riparo, così come la sicurezza, è fuori dalla nostra portata. ◆ gim
Noor Alyacoubi è una traduttricee coordina il lavoro dei mezzi d’informazione in un centro di ricerca di Gaza.Scrive una rubrica sul quotidiano libanese L’Orient-Le Jour.
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Questo articolo è uscito sul numero 1629 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati