Nel nord del dipartimento di Cauca, dove dal 10 marzo ci sono blocchi stradali e scontri nell’ambito della minga (movimento di protesta_) _indigena, ci sono due fattori di destabilizzazione: le istanze storiche sull’uso e il possesso della terra e i diritti delle comunità indigene, e la presenza nel territorio di gruppi armati illegali che si contendono le zone lasciate sguarnite dopo il disarmo delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc) e il monopolio delle coltivazioni di coca e marijuana.

I manifestanti vogliono che lo stato rispetti il patto firmato nel 2014 dall’ex presidente Juan Manuel Santos, in cui si stabiliva un raddoppiamento del finanziamento per i progetti delle comunità. Ma il governo di Iván Duque (conservatore) ha dichiarato che mancano i presupposti e la capacità istituzionale per adempiere agli impegni presi. Questa risposta riflette l’errore storico dello stato colombiano nella zona, che non costruisce politiche pubbliche a lungo termine. I governi portano avanti negoziati con diversi settori sociali, ma quando si tratta di applicare gli accordi, mantengono le promesse solo in parte o non le mantengono affatto. Inoltre, l’abbandono statale crea uno spazio propizio al caos, a sua volta sfruttato dalle organizzazioni criminali.

Una barricata a Mondomo, dipartimento di Cauca, 14 marzo 2019  (Luis Robayo, Afp/Getty)

Interessi illegali

La strategia non può limitarsi a “un’occupazione militare dell’area”. Bisogna invece procedere a “un’occupazione istituzionale” che si traduca, tra le altre cose, in infrastrutture, istruzione, servizi pubblici e progetti economici, sanitari e abitativi. Dal momento che questo scenario fatica a realizzarsi, il secondo fattore di destabilizzazione del dipartimento guadagna sempre più terreno. È lì che ricompaiono e si rafforzano i gruppi armati. Non solo quelli che storicamente operavano nella zona, ma anche le nuove strutture illegali che si contendono il territorio.

La violenza nel Cauca arriva anche in paesi, come Santander de Quilichao, Caloto, Corinto, Jambaló, Tacueyó e Toribío, che hanno avuto una speranza di pace. Si tratta di popolazioni vissute per decenni in mezzo alle violenze di molteplici gruppi armati illegali. Questi luoghi sono diventati interessanti per questi gruppi per due ragioni: l’aumento delle coltivazioni di coca e di marijuana, e il fatto che la catena logistica del narcotraffico – dalle coltivazioni ai laboratori fino al porto – è molto breve e i costi e i rischi per i trafficanti sono limitati. Inoltre, è aumentato il costo della pasta di coca. Il guadagno maggiore per i gruppi armati è la tassa che riscuotono dai laboratori su ogni chilo di cloridrato di cocaina che producono. Questi gruppi non superano i duecento uomini armati ma, grazie ai guadagni che ottengono dal narcotraffico, hanno potuto comprare armi, equipaggiamenti e strumenti di comunicazione nuovi. La conseguenza di questa situazione è l’inizio di una nuova spirale di violenza e il riattivarsi degli scontri non solo tra le organizzazioni illegali, ma anche con le forze dell’ordine che cercano di reprimere l’avanzata di chi opera nell’illegalità. ◆ sc

Da sapere
La protesta

◆ Dal 10 marzo 2019 gli indigeni del dipartimento di Cauca bloccano la strada Panamericana. Chiedono al governo di Iván Duque più finanziamenti, protezione per i leader sociali, la difesa della pace e il rispetto degli accordi presi con il governo precedente di Juan Manuel Santos. La protesta si sta allargando e il 21 marzo nove indigeni sono morti nel dipartimento di Valle del Cauca. Semana


Néstor A. Rosanía è il direttore del Centro estudios en seguridad y paz di Bogotá.

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Questo articolo è uscito sul numero 1300 di Internazionale, a pagina 26. Compra questo numero | Abbonati