Ci sono paesi che hanno una reputazione compromessa agli occhi della comunità internazionale. A causa delle continue violazioni del diritto internazionale sono evitati, boicottati o colpiti da sanzioni economiche. Leggendo queste parole potreste pensare alla Russia, a Israele, all’Iran o alla Corea del Nord. Ma c’è un paese che di rado è considerato fuorilegge, anche se le sue azioni rispondono sempre più a questa definizione.
Gli Emirati Arabi Uniti stanno finalmente cominciando ad attirare una certa attenzione per le prove crescenti del loro sostegno alle Forze di supporto rapido (Rsf), che da anni terrorizzano il Sudan. Dall’inizio della guerra civile nel 2023, scatenata da una lotta per il potere con l’esercito sudanese, le milizie delle Rsf sono state accusate di pulizia etnica e violenze sessuali. Un’inchiesta delle Nazioni Unite ha concluso che il loro attacco contro le popolazioni non arabe nell’ovest del paese presentava “i tratti distintivi di un genocidio”.
Sono state trovate prove del fatto che il paese fornisce armi ai paramilitari delle Forze di supporto rapido in Sudan
Nel corso della guerra sono state raccolte prove del fatto che gli Emirati forniscono armamenti alle Rsf, contrabbandandoli attraverso il Ciad e sostenendo le forze mercenarie colombiane che gli stanno dando un supporto cruciale. Gli Emirati continuano a negare queste accuse, e dicono di essere una parte neutrale nel conflitto. È diventata un’esibizione quasi comica di indignata innocenza, di fronte a quello che ormai sanno tutti. La sceneggiata, però, sembrava funzionare, perché gli Emirati sono riusciti in larga misura a resistere alle accuse di complicità senza conseguenze.
Qualcosa, però, sta cambiando. Nei giorni scorsi sono arrivati due colpi in rapida successione. Con il primo l’organizzazione per i diritti umani FairSquare ha chiesto al ministero degli esteri britannico d’indagare su Sheikh Mansour bin Zayed al Nahyan, vice primo ministro degli Emirati e proprietario della squadra di calcio Manchester City, e di sanzionarlo per il suo presunto ruolo nel sostegno che il governo emiratino sta fornendo alle Rsf.
Nella denuncia si legge che “ci sono numerose prove raccolte da diverse fonti credibili, tra cui il gruppo di esperti sul Sudan delle Nazioni Unite, che gli Emirati da giugno del 2023 stanno procurando armi, munizioni e altre forniture alle Rsf”. Il documento sostiene la necessità d’indagare i presunti legami di Mansour con le Rsf. E sottolinea che, se il Regno Unito dovesse decidere di sanzionare l’emiratino, in base alle regole della Premier league perderebbe il diritto alla proprietà di una squadra di calcio (FairSquare sostiene di aver offerto a Mansour la possibilità di rispondere alle accuse, ma di non aver ricevuto risposta).
Il fatto che un’indagine sugli Emirati Arabi Uniti faccia il nome di un singolo componente del governo di Abu Dhabi rappresenta un cambiamento importante. Inquadra inoltre la scelta di non agire contro il paese sia come un problema di princìpi, sia come una possibile violazione dell’integrità delle istituzioni britanniche. Mansour infatti non è solo il proprietario di una squadra di calcio, ma fa parte di una famiglia reale che ha una società di private equity che possiede aree della stessa città di Manchester, soprattutto dopo un accordo stipulato con il comune che le ha venduto terreni a una frazione del loro valore. Lo dimostra un rapporto del 2022, anche se l’amministrazione comunale ne ha contestato le conclusioni, sostenendo di aver ottenuto il miglior accordo possibile.
Un attacco ancora più significativo contro il governo emiratino è arrivato dagli Stati Uniti. Due deputati del congresso, copresidenti bipartisan della commissione Tom Lantos sui diritti umani, qualche giorno fa hanno inviato delle lettere alla Walt Disney company, alla Nba e alla Nfl esortandole ad “assumere una posizione di guida morale” e a interrompere ogni rapporto con gli Emirati Arabi Uniti – compresi sponsorizzazioni e accordi commerciali – per il loro ruolo “nel favorire genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e pulizia etnica in Sudan, armando una delle fazioni coinvolte nella guerra civile”.
C’è davvero da stupirsi se gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno imposto sanzioni contro i vertici delle Rsf senza però nominare gli Emirati come sponsor del gruppo?
Appelli di questo tipo – che descrivono non solo la complicità degli Emirati Arabi Uniti nella guerra in Sudan, ma anche il loro coinvolgimento nelle economie, nell’intrattenimento e nello sport occidentali – infliggono danni seri in termini di reputazione. Abu Dhabi sembra chiaramente sensibile alla questione: nel 2024, quando un rappresentante sudanese li ha accusati di sostenere le Rsf durante una riunione delle Nazioni Unite voluta dal Regno Unito, ha reagito cancellando incontri ministeriali con Londra per punire il paese, reo di non aver reagito con sufficiente fermezza mentre il paese del golfo Persico veniva “diffamato”. Come si dice, avere la coda di paglia.
La reputazione degli Emirati Arabi Uniti si è costruita intorno a Dubai, rifugio cosmopolita fatto di vacanze al sole e stili di vita lussuosi. Meno attenzione viene dedicata alla capitale, Abu Dhabi, e alla sua famiglia reale, gli Al Nahyan, che detengono la presidenza degli Emirati e governano il paese in una partnership costituzionale federale con la famiglia reale di Dubai, gli Al Maktoum.
Da anni sono una forza destabilizzante nella regione e in Africa, sostenendo gruppi separatisti nello Yemen contro gli huthi, così come il generale Khalifa Haftar in Libia contro il governo riconosciuto a livello internazionale. L’obiettivo sembra essere quello di favorire leader con cui poter fare affari e impedire l’ascesa di forze ostili ai loro interessi. Il Sudan possiede preziosi territori portuali sul mar Rosso e una rotta commerciale che Abu Dhabi vuole controllare, per consolidare quello che è stato definito il suo “arcipelago d’influenza” nella regione. Il Sudan, inoltre, è ricco d’oro, gran parte del quale, dall’inizio della guerra, è finito a Dubai, tra i più grandi mercati mondiali per il commercio al dettaglio dell’oro.
Più in generale però, al di là delle risorse e dell’influenza strategica, gli Emirati portano avanti da quindici anni – dai tempi delle primavere arabe – una campagna per costruire potere per procura, dove le nascenti forze legate ai Fratelli musulmani sono il nemico dei regimi e delle monarchie consolidate.
Le ambizioni regionali degli Emirati li hanno progressivamente allontanati dai loro alleati del Golfo. Più di recente la loro uscita dal cartello petrolifero dell’Opec è stata interpretata come un rifiuto del dominio saudita all’interno dell’organizzazione. Il paese ha anche normalizzato i rapporti con Israele. Nei giorni scorsi è stato rivelato che gli Emirati, a differenza dell’Arabia Saudita e del Qatar, avevano lanciato in segreto un importante attacco contro l’Iran prima del cessate il fuoco di aprile.
Gli sforzi di Abu Dhabi per affermarsi come protagonista regionale hanno causato guerre e devastazione, in modo particolarmente catastrofico in Sudan. Sono stati sostenuti da Stati Uniti e Regno Unito, non solo alleati politici ma anche beneficiari finanziari. Ad aprile, durante un ricevimento parlamentare alla Camera dei lord, un funzionario emiratino si è vantato della partnership multimiliardaria d’investimenti tra Regno Unito ed Emirati, definendola il prodotto di una “profonda fiducia istituzionale”. E l’anno scorso, pochi giorni prima dell’insediamento di Donald Trump, gli Emirati hanno firmato un investimento da 500 milioni di dollari (429 milioni di euro) nell’iniziativa sulle criptovalute della famiglia Trump.
Quando ci sono in gioco somme così alte di denaro, c’è davvero da stupirsi se gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno imposto sanzioni contro i vertici delle Rsf e contro diverse aziende con sede negli Emirati legate al gruppo dirigente delle Rsf, senza però lontanamente nominare il governo emiratino come sponsor del gruppo?
“Il mondo non deve distogliere lo sguardo dal Sudan”, ha dichiarato la ministra dell’interno britannica Yvette Cooper, riferendosi alle violenze sessuali nel paese, quando in realtà uno dopo l’altro i governi britannici hanno accuratamente distolto lo sguardo da uno dei principali sponsor della tragedia in corso in Sudan.
Ora però gli appelli si fanno più forti e ai governi si chiede di dire finalmente quello che fin qui non hanno detto: gli Emirati si sono guadagnati un posto tra gli stati fuorilegge del mondo. ◆ gim
Questo articolo è uscito sul quotidiano britannico The Guardian.
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Questo articolo è uscito sul numero 1666 di Internazionale, a pagina 41. Compra questo numero | Abbonati





