Il sogno è che un giorno un tribunale possa processare il dittatore siriano Bashar al Assad, i suoi scagnozzi e tutti quelli che l’hanno fiancheggiato. Nei giorni scorsi su questo fronte è arrivata una bella notizia: tre agenti dei servizi segreti siriani sospettati di aver torturato gli oppositori sono stati arrestati in Germania e in Francia. Gli arresti, che non hanno precedenti, fanno seguito all’emissione di mandati di cattura e all’apertura di decine di procedimenti penali in diversi stati europei, tra cui Svezia e Austria.
Potrebbe volerci molto tempo, e le possibilità di farcela sono minime, ma alla fine la giustizia penale riuscirà a risalire la catena di responsabilità e a incriminare il tiranno siriano per il massacro del suo popolo, in corso da quasi otto anni. Alcuni avvocati e attivisti si stanno già preparando per il giorno in cui i responsabili dei crimini contro l’umanità in Siria saranno giudicati colpevoli. Ed è in Europa che questo lavoro comincia a produrre risultati.
Nei giorni scorsi è arrivata una bella notizia: tre agenti dei servizi segreti siriani sospettati di aver torturato gli oppositori sono stati arrestati in Germania e in Francia
Per capire il ruolo europeo basta pensare alle centinaia di migliaia di siriani che hanno raggiunto il vecchio continente dopo essere fuggiti dal loro paese. Molti profughi possono testimoniare i crimini. L’Europa è stata la meta preferita anche degli esponenti del regime di Assad per le loro vacanze e gli investimenti. Diversi paesi europei, tra cui la Germania, condividono il concetto di “giurisdizione universale”, che permette al tribunale di uno stato di processare i responsabili di crimini di massa anche se questi crimini non sono stati commessi sul suolo nazionale e non riguardano i suoi cittadini.
Il contesto geopolitico è stato favorevole ad Assad fin dall’intervento della Russia e dell’Iran. Mosca ha bloccato ogni tentativo dell’Onu d’interrompere il bagno di sangue o di portare la Siria davanti alla Corte penale internazionale. Gli Stati Uniti hanno tradito i siriani con il loro immobilismo, e lo stesso si può dire dell’Europa. Oggi si parla soprattutto dell’attacco contro Baghuz, ultima roccaforte del gruppo Stato islamico, e della decisione di Trump di ritirare i soldati statunitensi, mentre nelle nostre democrazie tiene banco il problema dei “nostri” cittadini che hanno combattuto al fianco dei jihadisti.
In tutto ciò si dimentica la tragedia dei siriani: i bambini soffocati dal gas sarin e da altre armi chimiche, le torture, le sparizioni forzate, le città e i quartieri martoriati dai missili Scud e dai bombardamenti. Per questo gli arresti in Germania e in Francia sono importanti. Un profugo siriano che ha riconosciuto in uno degli arrestati il suo aguzzino ha detto: “Ho pianto, ma con il sorriso sulle labbra. Per ore non sono riuscito a smettere di tremare. Oggi posso dire che l’impunità di cui hanno goduto in Europa gli uomini del regime è finita. E cresce la speranza che un giorno anche Assad sarà processato”.
La storia della giustizia internazionale, che lega il processo di Norimberga ai tribunali penali internazionali per l’ex Jugoslavia e il Ruanda, insegna che per i sopravvissuti e le famiglie delle vittime è fondamentale che l’orrore venga raccontato. Dal 2001 i luoghi della carneficina in Siria sono il vortice dentro cui è sparito il principio del “mai più” annunciato dopo la seconda guerra mondiale.
La ricerca della giustizia sarà una maratona, ma il passato insegna che le violazioni dei diritti umani non devono restare impunite, a prescindere dal tempo che serve. La raccolta delle prove e il tentativo di ricostruire i fatti sono fondamentali per evitare che la storia venga riscritta. I processi contro i Khmer rossi in Cambogia si sono svolti vent’anni dopo il genocidio. Pinochet fu arrestato otto anni dopo la fine della dittatura in Cile. Slobodan Milošević è morto in carcere. Certo, questi sono tempi difficili per la giustizia internazionale. Ma se nessuna corte internazionale può aiutare i siriani, è giusto che lo facciano i tribunali nazionali.
Dopo gli arresti in Germania e in Francia ho contattato Catherine Marchi-Uhel, ex giudice francese che guida la commissione delle Nazioni Unite creata nel 2016 per cercare prove sui crimini di guerra in Siria. Le ho chiesto se Assad sarà mai processato. La sua risposta è stata “forse”. E non solo Assad, perché l’Onu indagherà sugli autori di tutti i crimini commessi nel paese, inclusi il gruppo Stato islamico e i ribelli siriani. Il messaggio fondamentale di Marchi-Uhel è: “La situazione non resterà bloccata in eterno. Dobbiamo insistere”. La sua squadra ha bisogno di più risorse e di più personale. È il momento di fare un appello: se avete a cuore la giustizia, sostenetela, perché alla fine raggiungerà l’obiettivo.
Molte prove sono già disponibili, anche perché il regime siriano ha conservato un resoconto inquietante dei suoi crimini. Tanti documenti sono stati contrabbandati fuori dai confini siriani. C’è un’infinità di materiale da analizzare per stabilire la catena delle responsabilità. In cima a questa montagna è seduto Assad. Ricordatevi che ha solo 53 anni. ◆ as
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1297 di Internazionale, a pagina 34. Compra questo numero | Abbonati





