Durante la nevicata eccezionale del 1971 in Irpinia, Raffaella Spagnulo dà alla luce Francesca. All’inizio, coperta com’è da un sottile strato di peluria, la scambiano per un maschio. La bambina è affetta da irsutismo. Cresce protetta dall’amore, quello dei genitori, degli zii, Nina e Tito, e della nonna Ernestina che vogliono metterla al riparo dalla crudeltà del mondo. Francesca si vede per la prima volta nell’unico specchio sopravvissuto in casa, e si vede diversa dagli altri bambini, che più avanti le riserveranno cattiverie, prese in giro e isolamento. L’amica Imma sembra la sua unica alleata, in uno spazio dove il diverso viene subito trasformato in mostro. In quest’opera ci sono vent’anni di storia italiana, che qui comincia con il terremoto del 1980 in Irpinia. Il momento in cui la protagonista prende consapevolezza di sé e si stacca dalla famiglia coincide anche con quello del passaggio della narrazione dalla terza alla prima persona. E accade in concomitanza con la partenza per Roma, la città che si pone come nuovo rifugio opposto all’infanzia bucolica della campagna. Barbara d’Acierno, al suo esordio narrativo, usa il cuore dell’impianto favolistico per trasformare _Lupo giù per terra _in un romanzo di formazione, una _Caterina va in città _diversa, dove un’invisibile scopre altri come lei. Un romanzo vivido e politico. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1689 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati





