Le mie recenti ferie in Scozia sono state una buona occasione per fare una scorpacciata di romanzi in lingua inglese. Helen of nowhere, da poco annunciato nella longlist del Booker prize, è uno di quelli. Libro sottile e densissimo, presenta un professore universitario trascendentalista costretto a dimettersi in seguito a un cambio di passo nel dipartimento. L’uomo, lasciato anche dalla moglie nonché sua ex studente, valuta di acquistare una casa nella campagna inglese appartenuta a Helen, aristocratica che si è rifugiata lì in cerca di una vita bucolica e minimalista. I capitoli sono presentati con forma e tempi teatrali: il protagonista è solo “uomo”, gli altri personaggi sono “agente immobiliare”, “Helen”, “moglie”. Ognuno dei sei atti sposta il punto di vista e allarga lo sguardo sul professore, che si rivela un narratore inattendibile nelle conversazioni con Helen, nel monologo della moglie, nelle conversazioni con l’agente. È una storia provocatoria nel suo non prendere posizione su una singola verità, ma nel mostrare con un velo di ironia due prospettive sulla classe, la natura, la misoginia. Il secondo romanzo della statunitense Makenna Goodman (dopo The shame) è surreale a tratti e molto teorico per certi versi, eppure è per me tra i racconti più concreti del presente.
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Questo articolo è uscito sul numero 1679 di Internazionale, a pagina 81. Compra questo numero | Abbonati





