C’è un motivo per cui la violenza tra Gaza e Israele esplode con regolarità. Ma i protagonisti – l’organizzazione palestinese Hamas, al governo nella Striscia, e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu – non vogliono farci i conti. Da quando il 30 marzo 2018 sono cominciate le proteste della Marcia del ritorno, in cui i palestinesi manifestano al confine con Israele per chiedere la fine del blocco economico e militare sulla Striscia, il silenzio di Gaza è stato comprato a colpi di “sedativi” umanitari dagli effetti temporanei: un po’ di denaro dal Qatar qui, un’espansione della zona di pesca là. Ma questi rimedi creano una pericolosa assuefazione. Non appena si esauriscono, si scatena il bisogno di averne ancora. Senza una vera cura, i drogati di Gaza si agitano per cercare di soddisfare la loro dipendenza.
Nonostante il generoso sostegno che riceve dall’Iran, l’organizzazione della Jihad islamica invidia ad Hamas i soldi versati ogni mese dal Qatar con il benestare di Netanyahu e l’influenza che esercita al Cairo. Perciò vuole mandare all’aria i negoziati per la tregua mediati dall’Egitto. La base del gruppo appoggia l’escalation contro Israele, mentre i leader sperano di ampliare il loro consenso tra gli abitanti di Gaza, sempre più frustrati e disillusi.
Hamas, che non può vantarsi di alcuna conquista ottenuta in cambio della tregua con Israele, ha poco o nulla su cui far leva per convincere la Jihad islamica a non far saltare lo status quo. Anche i capi di Hamas sono sfiniti dai temporeggiamenti di Netanyahu. La loro ultima carta è tollerare le provocazioni militari della Jihad islamica perché è l’unico modo per far accorrere a Gaza gli egiziani e Nickolay Mladenov, il coordinatore speciale dell’Onu per il processo di pace in Medio Oriente, e per far progredire i colloqui sulla tregua verso risultati più concreti, rafforzando la propria legittimità e popolarità.
Così il lancio di razzi è l’ultimo strumento per unire la popolazione contro un nemico comune. Hamas vuole dire agli abitanti di Gaza che la resistenza è attiva, proprio mentre negozia un prezzo per svenderla. Netanyahu vuole comprare il silenzio di Gaza pagando il meno possibile, per non far arrabbiare i componenti più fanatici della coalizione che sta formando. Sa che nascondere la questione di Gaza sotto il tappeto non farà altro che accelerare il momento in cui esploderà di nuovo.
La lezione da imparare
Dunque Israele e Gaza sono in un circolo vizioso. Netanyahu promette di alleggerire il blocco su Gaza, gli egiziani sfruttano queste promesse per indurre Hamas a stare buona e a placare le proteste al confine. Poi gli egiziani e i mediatori internazionali spariscono, insieme alle promesse di Netanyahu. A quel punto da Gaza ricominciano a volare i razzi verso Israele per attirare l’attenzione. E allora arriva una valigia piena di soldi del Qatar che permette a Netanyahu di prendere tempo: fino alle elezioni, fino al giorno della memoria, fino alle celebrazioni per l’indipendenza, fino al festival musicale Eurovision.
I miseri finanziamenti del Qatar si esauriscono subito. Sono come una goccia nell’oceano per sostenere i debiti delle piccole aziende di Gaza verso quelle israeliane, per comprare beni di prima necessità israeliani ed egiziani, per aiutare alcuni fortunati a sfuggire alla miseria. A causa dell’economia devastata, delle industrie distrutte e del blocco che frena lo sviluppo, il denaro del Qatar finisce fuori da Gaza. Urlare e scalciare sembra essere l’unico modo per reclamare un’altra dose di calmanti. Questo paradigma odioso, immorale e criminale ha ridotto Gaza a essere dipendente dagli aiuti e a scambiare il suo silenzio per la prossima dose. Inevitabilmente è destinato a fallire ogni volta.
La sofferenza di Gaza non è una crisi umanitaria, ma una crisi politica per eccellenza. Israele ha motivi chiari per mantenere Gaza in quello che definisce uno “status quo”, ma che in realtà è una polveriera. Il conflitto continuo con Gaza aiuta Netanyahu ad alimentare le divisioni tra i palestinesi e annienta la soluzione dei due stati. Migliorare la situazione a Gaza è impensabile per i sostenitori più estremisti del premier israeliano, nutriti per anni dal mito che la ragione è del più forte e che l’unico modo per interagire con i palestinesi è la forza bruta.
Le soluzioni umanitarie non possono risolvere un problema politico. Ma una soluzione politica può porre rimedio alla necessità di interventi umanitari. L’unico modo per migliorare le vite degli abitanti di Gaza e degli israeliani del sud è mettere fine al blocco. Così l’escalation militare della Jihad islamica perderebbe la sua legittimità. Ma Netanyahu può dialogare solo con un partner legittimo e riconosciuto internazionalmente, cioè l’Autorità palestinese, che controlla la Cisgiordania. Quindi l’unica soluzione è portare avanti la riconciliazione palestinese.
C’è un’altra lezione offerta dal conflitto tra Gaza e Israele, che anche l’amministrazione statunitense di Donald Trump dovrebbe imparare. Il “paradigma della pace economica” è fallito ripetutamente a Gaza. Eppure è alla base del piano di pace che il genero di Trump, Jared Kushner, vuole proporre ai palestinesi. Un “accordo definitivo”, che offre aiuti e contentini economici in cambio dell’accondiscendenza verso Israele e dell’abbandono delle aspirazioni politiche. Anche questo paradigma fallirà, con effetti disastrosi.
Trattare i palestinesi come poveri (anziché impoveriti), miserabili (anziché immiseriti) e dipendenti dagli aiuti (anziché in lotta per l’autonomia) sono tutti modi stupidi e paternalistici per curare i sintomi di un malessere invece di affrontare le cause alla radice del male. Insistere su una soluzione umanitaria o economica alla questione palestinese, al posto di una strategia politica, significa uno spietato conflitto preannunciato. Immaginiamo il costo in termini di vite umane se in futuro la Cisgiordania finirà nello stesso circolo vizioso in cui sono oggi Gaza e Israele. ◆ _fdl _
Muhammad Shehada _ è uno scrittore e attivista nato nella Striscia di Gaza. Studia all’università di Lund, in Svezia._
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Questo articolo è uscito sul numero 1306 di Internazionale, a pagina 24. Compra questo numero | Abbonati