In Nigeria, Kenya, Namibia e Sudafrica governi e aziende si stanno confrontando con la Starlink, la rete di satelliti di Elon Musk che promette di colmare i vuoti di connessione lasciati da decenni di scarsi investimenti. Ma dietro l’idea di un continente “finalmente connesso” si nasconde una realtà più scomoda: un servizio costoso, concentrato nelle mani di un’unica azienda statunitense, che rischia di creare un internet per pochi mentre le reti pubbliche restano indietro.
Nello stato di Ekiti, nel sudovest della Nigeria, il responsabile delle finanze locali Akin Oyebode prova da anni ad attirare investimenti. Le compagnie di telecomunicazioni, scrive The Economist, non vogliono portare la fibra ottica fin sulle colline: troppo costoso. Da quando l’amministrazione ha installato un terminale Starlink, la connessione è migliorata, ma nella stagione delle piogge il segnale si indebolisce e serve comunque un sistema di riserva.
Il caso di Ekiti riflette un problema più ampio. Nei primi anni duemila l’Africa ha puntato tutto sulla banda larga mobile, collegando centinaia di milioni di persone attraverso gli smartphone senza costruire reti in fibra. Oggi quella scelta mostra i suoi limiti: la rete non regge il traffico generato dallo streaming e dall’intelligenza artificiale, e perfino in città sviluppate come Lagos e Nairobi le videochiamate si bloccano. Secondo The Economist, il traffico dati del continente triplicherà entro il 2030.
La fibra ottica resta marginale: raggiunge meno dell’1 per cento della popolazione del continente . Il ministro nigeriano dell’economia digitale Bosun Tijani stima che alla Nigeria manchino novantamila chilometri di rete; su scala continentale il deficit è di centinaia di migliaia di chilometri.
È in questo vuoto che si è inserita la Starlink. L’azienda opera in 27 paesi africani e, secondo la società di consulenza Tmf Associates citata dall’Economist, punta a superare il milione di abbonati in Africa entro il 2027. Ma i limiti sono evidenti: i prezzi sono più alti della connessione mobile e spesso anche della fibra e a Nairobi la domanda ha superato la capacità della rete, costringendo la Starlink a sospendere per sette mesi le nuove iscrizioni.
L’effetto più concreto, osserva l’Economist, è sulla concorrenza: la filiale nigeriana del colosso sudafricano Mtn, uno dei principali operatori di telecomunicazioni del continente, rischia di perdere i clienti più redditizi e si trova costretta a investire di più. Ma la risposta a un fallimento infrastrutturale pubblico arriva da un’azienda privata straniera, non da un piano di sviluppo nazionale.
In Africa australe l’espansione della Starlink si è scontrata con un ostacolo preciso: le leggi che impongono alle aziende di comunicazioni di affidare una quota minima delle proprie azioni a investitori locali.
A marzo l’autorità namibiana di regolamentazione delle comunicazioni (Cran) ha respinto la richiesta di una licenza per operare nel paese presentata dall’azienda di Musk, ricordando che la sua controllata non ha compropietari locali. La legge impone che almeno il 51 per cento delle quote di una società di telecomunicazioni sia in mano a cittadini o soggetti namibiani, una norma nata dalle politiche di ridistribuzione economica adottate dopo l’indipendenza dal Sudafrica nel 1990, spiega la Bbc. A giugno la Cran ha respinto anche la richiesta di riesame, bocciando più di 600 istanze presentate da terzi, riporta Business Insider Africa.
In Sudafrica la legge sulle comunicazioni elettroniche riserva almeno il 30 per cento delle quote di proprietà di un’azienda titolare di una licenza alle persone “storicamente svantaggiate” a causa dell’apartheid. Musk, nato a Pretoria, ha accusato la norma di escluderlo dal mercato per motivi razziali, ricorda la Bbc. Il governo ha respinto questa lettura, sottolineando che la legge si applica a tutti gli operatori e che più di 600 aziende statunitensi, tra cui la Microsoft, operano regolarmente nel paese rispettandola.
A luglio il ministro delle comunicazioni Solly Malatsi ha negato che una proposta di riforma, che permetterebbe alle aziende straniere di rispettare gli obblighi attraverso investimenti equivalenti, sia stata suggerita da lobby legate a Starlink, riferisce Business Insider Africa. Malatsi ha ricordato di aver incontrato anche altri operatori satellitari, tra cui la Project Kuiper di Amazon.
Nel frattempo la Starlink cresce a un ritmo che nessun concorrente uguaglia: secondo African Business, aveva in orbita 10.790 satelliti alla fine del 2025, contro i 7.610 del 2024. Amazon, con la costellazione Leo, ne aveva solo 367.
Un’internet parallela
La critica più radicale arriva dalla rivista online Afrique XXI, che ha pubblicato un’analisi del ricercatore camerunese Georges Macaire Eyenga. Secondo Eyenga, la fibra ottica dell’operatore statale camerunese Camtel copre solo piccole aree anche nelle principali città del Camerun e scompare appena ci si allontana dai grandi assi stradali. Le offerte promozionali degli operatori mobili danno un’illusione di abbondanza, ma costringono gli utenti a ricariche continue, in un paese dove il salario minimo è inferiore a 70 dollari al mese.
Quando tra il 2024 e il 2025 i guasti ai cavi sottomarini Wacs, Sat‑3 e Ace hanno paralizzato banche, università e centri tecnologici da Abidjan, in Costa d’Avorio, a Città del Capo, in Sudafrica, chi disponeva di un terminale Starlink, come le ambasciate e le ong, è rimasto pienamente connesso. Eyenga definisce questo fenomeno “affidabilità selettiva” e lo trasforma in una domanda politica: connettività sì, ma per chi?
Un kit Starlink costa fra i 300 e i 500 dollari, l’abbonamento mensile tra i 28 e i 50 dollari. Il servizio non sostituisce le reti pubbliche in difficoltà: offre a una minoranza un internet parallelo, veloce e stabile, diffuso soprattutto in siti minerari, lodge turistici e impianti industriali.
Eyenga sottolinea anche un problema di sovranità. Starlink ha pochi punti di presenza in Africa, e tutte le decisioni su tariffe, continuità del servizio e gestione dei dati si prendono negli Stati Uniti. In diversi paesi i regolatori hanno accusato l’azienda di aver operato senza autorizzazione.
In Camerun un’ordinanza del 2024 ha vietato l’importazione dei kit, ma il servizio continua a essere venduto informalmente. In Zimbabwe un primo divieto è stato superato da un accordo di regolarizzazione poi accusatodi favoritismo. Eyenga colloca tutto questo dentro una competizione geopolitica più ampia tra Stati Uniti e Cina per il controllo delle infrastrutture digitali africane.
Secondo The Africa Report, dopo il bando del 2024 Starlink ha avviato nuovi negoziati con il governo camerunese: una delegazione ha incontrato il ministro delle poste e telecomunicazioni nel giugno 2025 per discutere una possibile riammissione, mentre le autorità doganali continuavano a sequestrare i kit importati di contrabbando.
African Business ricorda che 21 paesi africani hanno programmi spaziali attivi, ma la spesa pubblica destinata al settore, 426,3 milioni di dollari nel 2025, resta inferiore allo 0,5 per cento della spesa spaziale mondiale. Nessun paese del continente dispone di un proprio vettore per mettere satelliti in orbita.
Da qui il tentativo, con la nascita nel 2025 dell’agenzia spaziale dell’Unione africana, di costruire regole comuni in un settore oggi frammentato. Senza un quadro normativo condiviso, avverte Patrick Masambu, ex direttore generale dell’operatore satellitare Intelsat, il continente rischia di restare un mercato di sbocco per tecnologie sviluppate altrove.
The Africa Report nota che, nonostante i divieti e le sospensioni, la Starlink continua a cercare accordi locali: in Sudafrica ha proposto investimenti equivalenti per rispettare le norme sul 30 per cento di proprietà locale, e in paesi come la Repubblica Democratica del Congo e il Lesotho ha ottenuto nuove licenze tra il 2025 e il 2026.
Il nodo, alla fine, non è se i satelliti possano aiutare l’Africa a connettersi. È a quali condizioni e a beneficio di chi.
Francesca Di Muro
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