La storia probabilmente ricorderà la beffarda ironia del fatto che il terzo (o quarto, o forse quinto) attentato contro Donald Trump è avvenuto alla fine di un mese in cui è riemersa la teoria complottista secondo cui il più grave tentativo di ucciderlo sarebbe stato una messa in scena organizzata dallo stesso presidente e dai suoi alleati. Parliamo di quello che è successo nel luglio 2024, quando Thomas Crooks ha sparato a Trump a Butler, in Pennsylvania. Chi ha familiarità con gli ambienti complottisti conosce i dettagli: l’orecchio di Trump, colpito da un proiettile secondo la versione ufficiale, che sembra miracolosamente e misteriosamente ricresciuto; o la gru magicamente apparsa dal nulla per issare una grande bandiera appena in tempo per il famoso scatto con la scritta “fight!”.
Queste teorie circolano non solo a sinistra ma anche tra personaggi di destra che hanno voltato le spalle a Trump, come il giornalista Tucker Carlson e Joe Kent (che di recente si è dimesso dall’incarico di direttore del Centro nazionale antiterrorismo, prendendo le distanze dalla decisione di Trump di attaccare l’Iran). Le teorie del complotto sui fatti di Butler sono emerse poche ore dopo l’attentato, ma hanno veramente fatto presa su alcuni ambienti della destra solo nelle ultime settimane.
Quindi, in un clima politico carico di sospetti, non sorprendono i dubbi che circolano anche quanto è successo il 25 aprile alla cena dei corrispondenti accreditati alla Casa Bianca in un hotel di Washington, dove un uomo armato ha provato a fare irruzione nella sala piena di politici, tra cui Trump. I dubbi li ha espressi soprattutto la sinistra, ma anche molti esponenti della destra sembrano poco convinti.
L’ossessione per Clinton
Tutte queste teorie mi sembrano ridicole. Negli Stati Uniti è sempre esistito il complottismo sugli attentati ai presidenti, soprattutto su quelli riusciti. John Wilkes Booth, l’uomo che ha ucciso Abraham Lincoln nel 1865, faceva parte di un piccolo gruppo di cospiratori; ma c’è stato anche chi ha sostenuto l’esistenza di una rete più ampia nata nella confederazione sudista. È sempre stato così e sempre sarà così: per alcune persone le spiegazioni normali e fattuali di grandi eventi drammatici non sono mai sufficienti.
Ma oggi le cose sembrano andare peggio. È davvero così? Penso di sì. Se parliamo del numero di teorie del complotto, è difficile superare l’assassinio di John F. Kennedy. La differenza è che, rispetto a oggi, quelle di allora non avevano un taglio ideologico così netto. Nessuno le sosteneva per ottenere un vantaggio politico. Il punto era dare un senso al mistero. Oggi servono quasi esclusivamente a uno scopo: che si tratti di scontri tra avversari ideologici o di lotte interne tra fazioni, si tratta sempre di promuovere una causa precisa.
Entrambe le parti hanno partecipato a questo gioco. Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 in alcuni ambienti di sinistra si è parlato di “un lavoro interno”, di un’azione del Mossad, del fatto che il presidente Bush ne fosse a conoscenza. E nel 2004 qualcuno ha creduto che le elezioni presidenziali fossero state truccate (vale la pena ricordare che tra i principali sostenitori di questa teoria c’era Robert F. Kennedy Jr., le cui idee strampalate oggi stanno danneggiando la sanità pubblica e il paese).
La sera del 25 aprile 2026 Cole Tomas Allen, un uomo di 31 anni originario della California, ha sparato fuori dalla sala dell’hotel di Washington che ospitava la cena annuale dei giornalisti accreditati alla Casa Bianca, a cui partecipavano anche il presidente Donald Trump, il vicepresidente JD Vance e il presidente della camera Mike Johnson. Trump è stato allontanato, mentre dentro i giornalisti si rifugiavano sotto i tavoli. Allen era arrivato in treno nella capitale e aveva preso una stanza nell’hotel. Non è riuscito a raggiungere la sala ed è stato fermato mentre cercava di superare un controllo di sicurezza. Ha sparato almeno un colpo, ferendo un agente del secret service, l’agenzia che si occupa della sicurezza del presidente, ed è stato subito immobilizzato. Nel manifesto inviato poco prima dell’attacco a familiari e amici, si definiva un “assassino federale gentile” e scriveva di voler colpire il governo secondo un ordine gerarchico, per ragioni politiche, facendo riferimento a questioni migratorie, operazioni militari e altre decisioni dell’amministrazione Trump. Il 27 aprile Allen è stato incriminato per tentato omicidio del presidente.
Non è la prima volta che Trump viene preso di mira. Il 13 luglio 2024, durante la campagna elettorale per le presidenziali, Thomas Matthew Crooks gli aveva sparato in occasione di un comizio a Butler, in Pennsylvania, ferendolo a un orecchio. L’attentatore era stato ucciso dagli agenti del secret service. A settembre dello stesso anno era stato arrestato un uomo armato, sospettato di voler sparare a Trump mentre giocava a golf in Florida. I politici del Partito democratico hanno condannato il gesto di Allen, mentre esponenti di spicco della destra accusano la sinistra di essere responsabile dei tentativi di uccidere il presidente.
Trump ha anche detto che la sparatoria dimostra la necessità di costruire una nuova sala ricevimenti alla Casa Bianca, un progetto da 400 milioni di dollari che è al vaglio dei tribunali. Nbc News, Cnn
Ma se volessimo cercare un colpevole per lo scivolamento della cultura statunitense in questa palude cospiratoria, bisognerebbe volgere lo sguardo altrove. Cominciando da sedicenti cristiani come Jerry Falwell, che nel 1994 contribuì a realizzare The Clinton chronicles, documentario basato su alcune teorie del complotto su Bill Clinton, compresa quella secondo cui l’ex presidente avrebbe ordinato l’assassinio di persone che volevano rivelare al mondo la sua operazione segreta di narcotraffico.
Il complottismo su Clinton è diventato un’industria, alimentata in gran parte da un gruppo di disonesti fanatici reazionari dell’Arkansas, arrabbiati perché Clinton non li aveva scelti (giustamente) per qualche incarico che non meritavano. Poi è stato il turno di Barack Obama. La teoria più famosa sostiene che il suo certificato di nascita è falso, ma ce ne sono di più assurde, come quella su una sua relazione omosessuale che prevedeva consumo di cocaina o quella secondo cui il presidente voleva distruggere gli Stati Uniti dall’interno, diffusa dall’imbonitore Dinesh D’Souza.
C’era un’altra persona che spiccava nella diffusione di teorie su Obama. Come si chiamava? Ah, giusto: Donald Trump. Diceva che avrebbe pubblicato le prove che Obama fosse nato in Kenya. Stranamente non l’ha mai fatto. Ma ha trovato il tempo di accusare Obama di spiarlo durante la sua prima campagna elettorale, “di gran lunga il più grande crimine politico nella storia americana”. Anche qui si potrebbe continuare all’infinito. E naturalmente ci sono le ulteriori teorie del complotto legate a Trump che non riguardano Obama: lo “stato profondo”, le “elezioni truccate”, le fantasie sul figlio di Joe Biden e così via.
Poca solidarietà
C’è un’altra differenza importante da sottolineare. È vero che le teorie del complotto esistono anche a sinistra, ma nel complesso i mezzi d’informazione progressisti e mainstream non gli danno molta visibilità – a meno che non ci siano prove – e i politici del Partito democratico in genere non vanno in giro a ripeterle. A destra molti organi d’informazione promuovono di continuo fantasie di vario tipo, e i politici repubblicani le ripetono senza preoccuparsi di verificarle. Chiedetelo agli haitiani di Springfield, in Ohio, accusati da Trump e dalla destra di mangiare animali domestici.
Sono sicuro che la maggioranza degli statunitensi apprezzi il fatto che il presidente non è stato assassinato. A prescindere dall’opinione su di lui, la sua morte sarebbe stata un trauma per tutta la nazione. Allo stesso tempo, Trump non può certo aspettarsi un’ondata di solidarietà da un’opinione pubblica che non approva il suo modo di governare (il 55 per cento delle persone intervistate per un sondaggio di Fox News lo considera mentalmente inadeguato per il suo incarico). Trump sta ancora portando avanti una guerra che non piace a nessuno, continua a costruire enormi centri di detenzione e si dimostra incapace di gestire l’economia e di fermare l’impennata del prezzo della benzina. Le azioni di Cole Tomas Allen, l’uomo che ha cercato di entrare armato nell’hotel Hilton di Washington il 25 aprile, non hanno cambiato niente di tutto questo. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1663 di Internazionale, a pagina 26. Compra questo numero | Abbonati