Osservando le immagini satellitari, i circa venti atolli corallini delle Maldive sembrano resti scheletrici o sagome disegnate con il gesso sulla scena del crimine. Ma queste formazioni sono tutt’altro che inerti. Sono il prodotto di processi viventi, un luogo dove i coralli sono cresciuti verso la superficie per centinaia di migliaia di anni. Le correnti oceaniche hanno gradualmente spinto la sabbia, composta da piccoli pezzi di corallo, verso le più di mille isole in superficie. Queste correnti possono essere transitorie e formano o spazzano via nuovi banchi di sabbia in poche settimane.

Nei prossimi anni la vita quotidiana di mezzo milione di persone che abitano l’arcipelago dipenderà dalla capacità di garantire un punto di ancoraggio tra queste sabbie in costante movimento. Più del 90 per cento delle isole ha subìto una forte erosione e i cambiamenti climatici potrebbero rendere le Maldive inabitabili entro il 2050. Al largo di un atollo a sud della capitale Malé alcuni ricercatori stanno sperimentando un modo di ammassare la sabbia per creare isole, ricostruire spiagge e proteggere la comunità dall’innalzamento del livello del mare. Nella laguna di En’boodhoofinolhu si può vedere la Ramp ring, un’insolita struttura composta da sei sacche geotessili molto resistenti. Fanno parte di un’iniziativa chiamata Growing islands e formano una coppia di parentesi distanti 90 metri. Le sacche, ognuna alta circa due metri, sono state sistemate nel dicembre 2024 e a febbraio di quest’anno le immagini sottomarine hanno rivelato che la sabbia si era alzata di circa un metro e mezzo sulla superficie di ogni sacca, dimostrando che le strutture passive possono rapidamente ricostituire le spiagge e nel corso del tempo creare una base solida per la nascita di una nuova isola.

Sfruttare le onde

“Qui c’è tantissima sabbia. È fantastico”, conferma Skylar Tibbits, architetto e fondatore del Mit Self-assembly lab, che sta sviluppando il progetto in collaborazione con la Invena, un’azienda di tecnologia climatica con sede a Malé. Il Self-assembly lab progetta materiali che permettono alla sabbia di trasformarsi o “autoassemblarsi” (self-assemble) nell’aria o sott’acqua, sfruttando forze naturali come la gravità, il vento, le onde e la luce del sole.

Dal 2017 i ricercatori hanno portato avanti dieci esperimenti alle Maldive, testando luoghi, materiali e strategie diverse. Il Ramp ring è molto più grande delle strutture sistemate negli anni scorsi e potrebbe superare l’ampiezza raggiunta dai tentativi precedenti.

Alle Maldive la direzione delle correnti cambia con le stagioni e gli esperimenti del passato erano riusciti a catturare solo un flusso stagionale. Il Ramp ring, invece, è omnidirezionale e riesce ad attirare la sabbia tutto l’anno. “Sostanzialmente si tratta di un grande anello che continua ad accumulare sabbia nella stessa area, a prescindere dalle stagioni dei monsoni e dalla direzione delle onde”, spiega Tibbits.

Si tratta di un metodo più sostenibile per proteggere l’arcipelago, dove la popolazione in crescita è sostenuta da un’economia che porta sulle isole due milioni di turisti ogni anno, attirati dalle spiagge bianche e dalle barriere coralline rigogliose. In gran parte delle 187 isole abitate del paese sono già stati attuati dei sistemi per contrastare l’erosione: blocchi di cemento, moli e frangiflutti. Dagli anni novanta il dragaggio è però diventato il sistema più usato. Imbarcazioni con delle pompe prelevano la sabbia in alcune aree per trasferirla in altre. Questo permette ai costruttori di resort e alle isole più popolate, come Malé, di ricostituire rapidamente le spiagge, ma lascia dietro di sé zone morte nei punti dove la sabbia è stata prelevata e aree in cui i sedimenti intorbidano l’acqua formando una sorta di “smog marino”.

Nel 2024 il governo ha vietato temporaneamente il dragaggio per scongiurare i danni all’ecosistema delle barriere coralline già colpite dagli effetti dell’aumento della temperatura dell’oceano.

Holly East, geografa dell’università della Northumbria, nel Regno Unito, sottolinea che le sacche devono essere messe con attenzione per evitare di interrompere il flusso di sabbia che sostiene naturalmente le spiagge dell’arcipelago.

Per questo Tibbits e Sarah Dole, cofondatrice della Invena, stanno facendo un’analisi satellitare della laguna di En’boodhoofinolhu per capire come i flussi di sedimenti si muovono intorno agli atolli. Sulla base di questo lavoro stanno creando un modello predittivo chiamato Littoral per offrire “un sistema di monitoraggio del trasporto dei sedimenti”, spiega Dole. Il Littoral non solo mostrerà i punti in cui le spiagge stanno perdendo la sabbia, ma “ci dirà dove avverrà l’erosione in futuro”.

Il progetto Growing islands è stato sostenuto dalla National Geographic society, dall’Mit, dall’azienda ingegneristica Sanken, dello Sri Lanka, e dai costruttori di resort. Nel 2023 ha ricevuto 250mila dollari per la costruzione del Ramp ring dall’agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale (Usaid), con la possibilità di ampliare il progetto. Purtroppo la cancellazione di molti contratti dell’Usaid con l’arrivo del presidente statunitense Donald Trump ha costretto i responsabili del progetto a cercare nuovi partner. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1629 di Internazionale, a pagina 70. Compra questo numero | Abbonati