Mentre lo Sri Lanka fa i conti con la più grave carneficina dell’ultimo decennio – sei attentati simultanei il 21 aprile, in cui sono morte più di trecento persone e più di cinquecento sono rimaste ferite, dalle prime indagini emerge una nuova minaccia alla sicurezza nell’isola, che si trova in una posizione strategica nell’Asia meridionale e non si è ancora ripresa da decenni di guerra civile.

Secondo fonti interne agli apparati di sicurezza del paese, gli attentati del giorno di Pasqua contro tre importanti chiese a Colombo, Negombo e Batticaloa e tre hotel di lusso sempre a Colombo, la capitale economica, segnano una svolta per portata e livello di organizzazione rispetto alle violenze della guerra civile trentennale che ha coinvolto il movimento separatista delle Tigri tamil, e a quelle avvenute durante le due rivolte di matrice marxista nel paese. La pianificazione, la selezione degli obiettivi, il coordinamento e la profonda penetrazione nel paese “indicano una minaccia in cui non ci eravamo ancora imbattuti”, dice una fonte della sicurezza alla Nikkei Asian Review. Il 23 aprile il gruppo Stato islamico ha rivendicato gli attentati. Ma negli ultimi anni diverse rivendicazioni si sono poi rivelate infondate.

“Questa non è opera di un gruppo comune né di bande criminali”, commenta Jayanath Colombage, ex comandante della marina militare srilanchese che per un periodo della guerra civile è stato responsabile della sicurezza di Colombo. “Serve una certa competenza per assemblare le bombe, trasportarle fino agli obiettivi e scegliere i tempi degli attacchi”. Gli esperti di terrorismo internazionale concordano: “Gli attentati volevano causare il maggior numero possibile di vittime”, spiega Phill Hynes, esperto di terrorismo della Iss risk, una società di consulenza specializzata in questioni di sicurezza con sede a Hong Kong. “Un attacco di questa portata ha sicuramente potuto contare su un significativo sostegno locale, coinvolgendo probabilmente tra le ottante e le cento persone. Si tratta di capire qual è il movente”, dice Hynes. “È improbabile che si sia trattato di una semplice reazione a eventi recenti, perché gli attacchi devono aver richiesto almeno tre mesi per essere preparati e finanziati”.

Avvertimento ignorato

Gli investigatori si stanno concentrando su due gruppi locali di estremisti islamici. Uno degli attentatori suicidi sarebbe stato identificato come un ricco uomo d’affari di Colombo. Questi rapidi progressi nelle indagini, tuttavia, non riducono la gravità della situazione, che fa emergere un gravissimo insuccesso degli apparati di sicurezza del paese, incapaci di prevenire le stragi. Su questo concordano gli osservatori dopo le voci di un allarme lanciato dal capo della polizia ai servizi segreti l’11 aprile sul rischio di attentati suicidi contro “chiese importanti”.

Il 22 aprile il primo ministro Ranil Wickremesinghe ha ammesso il fallimento degli apparati di sicurezza: “Dobbiamo capire perché non sono state prese le opportune precauzioni. Né io né i ministri siamo stati informati”. A Colombo le voci di un imminente attacco nel paese giravano già dall’inizio di aprile. “Per tutto il mese hanno continuato a circolare voci secondo cui stava per succedere qualcosa, se ne parlava”, dice Sherine Xavier, direttore di The social architect, un osservatorio indipendente sui diritti umani. “Molti pensavano che potesse essere un tentativo di destabilizzare il paese”. L’inefficienza delle autorità è stata inoltre attribuita al fatto che l’allarme è stato lanciato alla vigilia del capodanno singalese e tamil, un’importante festività che segna la fine della stagione del raccolto.

Da sapere
Gli attentati

◆ La mattina del 21 aprile 2019 sei esplosioni quasi simultanee in tre città dello Sri Lanka – Colombo, Negombo e Batticaloa – hanno ucciso più di 320 persone e ne hanno ferite almeno cinquecento. Gli attentatori suicidi hanno colpito tre chiese dov’erano in corso le celebrazioni pasquali e tre alberghi di lusso – lo Shangri-La, il Kingsbury e il Cinnamon Grand – a Colombo, la capitale economica del paese. Altre due esplosioni sono avvenute più tardi, mentre la polizia dava la caccia a persone legate agli attentati.

Poche ore dopo gli attacchi è emerso che le autorità srilanchesi l’11 aprile avevano ricevuto delle informazioni dall’intelligence di un altro paese, secondo cui nell’isola si stavano preparando attacchi suicidi per colpire chiese importanti nel giorno di Pasqua. Nonostante questo gli apparati di sicurezza non hanno adottato misure di prevenzione.

◆Nei primi due giorni dopo gli attentati non ci sono state rivendicazioni, ma la polizia ha puntato subito il dito contro un gruppo islamista radicale locale nato nel 2015 e senza azioni eclatanti alle spalle, il National thowheed jamath (Ntj). L’entità degli attacchi fa pensare però che dietro l’azione ci sia il supporto di una rete più ampia e ben organizzata.

◆Il 23 aprile il gruppo Stato islamico ha rivendicato gli attacchi, pubblicando sul suo sito di propaganda Amaq una foto di sette uomini indicati come gli attentatori. Bbc


Ma le radici di questo fallimento potrebbero essere più profonde. La coalizione di governo, arrivata al potere dopo le elezioni presidenziali del gennaio 2015, continua a essere molto instabile e le due principali forze che la compongono sono ai ferri corti. Il presidente Maithripala Sirisena, capo di stato e di governo, ha più volte cercato di estromettere il primo ministro Wickremesinghe (storicamente una figura con un ruolo intermedio tra quello di vicepresidente e quello di capo di governo di fatto), perfino con un colpo di stato lo scorso dicembre. “È un governo formato da due partiti con due teste che guardano in direzioni opposte”, commenta una fonte diplomatica. Secondo gli analisti l’instabilità politica ai vertici della classe dirigente del paese ha colpito il processo decisionale nei vari rami della burocrazia. Compresi gli apparati di sicurezza, che continuano a simpatizzare per l’ex presidente Mahinda Rajapaksa, leader autoritario al governo per quasi un decennio prima di essere sconfitto a sorpresa da Sirisena nel 2015. Rajapaksa è ancora molto popolare tra i singalesi, la maggioranza nel paese, per il suo atteggiamento da uomo forte e perché era al governo quando a maggio del 2009 l’esercito ha sconfitto le Tigri tamil, i ribelli separatisti autori degli attentati che hanno insanguinato il paese durante la guerra civile. Le vittime del conflitto sono state in tutto più di centomila.

Altrettanto brutali sono state due rivolte marxiste, la prima agli inizi degli anni settanta e la seconda a metà degli anni ottanta, portate avanti da giovani singalesi che volevano rovesciare lo stato. Decine di migliaia di persone furono uccise nel corso di queste rivolte. I musulmani, che rappresentano il terzo gruppo religioso del paese dopo buddisti e induisti e quasi il 10 per cento della popolazione, non erano stati coinvolti in modo diretto negli spargimenti di sangue durante la guerra civile e le rivolte marxiste. Negli ultimi anni, però, alcune comunità musulmane sono state bersaglio di attacchi da parte della maggioranza singalese, al pari di alcune congregazioni cristiane. I buddisti sono il 70 per cento della popolazione, mentre gli indù sono il 12 per cento.

Rischio di ritorsioni

In questo contesto alcuni rapporti recenti dell’intelligence hanno lanciato l’allarme su gruppi di musulmani che si starebbero radicalizzando in località come Mawanella, un’area rurale sulla costa a est di Colombo. Ma non sono stati individuati legami espliciti con i molti giovani estremisti che si uniscono alle reti internazionali del terrorismo islamico. Mentre il dolore per gli attentati dilaga in un paese ancora sconvolto, ci si chiede se la fragile pace etnica nello Sri Lanka potrà durare. “Gli attacchi hanno colpito obiettivi facili e non hanno preso di mira lo stato, potrebbero esserci delle rappresaglie”, dice un ex diplomatico srilanchese. “La situazione è molto preoccupante”. ◆ gim

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Questo articolo è uscito sul numero 1304 di Internazionale, a pagina 14. Compra questo numero | Abbonati