L’attacco degli Stati Uniti e di Israele all’Iran dimostra che le guerre moderne sono legate in modo indissolubile alla crisi climatica. I conflitti armati producono una quantità gigantesca di emissioni di gas serra che riscaldano il pianeta (la guerra russa in Ucraina, per esempio, ha generato emissioni equivalenti al totale annuale della Francia). In questo modo alimentano fenomeni come siccità e tempeste, distruggono i mezzi di sussistenza delle popolazioni, destabilizzano le economie e spingono le persone a emigrare, rendendo più probabili nuove guerre. A gennaio le agenzie di intelligence britanniche hanno sottolineato che, se non saranno contrastate, la crisi climatica e la perdita di biodiversità provocheranno “perdite del raccolto, disastri naturali sempre più intensi ed epidemie, aggravando i conflitti esistenti, innescandone di nuovi e minacciando la sicurezza e il benessere globale”.
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Le guerre hanno l’effetto perverso di spingere il clima in fondo alla lista degli argomenti di cui si parla. I mezzi d’informazione tendono infatti a concentrarsi sulle notizie recenti e le minacce immediate. I conflitti militari generano immagini potenti e narrazioni drammatiche, stimolando l’interesse dell’opinione pubblica (almeno nelle fasi iniziali). Tranne che nelle sue manifestazioni più devastanti, la crisi climatica tende a non avere l’urgenza necessaria per conquistare le prime pagine dei giornali e attirare l’interesse delle persone.
Questa guerra è scoppiata per il petrolio? Il fatto che parliamo del terzo paese al mondo con più risorse di greggio è un indizio importante, così come la lunga storia di conflitti tra Iran e Stati Uniti per il controllo di questa risorsa (compresa l’operazione condotta nel 1953 dalla Cia per rovesciare un leader democraticamente eletto che voleva nazionalizzare le riserve iraniane). Quando Washington ha attaccato il Venezuela, a gennaio, Trump ha detto apertamente che voleva impossessarsi dei giacimenti petroliferi del paese sudamericano.
Di sicuro c’è il fatto che senza il petrolio questa guerra non potrebbe essere combattuta. Tutti gli armamenti che sostengono lo sforzo bellico consumano quantità enormi di combustibili fossili. Questo spiega perché il dipartimento della difesa statunitense è la prima istituzione per emissioni di gas serra del pianeta, come documentato da Neta Crawford, docente dell’università di Oxford. Se sommassimo le attività di tutti gli eserciti del mondo, la loro impronta di carbonio sarebbe superiore a quella di tutti i paesi tranne tre.
Considerando le implicazioni enormi della guerra, è importante chiedersi perché sia stata scatenata, soprattutto alla luce del fatto che Trump ha cambiato versione molte volte. Nell’arco di ventiquattr’ore dopo il lancio dei primi missili, il Washington Post ha citato quattro fonti del governo secondo cui “l’intelligence degli Stati Uniti non aveva rilevato nessuna minaccia immediata dall’Iran”. Il 3 marzo l’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha dichiarato di non aver riscontrato alcuna prova di un “programma strutturato per costruire armi nucleari in Iran”.
Come succede sia con le guerre sia con la crisi climatica, a soffrire più di tutti saranno i poveri e gli innocenti, anche quelli che vivono lontani dai campi di battaglia. I mezzi d’informazione non possono coprire correttamente una guerra così destabilizzante e dannosa per l’ambiente se le sue dimensioni climatiche sono trattate come un elemento secondario invece che come un fatto centrale. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1656 di Internazionale, a pagina 25. Compra questo numero | Abbonati





