Ai confini dell’Arabia Saudita e alle porte della Persia, avvolto di esotismo e di pericolo, lo stretto di Hormuz è contemporaneamente termine e centro del mondo, passaggio obbligato e trappola letale. Questa immagine satura di sole, di salsedine e di oro nero, plasmata dalla famosa guerra delle petroliere degli anni ottanta, all’epoca del conflitto tra Iran e Iraq, da maggio si è rianimata a causa dell’improvviso aumento delle tensioni tra Washington e Teheran. Sei navi misteriosamente sabotate all’ingresso del golfo Persico, un drone statunitense abbattuto da un missile iraniano, una valanga di dichiarazioni bellicose: Hormuz, il “capo Horn” dei comandanti di petroliere, è evidenziato in rosso sulla mappa dei punti geo­politici a rischio.

Nel 2018 da questo corridoio sono transitati ogni giorno 21 milioni di barili di greggio, cioè un quinto del consumo mondiale e un terzo del petrolio trasportato via mare. Anche un quarto del consumo mondiale di gas naturale liquefatto è passato da questa strettoia. Oltre a essere la spina dorsale del sistema energetico internazionale, Hormuz si trova sulla linea di faglia tra l’Iran e l’Arabia Saudita, due potenze ai ferri corti che si disputano la supremazia regionale.

La guerra economica dichiarata dagli Stati Uniti alla Repubblica islamica, portata avanti a colpi di sanzioni contro la sua industria petrolifera, e le rituali minacce di chiusura dello stretto pronunciate in risposta dalle autorità di Teheran hanno restituito allo stretto il suo carattere incendiario. Ultrasorvegliato, ultramilitarizzato, Hormuz è un vaso di Pandora strategico e politico.

Poca visibilità

La sagoma di questa autostrada marittima a forma di chicane è disegnata dalla penisola di Musandam, una enclave omanita all’interno degli Emirati Arabi Uniti, e dalla baia di Bandar Abbas, un porto iraniano circondato da isole. Tra queste c’è Hormuz, che ha dato il nome allo stretto. Nel trecento e nel quattrocento fu un’importante stazione commerciale sulla rotta delle Indie e la capitale di un piccolo regno che si estendeva sul Golfo e sulla costa dell’Oman.

Lungo 45 chilometri, il passaggio misura 38 chilometri di larghezza nel punto più stretto. Dato che le acque territoriali iraniane sono poco profonde, le navi devono seguire rotte larghe appena 2 miglia nautiche (3,7 km) che passano tra gli isolotti omaniti di Quoin e Ras Dobbah. Uno spazio interdetto alla navigazione, della stessa larghezza, separa il corridoio in entrata da quello in uscita. “Quando si entra nello stretto bisogna virare a sinistra di 90 gradi”, spiega Bertrand Derennes, comandante di petroliere in pensione, “poi si prende la rotta di navigazione obbligatoria, e soprattutto non si deve mai deviare, un po’ come quando si passa al largo di Calais, c’è una rotta e si segue quella”. Una volta superato lo stretto, la rotta si allarga a 3 miglia nautiche (5,5 km) ma passa tra le isole di Grande Tomb, Piccolo Tomb e Abu Musa, occupate dall’Iran dal 1971, con grande disappunto degli Emirati, che le rivendicano.

“La zona è estremamente angusta e in più è attraversata da piccole imbarcazioni di pescatori o di contrabbandieri”, racconta Hubert Ardillon, un altro veterano della marina mercantile francese. “Il passaggio è complicato a causa della foschia che si alza per il caldo e limita la visibilità. Ho usato molto la sirena da nebbia in quello stretto”.

Rimasto a lungo semisconosciuto, Hormuz emerse sulla mappa del trasporto marittimo mondiale nel corso della seconda metà del novecento, a causa di tre eventi successivi: l’avvio, nel 1951, dello sfruttamento di Ghawar, il più grande giacimento di petrolio del mondo, scoperto tre anni prima sulla costa orientale dell’Arabia Saudita; la crisi energetica del 1973, in seguito alla guerra arabo-israeliana del Kippur, che triplicò il prezzo del greggio e fece tremare le economie occidentali; e infine la rivoluzione iraniana del 1979, che portò al potere, in un paese sciita, un regime islamista dedito al proselitismo, suscitando la preoccupazione degli stati sunniti del Golfo, in particolare dell’Iraq, che l’anno seguente entrò in guerra contro il vicino.

Cinque anni dopo Hormuz diventò un nome familiare nei notiziari occidentali. Nell’aprile del 1984 diverse navi che facevano il pieno di greggio al terminal dell’isola di Kharg (da cui passa il 90 per cento delle vendite di petrolio iraniano) furono attaccate con i missili dall’aviazione irachena. Il presidente Saddam Hussein, di fronte ai ripetuti fallimenti delle offensive di terra, aveva deciso di portare il conflitto nelle acque del Golfo.

In totale tra il 1984 e il 1988 furono distrutte o danneggiate più di cinquecento navi, in gran parte dai colpi degli iracheni. Ma il traffico attraverso lo stretto non s’interruppe mai. Teheran non voleva assumersi il rischio di chiuderlo completamente e comunque non aveva mezzi sufficienti per un blocco duraturo. Più dei danni causati alla sua industria petrolifera, fu la caduta del dollaro e del prezzo al barile a mettere in ginocchio l’economia iraniana. L’operazione Praying mantis (Mantide religiosa) accelerò la fine del conflitto, avvenuta il 20 agosto 1988. L’ayatollah Khomeini (guida della rivoluzione dal 1979 al 1989) si era convinto che non avrebbe potuto condurre due guerre contemporaneamente.

Da allora il Golfo ha ritrovato la calma, ma a intervalli regolari si verificano incidenti, segno che la tensione cova sotto la cenere. Nel 1991, per evitare che la coalizione internazionale andata a liberare il Kuwait invadesse il suo territorio dalla costa, l’Iraq posò in mare centinaia di mine. L’operazione di bonifica condotta dai dragamine tedeschi, italiani, francesi, belgi e olandesi durò mesi.

Nel marzo del 2007 alcuni marinai britannici che stavano perquisendo una barca a vela tradizionale araba al largo della frontiera tra Iran e Iraq furono arrestati dai pasdaran, i paramilitari della Repubblica islamica, con l’accusa di trovarsi nelle acque del loro paese. Furono liberati due settimane più tardi.

Nel luglio del 2010 un attentato con un motoscafo, attribuito alle brigate Abdullah Azzam, gruppo affiliato ad Al Qaeda, danneggiò una petroliera giapponese.

Nel gennaio del 2016 i pasdaran intercettarono due imbarcazioni statunitensi che si erano perse in acque iraniane e trattennero gli equipaggi per alcune ore. Le immagini dei militari in ginocchio, con le mani sulla testa, inondarono i mezzi d’informazione iraniani e statunitensi.

Finora la strategia di Teheran è più economica che militare

Nel maggio del 2018 la decisione della Casa Bianca di ritirarsi dall’accordo sul nucleare iraniano, firmato tre anni prima, ha fatto tornare Hormuz in primo piano. Alla politica di “massima pressione” messa in atto dal presidente statunitense Donald Trump per obbligare l’Iran ad accettare un accordo più restrittivo, Teheran ha risposto con nuove minacce di bloccare il corridoio marittimo. “Se il nostro petrolio non può passare da questo stretto, non ci passerà più neanche il petrolio degli altri paesi”, ha dichiarato a maggio il generale Mohammad Bagheri, capo di stato maggiore iraniano.

In secondo piano

Ma rispetto agli anni ottanta, il mondo del petrolio è cambiato. E anche Hormuz. Grazie alla tecnica del fracking, gli Stati Uniti sono diventati il primo produttore mondiale di greggio, davanti ai sauditi e ai russi. Oggi Washington importa solo il 16 per cento del petrolio di cui ha bisogno dal Medio Oriente, contro il 26 per cento di sei anni fa. I più importanti compratori di petrolio sono ormai asiatici. Secondo l’agenzia statistica del ministero dell’energia statunitense (Eia), il 76 per cento delle esportazioni di greggio transitate per Hormuz nel 2018 erano destinate all’India e alle potenze dell’estremo oriente, soprattutto Cina, Giappone e Corea del Sud. Se nella seconda metà del novecento era fortemente legato all’ascesa industriale dei grandi paesi occidentali, oggi lo stretto è diventato un pilastro della modernizzazione dell’Asia.

Un’altra cosa da dire è che nonostante gli attacchi alle petroliere, la distruzione di un drone statunitense da parte di un missile iraniano e gli anatemi di Teheran, il prezzo al barile non è aumentato vertiginosamente. La guerra commerciale fra Trump e il presidente cinese Xi Jinping suscita una tale preoccupazione da aver relegato in secondo piano il “vecchio” rischio geopolitico di Hormuz.

Tra l’altro oggi lo stretto ha dei concorrenti, un’altra differenza rispetto a trent’anni fa. Per garantire il flusso della loro produzione in qualsiasi circostanza, gli stati del Golfo si sono procurati delle alternative al passaggio per Hormuz. L’oleodotto Est-Ovest, che attraversa l’Arabia Saudita per arrivare al porto di Yanbu sul mar Rosso, ha una capacità di 5 milioni di barili al giorno. Gli Emirati dispongono di un oleodotto che porta a Fujaira, nel golfo dell’Oman, con una capacità di 1,5 milioni di barili. Infine l’Iraq ha una via di trasporto verso nord, che attraverso il Kurdistan iracheno arriva fino al porto turco di Ceyhan, con una capacità teorica di 1,4 milioni di barili al giorno. L’Iran da parte sua sta cercando di sviluppare, malgrado le sanzioni statunitensi, il suo porto di Chabahar, che dà sull’oceano Indiano, e di collegarlo a Bandar Abbas con un oleodotto.

Ma queste reti sono meno efficaci di quanto si sperasse. Gran parte del petrolio trasportato dall’oleodotto saudita è infatti destinato alle raffinerie nell’ovest del regno. Le cattive condizioni dell’oleodotto iracheno permettono di esportare solo metà del volume potenziale. Attualmente le monarchie del Golfo esportano attraverso gli oleodotti solo 3,2 milioni di barili al giorno. Se tutte le vie terrestri funzionassero a pieno regime, il totale potrebbe arrivare a 7 o 8 milioni di barili. Ma ne resterebbero comunque più di 12 milioni senza alternative al passaggio per Hormuz.

La specialità

Inoltre questi oleodotti non sono esenti da rischi: quello iracheno è stato attaccato a più riprese e a maggio dei droni hanno danneggiato due stazioni di pompaggio della condotta saudita Est-Ovest. Nello stesso periodo quattro imbarcazioni ormeggiate a Fujaira hanno subìto misteriosi sabotaggi. I responsabili non sono stati identificati, ma questi attacchi somigliano alle provocazioni attentamente calcolate diventate la specialità dell’Iran, come la distruzione del drone statunitense, che invece Teheran ha rivendicato.

Il drone è stato abbattuto la notte del 20 giugno, a un’altitudine elevata, mentre si muoveva su un tragitto regolare ed estremamente prevedibile. Teheran sostiene che l’apparecchio aveva violato il suo spazio aereo e ha anche sottolineato che un aereo da ricognizione statunitense in volo in prossimità del drone con 35 persone a bordo è stato risparmiato per non provocare perdite irreparabili.

“I sabotaggi delle petroliere nel mare dell’Oman a maggio e a giugno seguono la stessa logica”, spiega lo storico Pierre Razoux. “Non ci sono stati morti, i danni materiali sono limitati. Gli iraniani si accontentano di far capire che, se le sanzioni statunitensi gli impediranno di esportare il petrolio, tutto il traffico nella regione soffrirà con loro”.

Teheran sa di non avere i mezzi per blindare Hormuz. La sproporzione di forze è ancora più netta che negli anni ottanta. Nel 1995 gli Stati Uniti aprirono in Bahrein una base navale permanente in cui staziona la quinta flotta, e all’inizio degli anni duemila trasferirono il quartier generale del comando centrale in Qatar. L’esercito francese si è stabilito ad Abu Dhabi nel 2009. La marina militare britannica è presente in Oman e in Bahrein. Francesi e britannici ogni due anni fanno esercitazioni congiunte di sminamento dello stretto, l’ultima nel maggio 2019, ma sono convinti che la posa di mine nella zona non sia all’ordine del giorno.

Anche supponendo che l’Iran riesca a sopraffare tutte queste flotte e a paralizzare Hormuz nel giro di qualche giorno, non sarebbe comunque sufficiente a creare problemi economici. La maggior parte dei paesi ha riserve strategiche di petrolio per fronteggiare situazioni di questo tipo. Davanti all’esercito statunitense, e a Riyadh, che ha la prima forza marittima regolare della regione, Teheran può scommettere solo sulle sue capacità di disturbo e dissuasione, sperimentate durante la guerra delle petroliere.

La marina iraniana si è dotata di “sommergibili tascabili” insieme alla Russia e alla Corea del Nord, ma non ha cercato di procurarsi navi di grossa stazza. L’orgoglio dei pasdaran e del regime resta la flotta di motovedette rapide, alcune equipaggiate di missili e altre di una semplice mina pronta a essere sganciata. I giovani guardiani imbarcati su questi gusci di noce si allenano sui simulatori a lanciarsi all’assalto delle imbarcazioni statunitensi. “Non abbiamo i mezzi della marina statunitense, questo è evidente. Ma in caso di conflitto sicuramente affonderemo qualcuna delle sue navi, e forse anche una portaerei”, sostiene un funzionario iraniano.

Questo era stato l’obiettivo di un’esercitazione militare nel 2015, estremamente pubblicizzata, durante la quale i pasdaran avevano fatto esplodere un modello galleggiante della Uss Nimitz, un gigante dei mari. A Teheran si ricorda ancora un’altra esercitazione militare, organizzata da Washington nelle acque del Golfo nel 2002: nella simulazione una potenza armata “all’iraniana” riusciva a distruggere sedici navi statunitensi, tra cui una portaerei.

Nel braccio di ferro asimmetrico con gli Stati Uniti e i suoi alleati, l’Iran può contare anche sulla capacità di dissuasione del suo arsenale balistico. Nelle giornate di cielo sereno, oltre i grattacieli di Abu Dhabi, si può vedere la piccola isola di Abu Mussa, dove Teheran ha schierato batterie missilistiche capaci di colpire tutta la costa degli Emirati. Tra i probabili obiettivi in caso di conflitto ci sarebbero alcuni impianti di desalinizzazione, aeroporti, stabilimenti petroliferi e di gas. Abbastanza da mettere in ginocchio con pochi colpi le piccole monarchie della penisola.

Direttiva ai comandanti

Finora la strategia di Teheran è più economica che militare. “Creare problemi nello stretto, per esempio con le mine, o spaventare i trasportatori, fa salire i prezzi delle assicurazioni e quindi, alla fine, anche il prezzo al barile”, spiega un conoscitore del mercato petrolifero. Sfiancato a causa delle sanzioni statunitensi che ostacolano le sue esportazioni di idrocarburi, l’Iran ha bisogno di vendere i pochi barili che ancora riesce a commercializzare al prezzo più alto possibile.

L’impatto sui costi di trasporto si avverte già. Secondo l’agenzia Bloomberg, i premi di rischio delle assicurazioni nel Golfo oggi possono arrivare a 500mila dollari, contro i 50mila all’inizio dell’anno. Questo aumento si riflette in minima parte sui prezzi attuali del petrolio, arrivando al massimo a 25 centesimi al barile. Ma se la tendenza si accentuasse, gli effetti comincerebbero a farsi sentire. Per gli iraniani questa strategia al rialzo è anche un modo di mettere gli statunitensi sotto pressione: i primi a soffrire dell’aumento del prezzo del petrolio saranno gli asiatici e gli europei, che a quel punto saranno spinti a rivoltarsi contro la politica di Trump. Questa è la speranza di Teheran.

Ai suoi comandanti che attraversano la zona, una delle maggiori compagnie del settore petrolifero consegna questa direttiva: “Aumentare la velocità nel tratto di rotta iraniano in modo da superare lo stretto il più velocemente possibile, sempre assicurando una sorveglianza a vista e radar estremamente accurata. Una volta passato lo stretto, navigare subito al largo delle coste degli Emirati Arabi Uniti e dell’Oman, in modo da lasciare le coste iraniane il più lontano possibile”. ◆ fdl

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Questo articolo è uscito sul numero 1316 di Internazionale, a pagina 14. Compra questo numero | Abbonati