La brutalità della campagna militare del governo siriano e della Russia nella Ghuta orientale porta a chiedersi quale sia il loro obiettivo. La risposta ha a che fare con la posizione strategica dell’area, con la volontà di Damasco e di Mosca di attuare sul lungo periodo una trasformazione demografica in Siria e con il futuro dei gruppi ribelli nella zona. L’attacco in corso nella regione alla periferia di Damasco è uno degli episodi più sanguinosi del conflitto siriano. Dal 18 febbraio sono stati uccisi più di mille civili e quasi 400mila persone vivono sotto pesanti bombardamenti, dopo aver subìto quasi cinque anni di assedio. In questo periodo, oltre ai continui attacchi con armi convenzionali, la zona è stata colpita più volte anche con armi chimiche. Il governo siriano e la Russia sostengono che si tratti di una montatura dei gruppi ribelli, ma le prove raccolte sul campo li smentiscono.

Il regime ha costantemente impedito ai convogli umanitari di raggiungere la Ghuta orientale, lasciando gli abitanti a corto di viveri e di beni essenziali. La situazione è rimasta tragica anche dopo che il 26 febbraio la Russia ha annunciato una tregua di cinque ore al giorno per favorire l’ingresso degli aiuti. Le organizzazioni umanitarie hanno dichiarato che per arrivare nella Ghuta orientale servono più di cinque ore, e comunque i bombardamenti non si sono fermati. A causa dei continui raid solo poche centinaia di persone hanno potuto approfittare dei “corridoi umanitari” annunciati da Mosca per consentire ai civili di lasciare l’area (in realtà vere e proprie deportazioni). Le fotografie aeree della zona mostrano una devastazione su vasta scala, che aggrava la catastrofe umanitaria.

Senza un posto dove andare

Molti paragonano la campagna militare nella Ghuta orientale a quella condotta dal governo siriano e dalla Russia nella parte orientale di Aleppo alla fine del 2016. Le somiglianze sono innegabili: la strategia è sempre assediare, affamare e poi bombardare pesantemente la popolazione. Ma gli abitanti dell’area sono il doppio rispetto a quelli che vivevano nella parte orientale di Aleppo prima dell’assedio, un dato che sottolinea le dimensioni del disastro.

Da sapere
Sette anni di guerra

◆ “Il destino della rivoluzione siriana si gioca nella Ghuta orientale”, scrive il quotidiano siriano d’opposizione Sada al Sham. L’esercito di Bashar al Assad ha riconquistato il 60 per cento del territorio ribelle intorno a Damasco. Duma, la città più grande della zona, è completamente isolata. Dal lancio dell’operazione, il 18 febbraio, sono morti 1.210 civili. Quando il governo avrà ripreso il controllo di tutta la Ghuta orientale “l’intera rivoluzione sarà seppellita”, commenta Sada al Sham.

◆L’Osservatorio siriano per i diritti umani calcola che dal 15 marzo 2011, quando è scoppiata la rivolta contro il presidente Bashar al Assad, al 12 marzo 2018 in Siria sono morte 353.935 persone, di cui 106.390 civili. Secondo l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati
i siriani fuggiti all’estero sono 5,4 milioni.


Non è un caso che oggi la Ghuta orientale stia pagando un prezzo così alto. Il governo e i suoi alleati hanno l’obiettivo specifico di svuotare la zona dei suoi abitanti e di rendere questo stravolgimento demografico permanente. La Ghuta orientale è molto vicina a Damasco, che continua a essere nelle mani del governo. È nell’interesse del presidente siriano Bashar al Assad espandere il suo controllo militare intorno alle aree che già domina, in modo da allargare la sua sfera d’influenza alle località strategiche e mantenere al sicuro le roccaforti governative.

Il governo ha adottato una strategia simile a Daraya, a sud della capitale siriana. La zona oggi è quasi tutta in macerie, e restano pochi dei suoi abitanti originari. Se la Ghuta orientale diventasse altrettanto inabitabile, per il regime sarebbe molto più facile mantenerne il controllo, nonostante le sue ridotte capacità militari.

Fino alla fine

Ad alcuni può sembrare strano che il governo non riesca a mantenere il controllo sulle aree sottratte ai ribelli, pur avendo il sostegno della Russia e dell’Iran. Eppure, l’attacco statunitense che il 7 febbraio potrebbe aver ucciso circa cento mercenari russi nel nordest della Siria e la proliferazione di milizie che combattono per il governo e chiedono in cambio privilegi sempre maggiori dimostrano che per Damasco le risorse da schierare sul campo non sono illimitate.

Che l’obiettivo sia rendere inabitabile la Ghuta orientale è evidente anche dalla serie di attacchi chimici lanciati sulla zona, tentativi deliberati di convincere i residenti che l’unica opzione per loro è la fuga. Tuttavia a differenza della parte orientale di Aleppo, dove molti abitanti erano già sfollati interni provenienti da altre zone della Siria, nella Ghuta orientale la maggior parte della popolazione è autoctona e non ha altro posto dove andare. La sua resistenza sta spingendo il regime e l’alleato russo ad aumentare la violenza per costringerla a scappare.

Damasco e Mosca continuano ad affermare che la loro campagna vuole estirpare i gruppi “terroristici” come Hayat tahrir al Sham, Jaysh al islam e Failaq al Rahman. Il programma della Bbc Newsnight ha spiegato che il regime starebbe tentando di mettere la popolazione locale contro questi gruppi armati, in modo da spingere i combattenti a spostarsi verso altre zone del paese. Ma gli abitanti della Ghuta orientale sono per lo più intrappolati nei combattimenti e non riescono ad avere una reale influenza sui gruppi ribelli. Oltretutto, la campagna del governo e della Russia prende di mira zone dove la presenza di Hayat tahrir al Sham è minima (al massimo duecento miliziani, secondo le stime). Jaysh al islam e Failaq al Rahman, invece, in passato si sono scontrati tra loro, ma ora si stanno coordinando per affrontare il nemico comune. I due gruppi sanno che arrendersi in questa battaglia significherebbe scomparire, e per questo combatteranno fino alla fine. Invece di indebolirli, gli attacchi del regime e della Russia stanno rafforzando la loro collaborazione.

Le mosse finali del governo siriano nella Ghuta orientale saranno difficili e molto sanguinose. Che Damasco raggiunga o meno il suo scopo, i danni causati nel frattempo saranno enormi. ◆ fdl

Lina Khatib dirige il Middle East and North Africa programme del centro studi Chatham house, con sede a Londra.

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Questo articolo è uscito sul numero 1247 di Internazionale, a pagina 20. Compra questo numero | Abbonati