Quando si esce dall’autostrada a Drummond, nel Montana, per andare verso Philipsburg, si notano subito due cose: la quiete e la vastità di un’enorme distesa di praterie sovrastata da un cielo ugualmente sconfinato. La statale si snoda tra i campi, dove spesso ci sono fieno, mucche e qualche ranch. In lontananza le montagne di granito, che un tempo ospitavano miniere e oggi sono silenziose. I binari di una ferrovia abbandonata corrono paralleli all’autostrada, ormai semisepolti dall’erba.

“Potreste venire qui domenica per un capriccio”, scriveva il poeta statunitense Richard Hugo all’inizio della sua poesia _Degrees of gray in Philipsburg _(Sfumature di grigio a Philipsburg), un verso ancora capace di evocare la pace di un’epoca passata, quando si partiva per un’escursione domenicale con il solo scopo di oltrepassare il solito orizzonte e scoprire nuovi paesaggi. Hugo scrisse quella poesia nel 1973 e probabilmente era partito da Missoula, proprio come me. Faceva viaggi del genere per il piacere di trovare un bar tranquillo dove nessuno conoscesse il suo nome e dove poter parlare con il barista senza che qualcuno sospettasse che era un poeta abbastanza famoso. Quell’anno Philipsburg stava ingrigendo. La popolazione, l’economia, i posti di lavoro del Montana occidentale stavano diminuendo e in termini poetici accadeva lo stessa cosa al suo colore. Era uno stato poco conosciuto e in bilico, la cui rilevanza come centro minerario e agricolo era in rapida discesa.

Ritmi geologici

Questa parte degli Stati Uniti è vasta, ampia e aperta nelle vallate, ma circondata da immense montagne. Per gli standard locali, Butte è una città vicina a Philips­burg anche se dista più di un’ora d’auto. Ma Butte un tempo era un centro che influenzava tutta la regione. Alla fine del diciannovesimo secolo il rame, l’oro e l’argento attirarono migliaia di persone in quest’area e Butte diventò la città più ricca a ovest del Mississippi. Le miniere principali si trovavano proprio lì, ma ne furono scavate altre nel resto del Montana occidentale.

Philipsburg si trova in una remota valle di montagna e un tempo era un punto di raccordo per cittadine minerarie ancora più remote. Qui venivano portati i metalli prima di essere inviati sulla linea ferroviaria principale alla fonderia di Anaconda. Se all’inizio del ventesimo secolo Philipsburg aveva 1.600 abitanti, circa il doppio di quelli attuali, altre cittadine più sperdute nelle montagne ne avevano anche di più. Tra queste c’era Granite, oggi del tutto abbandonata, dove alla fine dell’ottocento vivevano più di tremila persone. Era una zona fiorente e ricca. Mentre i minatori scavavano nelle montagne rocciose, i boscaioli tagliavano la legna per costruire la ferrovia, per sostenere i tunnel che scendevano sottoterra e per alimentare le fornaci che fondevano i minerali portati in superficie.

Le vallate erano popolate da mandrie di bestiame, proprio come oggi, per sfamare la popolazione locale da qui a Butte e ancora oltre. Il ritmo della vita rurale è molto diverso da quello delle città. E anche la morte, o almeno quella che per anni è sembrata la morte, delle cittadine di quest’area, è arrivata lentamente, secondo ritmi geologici.

Nel 1890 gli Stati Uniti istituirono un piano obbligatorio di acquisto di oro e argento per risanare i conti pubblici e per stimolare la crescita economica. Quando il governo statunitense cominciò ad acquistare l’argento, un minerale che qui abbonda, la vita nella valle fiorì. Poi con l’abrogazione del provvedimento (lo Sherman silver purchase act) l’industria dell’argento crollò.

Alcune miniere chiusero da un giorno all’altro, molte altre resistettero, cercando di mantenere intatto lo stile di vita del posto. Le città più isolate furono le prime a morire. Chi rimase si trasferì nelle valli più facili da raggiungere. Philipsburg sopravvisse, ma nel corso del novecento, anno dopo anno, sprofondò nell’ombra. Le attività commerciali scomparvero gradualmente. Granite si ridusse a una spoglia distesa di terra nelle remote alture montane. Gli abitanti di Philipsburg assistettero in prima persona a questo cambiamento. Quel declino raggiunse il punto più basso proprio quella domenica del 1973, quando per un capriccio Richard Hugo trovò posto al bar del paese.

Durante la sua epoca d’oro, nella città erano stati costruiti edifici magnifici, “una pista da ballo costruita spumeggiante”, per usare le parole di Hugo. Il crollo trasformò le miniere in cumuli di metallo e mattoni. E così Philipsburg rimase con due alte torri a sorvegliare il declino.

Ma durante la mia visita qui, un secolo dopo il suo splendore e a più di cinquant’anni dal passaggio di Richard Hugo, ho trovato uno scenario diverso, qualcosa di fresco e di nuovo.

Oltre allo Sweet palace, molte persone mi hanno consigliato anche il vecchio stabilimento minerario sulla collina

Mentre lascio la strada principale e ne prendo una più piccola che sale in città, scopro segni di vita: nuove costruzioni, il legno fresco delle case sul fianco della collina, un edificio industriale recente in metallo e una mano di vernice fresca sulle facciate del centro. Il postino mi saluta dalla sua auto quando gli passo accanto, il suo cane è seduto sul sedile del passeggero. Tutto è tranquillo, ma c’è vita. Non più sfumature di grigio, ma colori. Mi fermo a prendere un caffè in un emporio di articoli per la pesca a mosca con una caffetteria. I proprietari si sono trasferiti qui nel 2025 attirati dall’assenza dei problemi delle grandi città e dalla possibilità di stare in una comunità in cui conosci i vicini. Anche se ci sono diversi edifici vuoti, chi vive qui se ne prende cura. In centro, un nuovo negozio di specialità alimentari è gestito da un altro residente arrivato da poco dall’est degli Stati Uniti. Anche per lui questo luogo offre l’opportunità di ritrovare ciò che molti statunitensi credono perduto.

Incontro nel birrificio

Una città che era in punto di morte sembra rinascere. Tutti quelli con cui parlo, dal bancone nell’unico storico bar fino al negozio di specialità alimentari, passando per la gioielleria e il birrificio, mi dicono la stessa cosa: fai un salto al negozio di dolciumi.

Il negozio si chiama Sweet palace, ha due piani e una facciata dipinta in modo fantasioso. Varcare le sue porte di vetro è come fare un salto indietro nel tempo: lunghi espositori in legno e vetro e cesti intrecciati pieni di caramelle per tutta la lunghezza del locale. Fu costruito da una famiglia che non solo voleva mantenere in vita questa città, ma anche renderla divertente. Un posto dove portare i propri figli e crescerli. A quanto pare, un semplice negozio di caramelle ha avuto un ruolo fondamentale nell’aiutare Philipsburg a cambiare il suo volto, passando da un grigiore sbiadito a una varietà di colori.

Ci viene detto che il futuro appartiene alla tecnologia e che le custodi naturali di questo avvenire sono le grandi città, ma mentre osserviamo lo sviluppo tecnologico proviamo una sorta d’infelicità e insoddisfazione per una vita che ci viene presentata come inevitabile.

I piccoli centri potrebbero fornirci l’antidoto perché è lì che trovi dei vicini che non solo ti salutano, ma che ti aiutano quando ne hai bisogno. Ed è lì che il proprietario di un piccolo birrificio, seduto a prendere il sole del pomeriggio insieme ai suoi amici, ti invita al tavolo per una birra. È quello che mi è successo durante la mia visita. Al principio mi sono sentito un turista, ma nel giro di poco abbiamo parlato di tutto: la pesca, le strade, la recente crescita della zona, e anche di un pezzo d’argento che avevo trovato in un torrente qui vicino qualche anno prima insieme ai miei figli. In breve tempo la conversazione è passata ai pro e ai contro di trasferirsi in una piccola città. Alcuni dei nuovi arrivati mi hanno detto che avrebbero voluto farlo prima.

Non ci è voluto molto a girare la cittadina a piedi. Poche strade tranquille, un centro che si esaurisce in pochi isolati. Molte persone mi hanno consigliato, oltre al Sweet palace, anche il vecchio stabilimento minerario sulla collina che domina il paese. Non è difficile trovarlo: due torri svettano tra gli alberi sopra la città. Mentre m’inerpico lungo la strada con il mio pick-up penso a come doveva essere questo posto una volta, quando ci si spostava a cavallo, a piedi o a dorso di mulo. Tutto era più lento e c’erano anche molti più abitanti.

Arrivato al vecchio stabilimento ho una visione più chiara dell’imponente infrastruttura che un tempo sorgeva qui. Incontro un uomo intento a ripulire quello che sembra un vecchio bacino di decantazione. Gli chiedo se posso fotografare il mulino minerario abbandonato e lui non solo me lo permette, ma mi racconta la storia.

Gli chiedo se conosce Richard Hugo. Sorride: tutti a Philipsburg conoscono quella poesia. E anche se parla di una città in declino – com’era all’epoca – è rimasta motivo di orgoglio. È ancora un ritratto fedele di Philipsburg? L’uomo sorride con fare gentile e risponde: no, non più.

Sembrava che stesse morendo, ma in realtà stava solo cambiando. E il cambiamento in luoghi come questi è lento. Ha bisogno di aspettare che arrivino persone nuove, capaci di vedere ciò che la rende speciale. Ma Philipsburg sta rinascendo. La famiglia dell’uomo che ho appena incontrato riaprirà il sito minerario entro il 2026. Lui si sta occupando dei preparativi. Non sarà un’attività enorme, ma potrà sostenere qualche famiglia, che avrà dei figli, e ognuno di loro contribuirà alla vita della città.

Binari o carrelli

Gli chiedo se posso andare fino all’antica miniera di Granite, al paese abbandonato. Studia per un po’ il mio camioncino, in particolare i pneumatici, e poi dice: “Sì, ci puoi arrivare”. Mi dà le indicazioni e mi dice di fare assolutamente delle foto lungo la strada. Percorro i circa dodici chilometri a passo di lumaca perché la strada è ripida, fangosa, piena di buche e coperta di neve. Verso l’ottavo chilometro comincio a dubitare della sua fiducia nel mio mezzo di trasporto, ma non trovando un posto dove fare inversione proseguo. Quando arrivo a Granite c’è troppa neve per scendere a piedi nella parte vecchia del paese, ma mentre faccio inversione non posso fare a meno di chiedermi come fosse questo posto quando tremila persone lavoravano nelle miniere. Allora non c’erano camion. Niente fuoristrada. Tutto il metallo era trasportato a valle con un sistema di binari o in carrelli trainati da animali.

È sera quando rientro in città. A ovest il sole cala sulle montagne e tinge di una luce calda le vette più alte di Philipsburg. Nella quiete del tramonto i colori del centro storico sono vivaci e intensi. Una famiglia esce dal negozio di dolciumi, un’altra entra nel birrificio. Una fila di camion ha ormai occupato tutto lo spazio davanti all’unico bar del centro. La città non è né più grande né più piccola di com’era nel 1973. Ma in questa nuova epoca voglio essere ottimista: le persone si sentiranno sempre più attirate da luoghi come questo. Il paese ne è pieno e sono in attesa solo di qualche giovane famiglia. E di una mano di vernice fresca. ◆ nv

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Questo articolo è uscito sul numero 1668 di Internazionale, a pagina 72. Compra questo numero | Abbonati