Errori degli intellettuali di sinistra. Qualche anno fa un gruppo di scrittori e artisti francesi e italiani si mobilitò in favore di Cesare Battisti, condannato in Italia per quattro omicidi di cui era accusato di essere l’autore o il complice. Il caso ispirò molti articoli indignati contro le autorità italiane, e poi francesi, quando si trattò di estradarlo. Ma la magistratura italiana ha dimostrato di avere prove solide contro di lui. Non solo: in questi giorni Battisti, dopo essersi proclamato innocente per circa trent’anni, ha ammesso di essere il responsabile di quegli omicidi.

Ci asterremo dal condannare un uomo ormai in prigione, dove probabilmente rimarrà per il resto dei suoi giorni. In compenso è difficile ignorare che quella mobilitazione, che ebbe grande risalto sui mezzi d’informazione, era futile e ingenua. Alcuni difendevano Battisti – in particolare Libération – in nome del rispetto della parola data dalla Francia. All’inizio degli anni ottanta infatti il presidente François Mitterrand aveva deciso che gli italiani perseguiti in Italia e rifugiati in Francia non sarebbero stati estradati, a condizione che non avessero le mani sporche di sangue e che avessero rinunciato alla lotta armata. In seguito Jacques Chirac aveva cambiato idea e Battisti era scappato di nuovo.

I difensori francesi di Cesare Battisti rivendicavano la sua innocenza e accusavano la giustizia italiana. In realtà chi conosceva bene la situazione era più prudente

La posizione di Mitterrand aveva una sua logica: aveva sottratto alla giustizia italiana alcuni militanti coinvolti nei cosiddetti anni di piombo, ma quelli che non avevano più preso le armi ormai si erano integrati nella società francese. Oggi però ci rendiamo conto che la “dottrina Mitterrand” non si poteva applicare a Battisti, perché aveva le mani sporche di sangue.

I difensori di Cesare Battisti rivendicavano la sua innocenza e accusavano la giustizia italiana di decisioni infondate. In realtà chi conosceva bene la situazione era più prudente – in particolare il corrispondente di Libération a Roma, Eric Jozsef – e faceva osservare che le prove contro il presunto (e ormai accertato) terrorista erano molto più solide di quello che si diceva in Francia. Ma i simpatizzanti francesi di Battisti non volevano saperne e ironizzavano sul funzionamento della giustizia italiana. Dicevano per esempio che Battisti era stato condannato per due omicidi compiuti nello stesso momento in due città diverse, dimenticando però di precisare che in questi due casi era accusato di essere stato complice o mandante e non autore materiale dei delitti. Allo stesso modo sottolineavano il fatto che alcuni testimoni dell’accusa erano dei pentiti che avevano parlato in cambio di uno sconto di pena. Ma i pentiti fornivano delle piste agli inquirenti, che poi venivano verificate dai magistrati. Di questo in Francia non si parlava. Inoltre Battisti è stato condannato in primo grado, poi in appello e infine la decisione è stata confermata in cassazione. Due giornalisti francesi, Guillaume Perrault di Le Figaro e Karl Laske di Mediapart (in passato a Libération), avevano studiato il caso e pubblicato un libro per raccontare le prove contro Battisti. Ma a quanto pare nessuno li ha notati.

Tutto questo porta a una riflessione sullo strano rapporto che una certa sinistra francese ha con la democrazia. Gli “anni di piombo” hanno insanguinato la vita italiana per anni. La “guerra” scatenata dai militanti di estrema sinistra si basava su un’analisi in parte giusta, ma in fin dei conti falsa. Sostenevano che la democrazia italiana era minata da reti clandestine legate all’estrema destra e alla Cia, cosa in parte vera. Ma ne concludevano che il sistema democratico era solo uno scenario in cui forze oscure legate all’“imperialismo” manipolavano il paese. E questo, secondo gli estremisti, giustificava il ricorso alla lotta armata, cioè al terrorismo delle Brigate rosse e di altre organizzazioni simili.

In realtà la democrazia italiana ha superato la prova senza rinunciare allo stato di diritto. Alcune azioni giudiziarie o di polizia sono state brutali, ma nell’insieme i governi di Roma hanno mantenuto in vita i princìpi che li legittimavano. I gruppi terroristici sono stati perseguiti con forza, ma condannati per lo più dopo processi giusti. Così è stato anche per Battisti. Del resto anche il Pci, il Partito comunista italiano – come il giornale di centrosinistra la Repubblica – era schierato in prima linea nella lotta al terrorismo.

C’è stata una certa arroganza benpensante nei giudizi francesi sull’Italia. C’è stato soprattutto un grave errore politico: è sbagliato e pericoloso presentare le democrazie in generale, e l’Italia in particolare, come dei regimi finti, manipolati da oscure forze economiche o straniere. Significa ridurle al livello di dittature, creare fra questi regimi un’uguaglianza di fatto e giustificare azioni illegali e violente in società libere: una scusa usata da tutti i terroristi. Le libertà pubbliche, per quanto incrinate, sono una realtà concreta. Su questo punto i discorsi dei terroristi non sono sinceri, e bisognava almeno verificarlo. I simpatizzanti di Cesare Battisti non l’hanno fatto. ◆ adr

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Questo articolo è uscito sul numero 1300 di Internazionale, a pagina 34. Compra questo numero | Abbonati