Fa caldo. Non riesco a pensare ad altro mentre scrivo. Intanto, da diverse parti d’Italia e del mondo, amici e amiche mi inoltrano gli avvisi delle amministrazioni locali: evitare di uscire nelle ore più calde, bere molta acqua, restare al chiuso se possibile. È arrivata un’altra ondata di calore.
Il problema delle ondate di calore è che sono fenomeni estremi i cui effetti si vedono poco. A differenza di un’alluvione o di un incendio, il caldo estremo raramente produce immagini spettacolari e quelle usate per rappresentarlo (persone con un fazzoletto sulla fronte, alle fontanelle o in spiaggia) non ne riescono a mostrare la gravità, nonostante sia tra gli eventi meteorologici più letali. Nel 2022, durante un’altra fase di ondate di calore prolungate, i giornalisti del Washington Post hanno provato a “rendere visibile l’invisibile” lasciando stare mappe e grafici, e andando a filmare dei ghiaccioli che si scioglievano sotto il sole nelle capitali europee.
Inquadrati dall’alto su un piatto bianco, i ghiaccioli si trasformano lentamente in una pozza colorata, mentre sullo schermo compaiono dati sulle temperature record e sul riscaldamento climatico.
Far comprendere alle persone la gravità di un fenomeno come le ondate di calore è diventato un problema negli ultimi anni, per climatologi e giornalisti. In Australia, nel 2013, i tecnici del Bureau of meteorology si accorsero che le previsioni avrebbero superato i 50 gradi in alcune aree interne e non avevano colori da usare nelle mappe meteorologiche standard per mostrare le temperature oltre quella soglia. Dovettero quindi aggiungere due nuove tonalità, e l’ultima era un viola acceso, quasi fluorescente.
La geografa Deborah Dixon ha ricostruito questa storia in un saggio del 2023, collegandola a quella delle Warming stripes, le strisce di calore del climatologo Ed Hawkins. Anche Hawkins, nel 2021, in vista della Cop26 di Glasgow, aveva valutato di aggiungere un altro colore: “Avrebbe potuto usare sfumature di nero, si chiedeva? O avrebbe potuto introdurre quello che definiva uno ‘scenario inferno’, uno scenario che vira verso un viola incandescente? Alla fine, rispondendo ai suggerimenti di alcuni dei suoi follower su Twitter, optò per il rosso che sfuma nel nero”.
Se il viola oggi è usato ancora nelle mappe termiche a infrarossi, che hanno una scala che va dal viola all’arancione al bianco, sembra essere sparito dalle visualizzazioni sui giornali che elaborano i dati sulle ondate di calore. Resta il rosso scuro, e il tentativo di aiutare le persone a capire come leggere la propria esperienza personale di evento climatico estremo in relazione con una crisi globale.
Su questo punto segnaliamo il Climate Monitor, una dashboard lanciata dalla Reuters la scorsa settimana per confrontare le previsioni meteorologiche con i dati storici e individuare e mappare le temperature estreme prima che si verifichino. Presentando il progetto, Ben Welsh, che coordina i progetti di visualizzazione interattiva dei dati della Reuters, ha spiegato che l’idea è nata dalla necessità di migliorare la copertura di eventi climatici in rapido sviluppo: “Per raccontarli servono dati locali, facili da interpretare e aggiornati quasi in tempo reale”, ha scritto su Linkedin.
Il sistema è stato usato inizialmente durante i Mondiali di calcio maschile del 2026, per monitorare il rischio legato al caldo estremo, e in seguito per seguire le ondate di calore stagionali e altri fenomeni climatici come El Niño.
E in Italia?
Il Sole 24 Ore pubblica ogni anno un indice del clima che classifica i capoluoghi italiani in base a 15 parametri meteorologici, e ha una sezione sugli eventi estremi che colpiscono le città, mostrando la varietà dei fenomeni da tenere in considerazione quando si parla di crisi climatica. Secondo i dati del periodo 2010-2025 c’è stato un aumento degli episodi climatici estremi: nelle città del nord la temperatura media è salita di 2,3 gradi, nel 2025 sono state registrate 17 ondate di calore, 14 picchi di caldo estremo e 80 notti tropicali. E le piogge si concentrano in pochi eventi intensi, invece di essere distribuite nel corso dell’anno.
L’anno scorso l’Economist ha pubblicato dati e grafici sulle città europee in cui durante le ondate di calore la mortalità aumenta di più. Confrontando città con climi simili, l’aumento è molto più alto in Europa che in Asia o nelle Americhe. Per esempio, Torino e Toronto hanno temperature simili nei giorni più caldi. Ma il rischio di morte aumenta di più del 50 per cento a Torino, contro il 14 per cento a Toronto.
In questo grafico ci sono le città prese in considerazione da uno studio della London school of hygiene and tropical medicine: sull’asse orizzontale c’è la temperatura media nei giorni più caldi dell’anno per ogni città (che vengono indicati con il 99° percentile) e sull’asse verticale l’aumento percentuale del rischio di morte. Bologna è la città più pericolosa: nei suoi giorni più caldi, il rischio di morte aumenta di oltre l’80 per cento. Milano segue, intorno al 70 per cento. Roma, che ha temperature di picco simili, si ferma al 60 per cento.
Il dato più contro-intuitivo riguarda le città del sud: Madrid, Atene e Valencia registrano temperature massime più alte, tra 29 e 32 gradi, ma Londra e Parigi, con picchi intorno ai 22-24 gradi (dati riferiti al 2022), mostrano un aumento del rischio tra il 40 e il 60 per cento: temperature che altrove sarebbero ordinarie, lì diventano letali perché non c’è stato tempo di attrezzarsi per affrontarle.
Questo articolo è tratto dalla newsletter Numeri.
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