Attenzione, questo articolo contiene spoiler.
Jordan Peele ama i conigli. C’è una canzone nella prima scena di Scappa. Get out, l’esordio da Oscar di Peele nel ruolo di sceneggiatore e regista, che fa: “Corri coniglio, corri coniglio, corri! Corri! Corri!”, mentre il personaggio di Dre (interpretato da Lakeith Stanfield) passeggia incontro al suo destino in una periferia abitata da bianchi. È una vecchia canzone britannica che risale alla seconda guerra mondiale, e risuona come l’eco nostalgica di un periodo di allegri ricevimenti del tè e supremazia bianca senza freni. Con Get out Peele ha dimostrato di gestire magistralmente i contrasti, mescolando horror e satira.
Anche Us si apre con un coniglio, o meglio con un persistente primo piano dell’occhio di un coniglio bianco. Il senso si capirà più avanti. Per il momento l’animale tremante e vulnerabile è solo un indizio.
Maestro dei contrasti
Get out è un film straordinario, un enorme salto in avanti nell’indagine del razzismo in chiave satirica portata avanti dal cinema statunitense. In Us Peele si è concesso un po’ più di spazio per sperimentare. Frustrato dall’interpretazione di Get out come una commedia, ha risposto con un film intriso di sangue, terrore e ambiguità.
Us è percorso da correnti filosofiche sotterranee molto più profonde. Il coniglio che vi saluta all’inizio è un invito. Lo seguirete, come fa Alice? Il viaggio sarà a vostro rischio e pericolo, non c’è modo di sapere quanto sia profonda la tana del coniglio.
Us è un film sulla famiglia Wilson: la mamma Adelaide (Lupita Nyong’o) e il papà Gabe (Winston Duke) sono in vacanza con i figli, l’adolescente Zora (Shahadi Wright) e il fratellino Jason (Evan Alex). Dopo uno stuzzicante flashback nell’infanzia di Adelaide a metà degli anni ottanta, saltiamo al presente. Adelaide prende il sole su una spiaggia di Santa Cruz.
Ma non riesce a rilassarsi. Su questa spiaggia è accaduto qualcosa quando era piccola, racconta a Gabe: pensa di aver visto il suo doppio nello specchio di una casa dei divertimenti. Anche noi l’abbiamo visto in quel flashback. Si tratta davvero di un altro sé, o solo di un’allucinazione?
Gabe è scettico.
Noi siamo quelli che sentiamo di essere? O siamo solo un insieme composito delle percezioni che gli altri hanno di noi? È la prima grande domanda sull’identità che ci pone Us. Presto però, quando nel vialetto d’accesso della loro casa delle vacanze appare una famiglia misteriosa, emergono tante altre domande.
Due adulti e due bambini, con delle tute rosse identiche, tutti con un solo guanto e un paio di forbici da sarto in mano, si fanno strada verso la casa: capiamo che sono i sosia della famiglia, e sono qui per uccidere.
Una volta entrati in casa, i sosia costringono i Wilson a sedersi davanti a loro. Sono le ombre dei Wilson, spiega il doppio di Adelaide. L’Adelaide ombra ha dovuto replicare tutto quello che Adelaide ha fatto nella sua vita. “Quando l’ombra aveva fame, doveva mangiare coniglio crudo”, dice la sosia, parlando di se stessa in terza persona. “Chi siete voi?”, chiedono i Wilson. “Siamo gli americani”, è la risposta.
Ci sono molti modi di interpretare l’improvviso arrivo dei sosia assassini. Come in Funny games di Michael Haneke, c’è la sensazione che i Wilson semplicemente meritino di essere distrutti perché tutte le famiglie benestanti possiedono ricchezze e comodità che non gli appartengono di diritto. I Wilson ombra sono identici alle loro controparti, anche se hanno gli occhi cattivi e non parlano quasi mai. La dicotomia suggerisce che ogni famiglia felice esiste a scapito di un’altra famiglia, uguale in tutto tranne che per la condizione sociale.
I doppi sono spesso introdotti per indurre nei protagonisti una crisi d’identità, come in Persona di Ingmar Bergman, nel Ladro di orchidee di Spike Jonze (e Charlie Kaufman), nel Cigno nero di Darren Aronofsky, in Moon di Duncan Jones. Tuttavia la storia a cui più di ogni altra fa pensare Us è quella di Peter Pan, il romanzo di J.M. Barrie. Peter perde la sua ombra quando una finestra si chiude all’improvviso mentre lui ci sta passando attraverso, recidendola da lui. La tata dei bambini non sa cosa fare. Peter prova senza successo a riattaccarsi l’ombra: “Allora, scoraggiato e tremante, si sedette sul pavimento e si mise a piangere”.
Il popolo ombra
È uno dei momenti più tristi di una storia molto triste. Ma è precisamente lo stesso dolore innominabile che aleggia tra Adelaide e la sua ombra quando s’incontrano. Alla fine Wendy ricuce l’ombra addosso a Peter, ma i Wilson non saranno altrettanto fortunati: dovranno lottare contro le ombre recise per conquistare il loro diritto a esistere.
La nozione di “ombra” di una persona è stata approfondita dai teorici postcoloniali. In Pelle nera, maschere bianche, Frantz Fanon, psichiatra, antropologo e filosofo della Martinica, scrive del “delirio manicheo” che serpeggia nella società coloniale, dove l’esistenza è divisa tra le sofferenze del subalterno e l’agiatezza del colonizzato. Una sorta di follia attraversa questo genere di società, scrive, una nevrosi che colpisce indiscriminatamente abbienti e non abbienti, perché sono legati in un’orrenda diade.
Gli Stati Uniti non sono una colonia, ma le sue disuguaglianze economiche e razziali (in larga misura sovrapposte) hanno diviso la società in strati separati: i privilegiati e gli altri (e vale la pena di notare che Us può essere letto anche come U.S.). Se in una società ineguale chi è povero e privo di diritti esiste sempre come sosia ombra di chi è ricco, allora recidere il legame significa distruggere in modo traumatico il senso di sé che ha una persona privilegiata.
Questo è ciò che accade ad Adelaide e alla sua famiglia, che però non sono disposti a cedere facilmente. Ed è qui che Peele amplia la critica politica di Get out. Tenuti insieme dagli stretti legami dell’amore e dell’identità afroamericana, i Wilson sopravvivono a tanti bianchi massacrati senza troppe difficoltà dai loro sosia.
Se la cornice teorica postcoloniale di Us è quella giusta, che gli afroamericani conoscano bene l’esistenza subalterna al punto da essere in grado di sopravvivere agli attacchi delle loro ombre ha un suo senso. Sarebbero loro stesse delle persone ombra, perseguitate dalla certezza che gli oppressori non esistono senza gli oppressi.
Svelare fino in fondo perché esistono i _tethered _(“legati”, come vengono chiamate le persone ombra) e perché attaccano il resto dell’umanità significa rovinare il film, ma la spiegazione non è all’altezza del sofisticato e divertente esame dell’identità offerto dalla pellicola ed è un po’ deludente.
Us è comunque un film prodigioso, oltre che una risposta implicita alle domande poste in Get out. E se non ci fosse un finale facile? E se la vera lotta fosse quella interiore? Nel solco di alcuni dei più raffinati scrittori degli Stati Uniti che si sono occupati di razza e politica, Jordan Peele fa avanzare il dibattito. ◆ gim
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1300 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati