Al congresso della società geografica russa lo scorso autunno il presidente Vladimir Putin ha chiesto al suo governo di proclamare il 2027 “anno della geografia”. L’evento principale, ha spiegato, sarà il “consolidamento di nuove mappe della Federazione Russa”. I territori ucraini annessi saranno messi in evidenza, rappresentando le terre occupate come parte integrante dello stato.

In Europa, e in particolare in Germania, il 2027 sarà invece un “anno della storia”. Il 6 settembre 2026 gli elettori della Sassonia-Anhalt hanno inflitto un danno senza precedenti al “cordone sanitario” concepito per tenere l’estrema destra lontana dal potere. L’alta affluenza alle urne (77 per cento) ha fatto pensare addirittura alla caduta del muro di Berlino del 1989. La Sassonia-Anhalt non è la Germania – con due milioni di abitanti, difficilmente può rappresentare perfino l’intera ex Germania Est – ma è ragionevole concludere che le lezioni del novecento abbiano perso la loro capacità di plasmare la politica europea.

Un futuro definito dallo slogan “mai più” finisce quando il ricordo del passato svanisce. Per i giovani il comunismo e il fascismo appartengono a un’epoca lontana

Un futuro definito dallo slogan “mai più” ha, per sua natura, una data di scadenza: finisce quando il ricordo del passato svanisce. Per i giovani, tanto il comunismo quanto il fascismo appartengono a un’epoca lontana che non determina più le loro scelte. Sono stati gli elettori più anziani – quelli che hanno vissuto sotto il vecchio regime della Germania Est – i meno propensi a votare per l’Afd. Quello che gli elettori dell’Afd chiedono non è la restaurazione del vecchio regime, bensì di rimediare al fatto che, dal 1989, un abitante su quattro della regione se ne sia andato. Tutti convivono con l’ansia che il proprio paese stia scomparendo. I liberali temono di perdere la loro democrazia; i nazionalisti temono di perdere la loro cultura. Commentando i risultati, il primo ministro polacco Donald Tusk ha dichiarato: “In Polonia solo gli idioti e i traditori possono gioire del trionfo dell’Afd”.

E mentre il 74 per cento degli europei intervistati dall’Eurobarometro dichiara che il proprio paese trae benefici dall’appartenenza all’Unione – dato più alto dal 1983 – il continente rischia di cadere vittima non di una rivolta popolare, ma di qualcosa che somiglia a una corsa agli sportelli bancari. Quanto più si teme che gli altri stiano perdendo fiducia in Bruxelles, tanto più si è tentati di ritirare il proprio sostegno. Tutti vogliono essere sicuri che, se le cose dovessero andare male, saranno loro a pagare il prezzo più basso.

La combinazione dell’anno della geografia in Russia e dell’anno della storia in Germania è un incubo per l’Europa. La Russia trascorrerà il 2027 a stampare mappe, l’Europa passerà il 2027 a stampare schede elettorali. Si terranno le presidenziali in Francia e le elezioni parlamentari in Italia, Spagna e Polonia. I sondaggi suggeriscono che ciascuna di queste consultazioni potrebbe produrre coalizioni di governo orientate a destra e composte da partiti tradizionalmente considerati euroscettici. I favoriti alla vittoria appartengono a correnti diverse e le loro posizioni sull’Unione sono articolate, ma sono anche pericolosamente frammentati. Giorgia Meloni in Italia, il partito Diritto e giustizia in Polonia e il Partito popolare in Spagna avrebbero tutti bisogno di governare alleandosi con i partiti collocati alla loro destra. Qualsiasi spostamento verso il centro sarebbe rischioso. Il presidente statunitense Donald Trump potrebbe complicare ulteriormente le cose se decidesse di sostenere gli elementi più radicali.

Di conseguenza il destino dell’Unione non sarà decretato dalle élite politiche impegnate in una sorta di “acchiappa la talpa”, nel tentativo di tenere l’estrema destra fuori dal potere. Sarà deciso dalla loro capacità di costruire un nuovo consenso europeo nel quale i liberali e coloro che per lungo tempo hanno definito “fascisti” possano convivere difendendo la sovranità europea.

Il dilemma è che, per riuscirci, i partiti tradizionali devono presentare gli avversari come strumenti di Mosca o di Washington, oppure come estremisti che vogliono distruggere l’Unione. Ma allo stesso tempo devono convincere l’opinione pubblica di poter collaborare con loro e che una vittoria dell’estrema destra non implica la fine dell’Unione.

Naturalmente è importante chi vincerà le presidenziali francesi, ma è ancora più importante quali questioni il prossimo presidente francese metterà al primo posto. L’Unione può convivere con un leader che vuole una politica migratoria più severa o rallentare la transizione verde, ma non può funzionare con un leader che si schiera apertamente con Mosca o riduce l’Europa a un’appendice degli Stati Uniti di Trump.

Il problema non è che una posizione è rispettabile e l’altra no. Il punto è che le leggi sull’immigrazione possono essere riscritte dal governo successivo, mentre ridisegnare i confini di un paese è molto difficile. Le mappe sopravvivono alle maggioranze. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1685 di Internazionale, a pagina 40. Compra questo numero | Abbonati