Se cinque anni fa qualcuno avesse detto: “Un giorno il Partito giustizia e sviluppo (Akp) caccerà i siriani che oggi sta accogliendo e guadagnerà consensi per questo”, avremmo riso. Ma è proprio quello che sta succedendo. La mossa dell’Akp non è un riflesso della crisi a Idlib, ma il primo passo di un progetto di lungo periodo pensato come assicurazione politica sul futuro. I profughi abbandonati lungo il confine greco, le aggressioni nei confronti di chi cerca di aiutarli e gli attacchi contro i migranti nelle città dominate dall’opposizione dimostrano che il potere cerca di rinascere dalle sue ceneri. Questa ondata di odio può crescere fino a stabilire le fondamenta della politica turca nel prossimo futuro. Alcuni si illudono che, se il governo cadesse, in Turchia tornerebbe subito la democrazia. Ma il potere sta cercando di sfruttare il razzismo per determinare quello che verrà dopo. Sparge semi che imprigioneranno la Turchia in un clima ancora più fascista, e che germoglieranno anche negli altri partiti. Perciò solidarizzare con i profughi, resistere all’odio contro di loro non è solo sterile buonismo, ma un atto politico. Impedire che il razzismo sia normalizzato e legittimato significa salvare il futuro. Il fatto che finora nessun partito abbia voluto schierarsi con i profughi, che neanche un parlamentare sia andato al confine con la Grecia, dimostra che anche l’opposizione è stata travolta da questa ondata. Con la sua strategia populista l’Akp è riuscito a trasformare la crisi che ha creato in una vittoria, e ha impedito che le perdite subite a Idlib provocassero la reazione della società. Se il governo riuscirà a scaricare la crisi economica, politica e sociale sui migranti avrà vinto. Chi ieri ha chiuso gli occhi davanti all’aggressione dei curdi ha perso l’oggi. Chi oggi non protesta contro il razzismo nei confronti dei profughi perde il domani. ◆ ga

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Questo articolo è uscito sul numero 1348 di Internazionale, a pagina 30. Compra questo numero | Abbonati