Per i populisti è imbarazzante quando il popolo li manda al diavolo. Dopotutto, loro vogliono difenderlo dai malvagi globalisti, dalle élite e, non da ultimo, dai burocrati autoritari di Bruxelles. È successo il 12 aprile in Ungheria: il popolo non vuole che persone del genere parlino a suo nome. Sembra saper distinguere tra rappresentanti ragionevoli e quelli che usano il loro potere solo per riempirsi le tasche; tra le minacce reali e quelle inventate o gonfiate per motivi elettorali; tra il vicolo cieco in cui certi leader, soprattutto di estrema destra, conducono i loro paesi e l’ampio e aperto orizzonte che offre l’Europa.

Per questo la sconfitta del primo ministro sovranista Viktor Orbán è importante. Gli ungheresi hanno affermato a grande maggioranza di voler far parte dell’Europa e di condividere i suoi valori. Di averne abbastanza di una cricca di governo che si arricchisce a loro spese, e che incatena politicamente ed economicamente il paese a Mosca e Pechino.

Per l’Unione europea è una buona notizia, visto che per anni sembrava che i suoi nemici fossero in costante ascesa.

La sconfitta di Orbán è insomma una vittoria per l’Europa e per tutti i valori su cui si fonda: tolleranza, stato di diritto, democrazia, libertà.

Insieme al primo ministro ungherese hanno perso anche altri due nemici dell’Unione: Donald Trump e Vladimir Putin. E forse anche gli elettori di altri paesi europei capiranno che la loro vita non è minacciata da una parata del Pride o da una turbina eolica, ma da questi due uomini bellicosi e assetati di potere. Il futuro capo del governo ungherese, Péter Magyar, sarà un partner più facile di Orbán per Bruxelles. Non farà un’inversione di marcia totale su tutti gli argomenti. Probabilmente non la farà sulla politica migratoria, e sarà cauto nel sostenere l’Ucraina con denaro e armi.

D’altronde ogni capo di stato europeo ha il diritto di difendere gli interessi nazionali e le sue opinioni. Ma è inaccettabile che lo faccia senza alcuna considerazione per gli altri paesi dell’Unione e in accordo con Washington, Pechino e Mosca, mentre s’incassano miliardi di euro di sovvenzioni da Bruxelles. Gli ungheresi hanno votato per tornare in Europa. Isten hozott itthon, si potrebbe dire. Bentornati a casa. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1661 di Internazionale, a pagina 19. Compra questo numero | Abbonati