Al ritorno dalle vacanze, come ogni anno, ci ritroveremo fra le mani un bel po’ di libri. Strategie delle case editrici a parte, è il nuovo segno distintivo che unisce la gente importante. Una volta i potenti erano immancabilmente descritti come persone che alle otto di mattina avevano già letto tutti i giornali. “Almeno cinque quotidiani”, insistevano i biografi, “dall’Humanité a Le Figaro”.

Questi dettagli suggerivano che essere molto informati era un segno di apertura mentale, di curiosità. Ma con l’arrivo di internet e dei social network, chiunque soffra d’insonnia e dorma con lo smart­phone sul comodino può permettersi di leggere articoli di diversi schieramenti prima di fare colazione.

De Gaulle, Stendhal e André Gide

Il libro invece è un segno della capacità di resistere alle distrazioni immediate, di rimanere concentrato su un argomento per più di due ore. È l’anti-dispersivo per eccellenza. Qualche giorno prima di lasciare la Casa Bianca, Barack Obama ha concesso un’intervista al New York Times in cui parlava delle sue letture, un modo per dire: “Non mi accontento dell’aspetto superficiale delle cose”.

Sulla sua foto ufficiale, Emmanuel Macron ha ostentatamente messo alla sua destra una copia aperta delle _Memorie di guerra _del generale Charles de Gaulle. S’intravedono anche una raccolta delle opere di Stendhal e un’altra di André Gide. Ma bene in vista sulla scrivania ci sono due smartphone, a ricordare che il presidente, anche se legge dei libri di carta, non è rimasto fermo a un’altra epoca.

Barack Obama a Denver nel 2011 (Everett Collection/Contrasto)

Ogni anno il gruppo McKinsey pubblica sul suo sito una rassegna di “quello che leggono i dirigenti d’azienda”. Anche quelli del settore tecnologico, quindi di aziende che sono vere e proprie fabbriche di distrazioni, esibiscono libri durante le loro apparizioni in pubblico. E non libri elettronici a cui si dà una scorsa, saltando direttamente ai nomi propri con il comando “trova”. No, dei libri veri con pagine di carta e copertine rigide, come nelle foto del blog di Bill Gates che pubblica ogni estate i suoi consigli di lettura. Quest’anno, tra gli altri, Gates consiglia Riparare i viventi di Maylis de Kerangal, che giudica “particolarmente poetico”. È stata sua moglie Melinda a passarglielo. Ammette di essersi fermato una decina di volte per cercare sul dizionario le parole che non conosceva: i libri sono una fonte di apprendimento costante. Nel 2015 Mark Zuckerberg ha lanciato il suo “anno dei libri” e ha spiegato sulla sua pagina Face­book come queste opere “permettono di esplorare un argomento e di entrarci con più profondità di qualunque altro mezzo di comunicazione moderno”.

In altre parole un libro serve a dire che si legge, e in un periodo di media bashing, cioè di critica feroce nei confronti dei mezzi d’informazione e comunicazione, leggere significa distinguersi dagli altri. Dimostra inoltre che si è capaci di uscire dalla contingenza, che si ha la disciplina per leggere un mattone di 500 pagine, prima d’indignarsi di fronte a un post polemico su un social network a scelta.

Autore di un podcast (e di un libro) sulle abitudini dei perfezionisti famosi, Timothy Ferriss gli chiede sempre delle loro letture. “I libri sono dei testimoni”, spiega Ferriss. Dopo 250 interviste ha rinunciato alla domanda sui libri preferiti – “c’è sempre la tendenza a favorire quelli che si sono letti per primi o per ultimi” – ma si fa dire quelli che regalano o consigliano più spesso. Quando Gates ricorda il libro che Warren Buffett, il suo miglior amico miliardario, gli consigliò durante il loro primo incontro nel 1991 (_Business adventures _di John Brooks), si ha quasi l’impressione che gli avesse confidato una formula magica.

Emmanuel Macron (Soazig de la Moissonniere, élysée)

Nelle conferenze stampa di questi dirigenti d’azienda innovatori non è raro che un giornalista chieda cosa stanno leggendo. Twelve against the gods, ha risposto l’anno scorso Elon Musk a un reporter di Bloom­berg. Le copie di questo volume poco conosciuto, scritto da William Bolitho nel 1929, in cui sono raccolti i ritratti di dodici personaggi storici da Alessandro Magno a Napoleone passando per Casanova, sono andate immediatamente a ruba.

La biblioteca del presidente

La gente importante spesso dice di leggere le biografie, come per verificare quello che hanno fatto gli altri. “Attraverso i libri si frequentano i grandi uomini, anche se sono morti, e si ha l’impressione che si crei una sorta di relazione”, spiegava di recente il primo ministro francese Édouard Philippe, lettore accanito. Con le biografie ognuno può crearsi i suoi piccoli G20.

Obama ha spiegato al New York Times che i libri lo aiutano a ricordarsi che i tempi attuali non sono incredibilmente difficili. L’ex presidente ha detto anche che legge libri di narrativa perché i documenti e i rapporti ufficiali fanno lavorare solo la parte analitica del cervello. La narrativa è un modo “di vedere e di sentire le diverse voci del paese”. Gli piace anche la fantascienza, in particolare _The three-body problem _dello scrittore di fantascienza cinese Liu Cixin. “I problemi con il congresso diventano poca cosa di fronte a un’invasione aliena”.

Parlare delle proprie letture è anche un modo per far vedere che si sa trovare il giusto equilibrio tra vita professionale e personale. “Ho Marguerite Yourcenar che mi accompagna nelle discussioni di bilancio”, confidava Édouard Philippe, immerso nelle Memorie di Adriano. Era ospite del programma radiofonico Uomini che leggono. Un titolo che la dice lunga. Si è detto triste all’idea che i suoi colleghi non leggano di più. “Ci si aspetta dai politici che abbiano una visione del mondo. Ma dove trovarla?”. Gli sembra di aver sentito Sarkozy dire che aveva letto “il 70 per cento” di Guerra e pace. “E poi è venuto Hollande, che non leggeva più niente e lo ammetteva tranquillamente”.

Durante la campagna elettorale statunitense, Tony Schwartz, ghostwriter _del best seller di Donald Trump _The art of the deal, si era spaventato all’idea che Trump potesse diventare presidente, e dubitava del fatto che “avesse mai letto un libro intero nella sua vita adulta”. Durante l’anno e mezzo passato a lavorare a stretto contatto con lui, non ha mai visto un libro sulla sua scrivania, nel suo ufficio o nel suo appartamento. I tempi cambiano. Fino a poco tempo fa per fare politica bisognava aver scritto almeno un libro. Oggi forse basta averne letto almeno uno. ◆ adr

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Questo articolo è uscito sul numero 1221 di Internazionale, a pagina 80. Compra questo numero | Abbonati