Di recente ho sposato un uomo meraviglioso. Siamo entrambi profondamente grati di aver trovato di nuovo l’amore in una fase avanzata della nostra vita. Quando ci siamo conosciuti, andavo abbastanza d’accordo con sua sorella. Ha passato spesso con noi i periodi delle feste e ha fatto parte della nostra cerchia più stretta durante la pandemia.
Col tempo, però, ho cominciato a notare alcuni comportamenti preoccupanti: critiche frequenti agli altri familiari, improvvisi scatti d’ira, si vantava e raccontava storie esagerate o poco credibili, spesso per attirare l’attenzione su di sé, fino a vere e proprie menzogne sui suoi cari. Sembra che tutti in qualche modo le abbiano fatto un torto, e trovo inquietante il veleno con cui parla delle persone che dice di amare.
Quando mio marito mi ha chiesto di sposarlo, la sua ostilità si è rivolta contro di me. Ci sono stati episodi di aggressività verbale e una volta è arrivata anche a mettere le mani addosso a un familiare, lasciando tutti a disagio. In alcune occasioni, davanti ad altre persone, ha anche fatto gesti e commenti inappropriati nei confronti di mio marito, che ho trovato profondamente irrispettosi e offensivi.
Quando l’ho affrontata con calma per uno di questi episodi, ha negato e ha reagito con rabbia, mettendo il resto della famiglia contro di me per averla “accusata” di qualcosa che, a suo dire, non è mai successo, anche se mio marito era d’accordo con me su come erano andate le cose.
Da allora ho scelto di interrompere i rapporti con lei. Non la invito più a casa nostra né alle riunioni familiari che organizziamo. Questo ha creato tensioni con gli altri parenti, che per la maggior parte riconoscono che è matta, ma preferiscono sopportare in silenzio i suoi comportamenti. Mio marito evita di farsi coinvolgere nel conflitto dicendo che “è sempre stata così”. Nessuno la richiama per le sue bugie e per il suo modo di fare violento e offensivo.
Mi sento in colpa per aver incrinato gli equilibri familiari, ma so anche di non poter permettere che mi trattino male. Ho il dovere morale di mantenere la pace per il bene della famiglia o è giusto mettere confini ben precisi, anche se significa rinunciare a partecipare ad alcune riunioni familiari?–Lettera firmata
Per prima cosa, lasciami dire che tuo marito dovrebbe chiedere a sua sorella di trattare te, e tutti gli altri, con un minimo di rispetto. La buona notizia è che non ti ha fatto pressioni per invitarla a casa vostra o includerla nei vostri viaggi. Se dovessi incontrarla durante una riunione di famiglia e lei diventasse aggressiva, avresti tutto il diritto di farle notare che il suo comportamento è inaccettabile e di aspettarti il sostegno di tuo marito. Non sei tenuta a essere gentile con chi non lo è con te: la cortesia deve essere reciproca.
Ma la tua situazione solleva un dilemma morale: come rapportarsi a persone il cui comportamento ci fa dubitare che ne siano pienamente responsabili? Quasi tutta la famiglia di tuo marito sembra aver concluso, anche se implicitamente, che tua cognata soffre di un disturbo della personalità, con le sue manie di grandezza, la sua instabilità emotiva, le bugie assurde e l’ostilità costante. Non perché qualcuno le abbia fatto una diagnosi vera e propria. Semplicemente, alzando gli occhi al cielo con rassegnazione, hanno accettato il suo comportamento ritenendolo immutabile: una condizione da sopportare piuttosto che da affrontare.
I filosofi usano spesso l’espressione “atteggiamenti reattivi”, una definizione coniata da P.F. Strawson, per indicare i sentimenti che guidano i nostri rapporti con le persone che consideriamo moralmente responsabili delle proprie azioni: risentimento, gratitudine, stima e altri simili. Queste reazioni costituiscono il tessuto emotivo della nostra vita morale. Per contro, un “atteggiamento oggettivo”, è la posizione che assumiamo nei confronti di persone che consideriamo più come soggetti da gestire o da curare che come nostri pari sul piano morale.
Molte persone, però, si collocano a metà strada. Qui la filosofa e psicologa clinica Hanna Pickard parla di “responsabilità senza biasimo”: ritenere qualcuno responsabile ma attenuando la nostra risposta emotiva. È grosso modo quello che accade tra i familiari di tua cognata. Ma anche se tu fossi d’accordo nel ritenere che non è pienamente padrona di sé, questo non rende il suo comportamento meno dannoso e non ti obbliga ad accettarlo.
Puoi cercare di moderare il tuo senso di indignazione pur continuando a ritenerla responsabile per le sue azioni (per usare un’altra formulazione di Pickard, potresti provare a passare dal “biasimo emotivo” al “biasimo distaccato”). L’importante è capire che riconoscere le sue difficoltà non significa permetterle di farti del male. Quindi mantieni le distanze, proteggi i tuoi confini e smetti di preoccuparti di non rispettare un qualche ideale di armonia familiare. Loro hanno scelto di adattarsi al suo comportamento. Tu hai scelto di tutelarti.
(Traduzione di Gigi Cavallo)
Il consulente etico è una rubrica del New York Times Magazine su come comportarsi di fronte a un dilemma morale. Qui ci sono tutte le puntate.
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