La sentenza della corte suprema statunitense che ha dichiarato illegale gran parte dei dazi commerciali imposti da Donald Trump non è solo una pesante sconfitta sul piano legale. È anche l’ennesimo segnale che i pilastri del programma nazionalista del presidente degli Stati Uniti si stanno sgretolando, mettendo a rischio la sopravvivenza a lungo termine del trumpismo.

Se dovessimo citare i caposaldi del nazionalismo populista di Trump, i principali sarebbero la politica commerciale aggressiva e il piano di espulsioni di immigrati irregolari: i dazi avrebbero dovuto innescare la rinascita del settore manifatturiero statunitense, mentre la guerra contro gli immigrati avrebbe “purificato” la nazione, dal punto di vista etnico e culturale. Ora il presidente è in difficoltà su entrambi i fronti. Lo strumento delle barriere commerciali, usato da Trump anche come arma politica per piegare altri paesi, è stato fortemente indebolito; le retate contro gli immigrati irregolari senza precedenti penali proseguono, ma dopo la repressione operata dall’Immigration and customs enforcement (Ice) a Minneapolis incontrano la resistenza della maggior parte dell’opinione pubblica (a eccezione dello zoccolo duro del movimento Make America great again).

Le nuove politiche commerciali non hanno creato posti di lavoro

La sentenza della corte suprema sui dazi ha una portata enorme. Trump ha rivendicato un’autorità straordinaria appoggiandosi all’International emergency economic powers act (Ieepa), una legge che dà al presidente il potere di “regolare l’importazione” di prodotti. Tuttavia, la maggioranza dei giudici (compresi tre di orientamento conservatore) ha sottolineato che la norma non parla in nessun punto di “dazi” e non dà al presidente il potere di imporre tasse.

Su questo aspetto la sentenza, scritta dal presidente della corte John Roberts, è particolarmente netta. I giudici hanno preso atto del fatto che Trump interpreta le parole “regolare” e “importazione” come la concessione del “potere indipendente di imporre dazi sulle importazioni da qualsiasi paese, su qualsiasi prodotto, con qualsiasi tasso e per qualsiasi arco di tempo”; ma hanno concluso che quei termini “non possono assegnare un simile potere”. Scott Lincicome, esperto di politiche commerciali, sottolinea che la corte, bocciando i dazi imposti da Trump in base all’Ieepa, ha cancellato circa il 60-70 per cento delle imposte doganali introdotte nell’ultimo anno. La sentenza riguarda alcune di quelle nei confronti di Cina, Messico e Canada oltre che i cosiddetti dazi reciproci, quelli annunciati da Trump contro quasi tutti i paesi nell’aprile 2025.

Secondo Lincicome Trump troverà il modo per reintrodurne alcuni, ma si scontrerà con una serie di limiti legislativi. Allo stato attuale, tra l’altro, il governo dovrebbe rimborsare 175 miliardi di dollari (più gli interessi) alle aziende che in questi mesi hanno sostenuto il costo dei dazi sulle importazioni. “Il presidente potrà imporre nuove barriere commerciali ma non in modo del tutto arbitrario”, sottolinea Lincicome, “perché sarà vincolato da molte più regole. I rimborsi, inoltre, creeranno un caos burocratico e un problema fiscale grave per il suo programma politico”.

Fallimenti inevitabili

Vale la pena di ricordare che alcuni dei peggiori abusi di potere di Trump hanno riguardato proprio i due pilastri del suo nazionalismo economico. I dazi rappresentano un’usurpazione palese di un’autorità che la costituzione assegna al congresso, mentre le operazioni contro i migranti hanno fatto danni enormi: deportazioni in gulag all’estero, tentativi di sospendere il diritto al giusto processo, creazione di un grande arcipelago di campi di prigionia, dispiegamento illegale dell’esercito nelle città statunitensi e l’omicidio di due attivisti che contestavano l’Ice nelle strade di Minneapolis.

Se le tendenze autoritarie di Trump vengono fuori proprio su questi temi, è perché molti settori delle istituzioni (oltre alla maggioranza dell’opinione pubblica statunitense) non appoggiano le sue politiche. Trump non riuscirebbe mai a ottenere l’autorizzazione del congresso per imporre i dazi, che tra l’altro sono osteggiati dalle imprese statunitensi di ogni dimensione. Per quanto riguarda le espulsioni, Stephen Miller, il principale consigliere di Trump sul tema, ha tacitamente invitato il presidente a mettere fine al giusto processo, a ignorare i tribunali e ad assumere poteri semidittatoriali, proprio perché la legge e i tribunali sono un colossale ostacolo per realizzare il suo progetto di espellere milioni di persone dal paese.

Dalla parte dei giudici
Cosa pensano gli statunitensi della sentenza della corte suprema che ha bocciato i dazi, % (sondaggio condotto tra il 20 e il 23 febbraio) (yougov)

E non è un caso che i principali fallimenti di Trump riguardino proprio dazi e immigrazione. Le sue politiche commerciali non hanno creato posti di lavoro nel settore manifatturiero, mentre le espulsioni, oltre a provocare sofferenze inimmaginabili per tantissime famiglie, hanno creato un senso di solidarietà verso gli immigrati. Per attuare il piano di Miller il governo ha dirottato sulla caccia agli immigrati tanti agenti delle forze dell’ordine che avrebbero dovuto occuparsi di crimini ben più seri. Sono stati spesi miliardi di dollari per creare una milizia pesantemente armata e un sistema oppressivo basato sull’incarcerazione indiscriminata. Oggi un’ampia maggioranza della popolazione è contraria ai dazi e all’espulsione di immigrati che non hanno precedenti penali e hanno un lavoro stabile. Di conseguenza Trump è molto impopolare su immigrazione ed economia, due temi che storicamente hanno sempre premiato i presidenti repubblicani.

Diversi opinionisti avevano interpretato il risultato del voto del 2024 come il segno di un profondo e duraturo slittamento del paese verso il nazionalismo populista. E invece sembra che gli elementi portanti di questa ideologia abbiano messo Trump in una posizione difficile. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1654 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati