La diffusione delle nuove varianti del coronavirus potrebbe segnalare un’altra e pericolosa fase della pandemia di covid-19. Ma per il virus non è cambiato niente. Continua a fare quello che gli viene naturale: si evolve, a partire dal ceppo originale, chiamato wuhan-hu-1.
È ormai risaputo che il sars-cov-2 è un coronavirus con un genoma grande e insolitamente stabile, ma questo non significa che non cambi. A differenza della maggior parte dei virus a Rna, che sono tra le entità biologiche più inclini alle mutazioni, il sars-cov-2 ha un genoma che muta lentamente. Questo perché ha una funzione di correzione che riesce a eliminare gli errori durante la replicazione, causa principale di quella mutazione genetica che chiamiamo evoluzione. La velocità media di mutazione del virus rimane bassa e costante (circa due mutazioni per gruppo al mese), ma con il passare del tempo sono emersi migliaia di gruppi. Per esempio, ci sono più di quattromila versioni della proteina spike che il virus usa per introdursi nella cellula ospite, e che costituisce il bersaglio di quasi tutti i vaccini. L’aspetto interessante è che buona parte delle mutazioni sembra indotta dal sistema immunitario umano, non da errori di replicazione dell’Rna. Un ramo del nostro sistema immunitario è infatti un’arma generica contro i virus, che introduce errori casuali nei genomi virali per neutralizzarli. E non sempre ci riesce.
La maggior parte delle mutazioni che sopravvivono non ha una rilevanza clinica. Finora il sars-cov-2 ha circolato senza ostacoli in un’ampia popolazione ospite con poca immunità, incontrando una minima resistenza o pressione selettiva, come la chiamano i biologi. L’evoluzione osservata finora, quindi, è più una deriva genetica casuale che una forma di adattamento del virus. Nel maggio del 2020 è comparsa una variante con la cosiddetta mutazione 614G, che si è rivelata più contagiosa dell’originale grazie all’alterazione della proteina spike. Oggi circa il 90 per cento dei virus in circolazione nel mondo ha questa mutazione. Più di recente hanno cominciato a diffondersi altre tre varianti, l’inglese, la sudafricana e la brasiliana. Tutte e tre potrebbero aver subìto mutazioni che le rendono più trasmissibili, e alcune potrebbero essere in grado d’ingannare parti del sistema immunitario. Ma al momento non sembrano più letali.
Le mutazioni di fuga
L’improvvisa comparsa di queste varianti non indica che il virus muti più velocemente, spiega Sudhir Kumar della Temple university in Pennsylvania. È la conseguenza inevitabile del tempo e dei moltissimi contagi tra individui. Le varianti più trasmissibili hanno un vantaggio biologico e sbaragliano le rivali pigre. In futuro ce ne saranno altre. “Man mano che il virus muta, la storia tenderà a ripetersi”, dice Sharon Peacock, che dirige il Covid-19 genomics Uk consortium.
Il timore principale è la comparsa delle cosiddette mutazioni di fuga, che permettono al virus di aggirare il sistema immunitario o di rendere inutili farmaci e vaccini. Queste mutazioni potrebbero essere favorite dalla pressione selettiva che esercitiamo sul virus attraverso vaccini, farmaci e immunità, e circolare indisturbate, costringendoci, forse, a ripartire da zero.
“L’attuale somministrazione dei vaccini a categorie ad alto rischio scatenerà una forte pressione selettiva”, spiega Emma Thomson dell’università di Glasgow. “La conseguenza potrebbe essere un rapido aumento delle mutazioni”. Dovremo quindi essere bravi a intercettare i virus capaci di eludere l’immunità naturale, aggiunge. I virologi hanno già scoperto varianti in grado di sfuggire almeno in parte agli anticorpi.
◆ Il 22 gennaio 2021 il primo ministro britannico Boris Johnson ha affermato che, in base ai risultati preliminari delle analisi del comitato di esperti Nervtag, c’è la possibilità che la variante inglese del coronavirus sia un po’ più letale. Ma, precisano i ricercatori, è ancora da verificare.
Sono tutti campanelli d’allarme. Anche se la variante inglese nota come B.1.1.7 non sembra avere capacità di fuga, il fatto che la sua proteina spike abbia subìto 17 mutazioni “spaventa un po’”, dice David Robertson del centro di ricerca virale Mrc-università di Glasgow. “Il fatto che in uno stesso ceppo ci siano tante mutazioni della proteina spike non ci lascia tranquilli”, aggiunge Kumar.
Un potenziale pericolo di cui forse possiamo smettere di preoccuparci è la ricombinazione, che si verifica quando due coronavirus affini mescolano i rispettivi genomi per creare un ibrido. Due studi basati sull’analisi di migliaia di genomi virali non hanno trovato nessuna conferma a quest’ipotesi.
La mutazione di fuga, invece, è un pericolo reale. Un caso recente, che riguarda un paziente immunodepresso positivo al covid-19, ricoverato a maggio del 2020 in un ospedale britannico e morto ad agosto, illustra cosa può succedere quando il virus subisce una forte pressione selettiva. Nei 101 giorni di malattia un team coordinato da Ravindra Gupta dell’università di Cambridge ha più volte sequenziato il virus presente nell’apparato respiratorio dell’uomo. A un certo punto al paziente è stato somministrato il plasma ricco di anticorpi di un’altra persona infettata dal virus. Qualche giorno dopo il team di Gupta ha osservato un aumento significativo di una versione mutata del virus, che dopo aver eluso gli effetti della terapia ha ucciso il paziente. Gupta invita però a non trarre conclusioni affrettate, perché il paziente era in cura per un tumore e non poteva avere una risposta immunitaria efficace. Lo studio, però, rivela la velocità con cui il virus, sottoposto a una forte pressione selettiva, può mutare e sfuggire.
L’obiettivo delle autorità sanitarie è individuare e isolare le mutazioni di fuga prima che si diffondano in maniera incontrollata. Il sistema britannico si affida al monitoraggio e al sequenziamento: se succede qualcosa d’insolito dal punto di vista clinico o epidemiologico, scatta subito l’allarme. La nuova variante inglese, per esempio, è stata individuata perché le misure anticontagio stavano riducendo la diffusione del virus ovunque tranne che nel Kent. L’allarme scatta anche quando si ammalano persone vaccinate o già guarite, spiega Kumar.
“Per quanto il virus si evolva lentamente, la sorveglianza va presa molto sul serio”, conclude Robertson. ◆ sdf
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Questo articolo è uscito sul numero 1394 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati