C’è un peccato originale dell’archeologia: la sua connessione con il nazionalismo. La volontà di riportare allo scoperto le tracce di un passato legittimante – radicando in un’epoca antica le identità collettive che andavano inventando gli stati nazionali tra otto e novecento – è stato un potente catalizzatore della nascita e dello sviluppo della scienza archeologica moderna. Ancora oggi la stessa volontà appare diffusa e non solo nella galassia delle destre estreme. In questo libro agile e brillante, pieno di esempi e di spunti per ulteriori letture, Umberto Livadiotti, studioso della Roma repubblicana, ricostruisce le storie spesso tragiche, talvolta ridicole di questa relazione pericolosa. Dopo un primo capitolo generale organizzato cronologicamente che ne racconta la vicenda dalla fine del settecento a oggi, i seguenti sono dedicati ad altrettante aree: la Grecia, culla – anche – dei nazionalismi archeologici, Roma e poi le nazioni di lingua neolatina e quelle di lingua germanica e slava, nonché alcuni casi meno largamente noti, ma di grandissimo interesse: Turchia, Egitto, Libano, e i paesi del Maghreb (in pratica tutto il mondo islamico) e Israele. Conclude il libro un capitolo dedicato ad alcune specifiche celebrazioni di luoghi, personaggi o eventi del passato antico che fa capire come la distorsione identitaria dell’antichità, ancora largamente praticata, sia dura a morire. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1668 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati