Poche espressioni sprigionano più fumo di “è il momento giusto per un cambiamento”. Ed è con queste parole che il presidente esecutivo di Sky, David Rhodes, ha annunciato la fine del coinvolgimento diretto dell’azienda in Sky News Arabia. La separazione arriva dopo mesi complicati. Mentre osservatori indipendenti denunciavano pulizie etniche in Darfur, l’emittente descriveva alcune aree del Sudan come “stabilizzate” e una sua giornalista era sposata a un politico vicino alle milizie paramilitari. Secondo alcuni notiziari non esistevano prove che confermassero immagini e testimonianze. Ed ecco il capolavoro semantico del cambiamento: il canale passerà sotto il controllo degli Emirati Arabi Uniti, mantenendo il marchio britannico Sky. Un accordo che garantisce introiti senza responsabilità editoriali dirette. A guidarlo sarà lo sceicco Al Nahyan, vicepresidente emiratino e proprietario del Manchester City. Il machiavellismo di Sky: rinunciare al controllo e conservare il valore del nome attraverso una licenza pluriennale. È il trionfo della globalizzazione simbolica. Il marchio sopravvive ai princìpi che ne avevano costruito la credibilità. Del resto tutto può essere riformulato. Non c’è una guerra, ma una diversa sensibilità regionale. Non c’è un problema d’indipendenza editoriale, ma un differente modello operativo. Non c’è un incendio, ma una ridefinizione termica dell’ambiente. ◆

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1669 di Internazionale, a pagina 80. Compra questo numero | Abbonati